lunedì, Settembre 21

Egitto: USA e Russia si contendono l’ amicizia con al-Sisi Trump e Putin gareggiano per assicurarsi l'alleanza dello strategico Paese arabo africano

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La competizione Stati UnitiRussia per il controllo del Medio Oriente dal 2011 si è concentrata sulla guerra civile in Siria e sull’Iran. Dal 2016 Washington e Mosca si contendono un altro Paese, nel Nord Africa: l’Egitto. I presidenti Donald Trump e Vladimir Putin hanno dato il via ad un classico gioco diplomatico da Guerra Fredda per assicurarsi l’alleanza dello strategico Paese arabo africano.

Martedì 16 ottobre il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha incontrato il Primo Ministro russo Dimitry Medvedev a Mosca durante una visita ufficiale di tre giorni. Il giorno successivo, mercoledì 17 ottobre, ha incontrato il Presidente Vladimir Putin a Sochi.

L’obiettivo della visita è stato quello di firmare una serie di accordi bilaterali concentrati sulla cooperazione economica tra Egitto e Russia con particolare enfasi a progetti di sviluppo energetico, industriale e agricolo. Tra i progetti inseriti nell’accordo, definiti da al-Sisi «un partenariato strategico», vi è la costruzione della centrale nucleare di Dabaa per aumentare la capacità energetica egiziana.

L’interesse nutrito da Putin verso l’Egitto si inserisce nel piano geo-strategico russo di strappare il Medio Oriente dall’influenza americana. Un piano che procede in parallelo con il piano di Pechino di strappare l’Africa dall’influenza europea e americana. Entrambi i piani sono tesi a isolare l’Unione Europea e gli Stati Uniti, privarli delle risorse naturali mediorientali e africane e infliggere il colpo mortale all’Impero occidentale, ormai in profonda crisi socio economica. Una eventuale distruzione della UE o una drastica riduzione della UE favorirebbe l’influenza russa nel Vecchio Continente e priverebbe gli Stati Uniti dello storico e strategico alleato per controllare i vari teatri commerciali e geopolitici del pianeta.

Mosca ha riaperto i voli commerciali con l’Egitto sospesi dopo l’attacco terroristico avvenuto in Egitto dove un aereo russo è stato abbattuto causando la morte dei duecento passeggeri. Il ritorno del turismo russo è estremamente importante per l’economia egiziana. L’industria turistica apporta 13 miliardi di dollari annui e i turisti russi rappresentano il 38% dei turisti mondiali che visitano l’Egitto. Oltre alle entrate dirette, i turisti russi creano una miriade di benefici indiretti spendendo contanti nei ristoranti, mercati, negozi, bar e discoteche egiziane. Il ritorno del turismo russo ha permesso al Presidente al-Sisi di resistere alle riforme di austerità dettate dal FMI. 

Il turismo non è il solo settore dell’economia egiziana che sta beneficiando del partenariato strategico con la Russia. A Port Said, vicino al Canale di Suez gli imprenditori russi stanno creando una zona industriale che ha il potenziale di creare circa 8.000 nuovi posti di lavoro. Nel 2017 Putin ha firmato gli accordi preliminari per finanziare la centrale nucleare di Dabaa stanziando 30 miliardi di dollari. Accordi che sono stati ufficializzati durante la recente visita in Russia del Presidente al-Sisi. Il sostegno russo all’energia nucleare egiziana per utilizzo civile è di fondamentale importanza considerando che gli Stati Uniti, sotto l’Amministrazione Obama, hanno deciso di interrompere la collaborazione sul nucleare civile creata durante l’Amministrazione George W. Bush. Una decisione che è stata mantenuta dall’attuale Amministrazione Trump.

