giovedì, Ottobre 17

Egitto, Turchia. I nuovi alleati del regime Nkurunziza.

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Il regime del dittatore Pierre Nkurunziza sta soffocando economicamente principalmente per tre fattori: l’embargo economico decretato dall’Unione Europea, la razzia di valuta pregiata compiuta dai gerarchi del regime presso la Banca Centrale per impossessarsi delle esigue ricchezze del Paese e metterle al sicuro in conti privati offshore, il costo insostenibile per l’acquisto di armi. A questi fattori si aggiunge l’azzeramento degli investimenti stranieri.

La maggioranza degli investitori stranieri sono riluttanti ad investire  in Burundi, considerato un Paese ad alto rischio causa la sua situazione politica. Allo stato attuale qualunque investitore dovrebbe mettersi nelle mani del regime Nkurunziza, avido di valuta pregiata e rischiare di essere anche involontariamente complice di un genocidio, minaccia sempre latente e sapientemente utilizzata dal CNDD per bloccare ogni iniziativa regionale o internazionale di intervento militare.

Nemmeno la Cina, potente alleato del regime, osa investire nel Paese. La sua politica economica è orientata sull’attesa. Durante questo caotico e pericoloso periodo che vive il Burundi, Pechino sta ponendo le basi per il futuro controllo economico.

Offre discreto sostegno politico bloccando ogni seria iniziativa internazionale di intervento militare in protezione della popolazione (strategia diplomatica attuata assieme a Russia e Francia), dona qualche manciata di dollari  ma nega prestiti sostanziali che potrebbero far riprendere l’