Anche sul piano militare si sta assistendo ad un rafforzamento della cooperazione tra i due Paesi. Il regime militare egiziano (camuffato da democrazia) necessita di armamenti per continuare a reprimere l’opposizione popolare, combattere i ribelli islamici della Penisola del Sinai e mantenere uno status quo di potenza regionale. Le vendite di armi da parte degli Stati Uniti, Francia, Italia stanno diventando sempre più difficili e controverse a causa delle palesi violazioni dei diritti umani attuate dal regime del Generale al-Sisi. Di conseguenza gli accordi di cooperazione militare con Mosca diventano fondamentali. La Russia non è mai stata legata da valutazioni sui diritti umani nella vendita delle sue armi.

Nel marzo 2017 si sono svolte esercitazioni militari navali congiunte tra Egitto e Russia e il Cairo ha dato il suo consenso alla presenza delle Forze Speciali russe ai confini con la Libia. Due mesi fa il governo egiziano ha respinto la richiesta degli Stati Uniti di inviare i propri soldati in Siria contro il regime di Assad.

«L’Egitto rappresenta un terreno fertile per le ambizioni geopolitiche del Presidente Putin» – fa notare Robert Rook, esperto di politica egiziana presso l’Università di Towson «Stati Uniti e Unione Europea hanno sottostimato il nazionalismo egiziano e il conservatorismo religioso su cui si basa il regime di al-Sisi. L’Egitto intende sviluppare una politica interna ed estera totalmente indipendente dall’Occidente ma nello stesso tempo  deve tenere il ritmo di crescita economica registrato negli ultimi due anni. Per questo il governo egiziano ha deciso di rilanciare la cooperazione con la Russia ma non con la stessa intensità della passata cooperazione con l’Unione Sovietica».

«Dopo il crollo dell’Unione Sovietica l’Occidente ha preso come garantito ed eterno l’orientamento pro occidentale dell’Egitto» – spiega Anna Borshcevskaya, ricercatrice dell’Istituto di Washington per gli Studi Medio Orientali «Durante la Guerra Fredda gli Stati Uniti ponevano maggior attenzione allo strategico Paese nord africano. Per esempio il Presidente Eisenhower si oppose a Israele e alla NATO durante l’invasione di Francia e Gran Bretagna tesa a rovesciare il Presidente egiziano Nasser quando decise di nazionalizzare il Canale di Suez. Questa invasione militare costrinse l’Egitto a rivolgersi verso la sfera di influenza sovietica. Il successore di Nasser, Sadat, strinse con l’Unione Sovietica il Trattato di Amicizia che sancì l’influenza russa sull’Egitto. Gli Stati Uniti per decenni hanno operato per strappare l’Egitto dall’influenza sovietica riuscendoci tramite gli accordi di pace di Camp David tra Israele e Egitto, uno dei migliori successi americani di politica estera. Dopo la caduta del muro di Berlino gli Stati Uniti e, in misura minore l’Unione Europea, sono riusciti a controllare l’Egitto trasformandolo in un loro strategico alleato nel Nord Africa e Medio Oriente. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno sostenuto gli sforzi del regime di Hosni Mubarak per riprendere il controllo del Paese dopo la Primavera Araba e l’ascesa al potere di Mohamed Morsi, leader della Fratellanza Mussulmana».

«Queste potenze occidentali» – ricorda la ricercatrice –«hanno reso possibile il colpo di stato del Generale Al Sisi, all’epoca ministro della Difesa, il 3 luglio 2013 contro il Presidente Morsi, accusato di istigazione alla violenza, spionaggio e di simpatizzare con gruppi estetismi islamici. Nessuna di queste potenze occidentali ha sollevato dubbi sui processi farsa contro Morsi. Al contrario hanno avallato la propaganda del regime egiziano che sia la Primavera Araba del 2011 che le proteste popolari del 2013 fossero opera di gruppi islamici stranieri inclusi Hezbollah e Hamas. Nonostante gli Stati Uniti e i suoi alleati europei abbiano favorito l’ascesa al potere del Generale al-Sisi che rappresenta la continuità del regime di Mubarak senza Mubarak, e che stiano allegramente tollerando le gravi violazioni dei diritti umani, libertà di espressione politica e di stampa, al-Sisi non crede più nella alleanza con l’Occidente e con gli Stati Uniti in particolare. Per questo si sta orientando verso la Russia e, in misura minore, verso la Cina»

Nel tentativo di controbilanciare la rinnovata amicizia del Cairo con la Russia, gli Stati Uniti hanno raddoppiato gli sforzi (anche economici) per mantenere l’Egitto nella sfera occidentale. Nell’agosto 2017 Stati Uniti ed Egitto hanno riesumato la cooperazione militare, interrotta dal Presidente Barack Obama a causa degli abusi sui diritti umani compiuti dopo il colpo di stato del 2013. Il Presidente Donald Trump ha addirittura deciso di stanziare 300 milioni di dollari in aiuti umanitari all’Egitto a seguito della decisione del governo di al-Sisi di compensare con mezzo milione di dollari un turista americano rimasto gravemente ferito durante un attentato terroristico avvenuto lo scorso anno vicino al confine libico.

Gli Stati Uniti hanno anche favorito politicamente la vendita di armi al regime egiziano da parte di Francia, Germania, Italia, Russia e, ovviamente le multinazionali belliche americane. L’acquisto di queste armi dal 2014 al 2017 ha permesso all’esercito egiziano un significativo sviluppo del suo arsenale militare che ha posizionato l’Egitto come una potenza militare continentale. L’appoggio ricevuto dall’America per bypassare tutte le perplessità del Congresso e le leggi europee contro la vendita di armi ad un regime oppressivo, è stato assicurato nonostante che sia in corso un pericoloso contenzioso sulle acque del Nilo con un altro alleato strategico americano in Africa, l’Etiopia, a causa della costruzione della Diga Gran Rinascita. Un contenzioso che potrebbe sfociare in un conflitto regionale.

Gli Stati Uniti garantiscono aiuti militari all’Egitto su base annua pari a 1,3 miliardi di dollari tramite il programma ‘Cash Flow Financing’, varato nel 2015 che permette all’Egitto di comprare armi americane a credito, e il programma ‘Excess Defence Articles’ che permette di vendere armi americane a prezzi stracciati a Paesi alleati che si impegnano nella lotta contro il terrorismo internazionale.

Gli Stati Uniti hanno anche permesso al Cairo di ottenere un credito privilegiato di 12 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. Questo supporto finanziario ha permesso al regime del Generale al-Sisi di migliorare i macro indicatori economici del Paese. L’Inflazione si è ridotta, la crescita economica si è attestata al 5,8% e l’occupazione, soprattutto giovanile, è aumentata. Peccato che manchino alcuni indicatori di sviluppo umano: democrazia, libertà e rispetto dei diritti civili. Evidentemente il Presidente Trump non è incline a considerare questi indicatori come importanti e fondamentali per una società sana.

Gli investimenti americani sono stati raddoppiati come annunciato durante l’incontro avvenuto a Bali venerdì 12 ottobre ai margini della meeting annuale del FMI – Banca Mondiale, tra il Ministro egiziano degli Investimenti, Sahar Nasr, e il Vice Assistente del Tesoro Americano, Eric Meyer. Gran parte di questi investimenti sono destinati a sviluppare il Sinai dove infuria la ribellione islamica.

Dal 2017 gli investimenti delle multinazionali americane in Egitto sono aumentati di 1 miliardo di dollari. A questo si devono aggiungere gli 800 milioni di dollari concessi dagli Stati Uniti tra il 2014 e il 2018 per lo sviluppo economico femminile, acqua potabile, educazione, sanità e agricoltura.

Oltre alla strategica posizione del Canale di Suez e alla statura dell’Egitto, Paese cerniera tra Africa e Medio Oriente, la Russia e gli Stati Uniti sono interessati alle recenti scoperte di immensi giacimenti di gas metano in Egitto. Assieme alla Turchia, l’Egitto può divenire uno dei principali fornitori di gas ad Europa e Stati Uniti in alternativa al gas russo e iraniano. Mosca vuole assicurarsi il controllo di questi giacimenti per aumentare la morsa energetica verso l’Europa e l’America.

La Russia riuscirà a strappare l’Egitto dall’influenza occidentale?  Su questa possibilità rimane scettico Michele Dunne, il Direttore del Programma per il Medio Oriente presso l’Istituto di Rafforzamento della Pace Internazionale di Washington, ex Ufficiale del Dipartimento di Stato Americano, ex ambasciatore in Cario ed ex membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale US. Collabora anche con l’Università di Gerogetown presso il Centro Rafik Hariri per il Medio Oriente.

«Sul piano militare l’esercito egiziano non è preparato a spostarsi totalmente dalla cooperazione con gli Stati Uniti a quella con la Russia in quanto la maggioranza delle armi e del sistema missilistico di difesa sono di fabbricazione occidentale –  spiega Michele Dunne – Anche sul piano economico l’Egitto non ha interessi di chiudere definitivamente le porte all’Occidente. È più probabile che il Generale al-Sisi stia cercando di controbilanciare l’influenza occidentale avvicinandosi alla Russia. Al-Sisi è il promotore di una politica estera egiziana indipendente capace di giocare un ruolo di primo piano sia in Africa che in Medio Oriente in concorrenza con gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita. In pratica sta riprendendo il disegno politico del Presidente Gamal Abdel Nasser prima che si abbandonasse all’Unione Sovietica dopo la guerra del Canale di Suez del 1956. L’Egitto non vuole ritornare a dipendere dalla Russia ma allo stesso tempo non vuole più dipendere da Stati Uniti ed Europa» .

Secondo l’ex ambasciatore americano in Cairo il supporto finanziario russo non può sostituire quello americano così come non può favorire l’entrata degli investimenti europei in Egitto. Il regime del Generale al-Sisi necessita di mantenere la crescita economica registrata negli ultimi due anni. Un fattore necessario per il consolidamento di ogni dittatura. Dinnanzi ad una crescita economica sostenuta nel tempo e al conseguente miglioramento del tenore di vita, una popolazione è spesso incline a barattare la libertà con il benessere. Per sostenere la crescita economica l’Egitto necessita di ingenti capitali privati, cosa che al momento la Russia non può garantire se non al 40%.

«Quello che è certo» – continua Dunne – «è che il Generale Al Sisi sta portando avanti un gioco molto pericoloso permettendo alla Russia di avere una presenza militare tesa a controllare parzialmente le vie marittime del Canale di Suez. Nel 2017 ha concesso all’aeronautica militare russa di utilizzare gli aeroporti egiziani mettendo in repentaglio le relazioni militari con gli Stati Uniti. Questa mossa è stata fatta nella logica di diventare una potenza militare indipendente nella regione. Una piano ambizioso che deve tenere conto della inferiorità dell’esercito egiziano rispetto a quelli della Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi che possiedono una maggior capacità offensiva regionale e una migliore cooperazione con l’esercito americano. Ad eccezione della Libia, l’Egitto è reclutante di inviare le sue truppe su teatri di guerra africani o mediorientali. Nonostante questo il governo egiziano sta attuando un intenso lavoro diplomatico per convincere il Presidente Donald Trump che l’Egitto è il fattore chiave per risolvere il conflitto Israeliano Palestinese. Purtroppo sia il Primo Ministro israeliano Bejamin Netanyahu e il Presidente Palestinese Mahmound Abbas dimostrano di essere poco inclini ad accettare la mediazione egiziana».

«Molto probabilmente» – conclude Dunne – «l’Egitto offrirà la possibilità a Mosca di controllare militarmente l’area del Canale di Suez ma in modo parziale, continuando a permettere alle navi militari americane l’accesso al canale e all’aeronautica militare americana l’ascesso ai suoi aeroporti. Il Generale Al Sisi tenterà di bilanciarsi tra Stati Uniti e Russia nella speranza di non rimanere schiacciato tra i due elefanti».

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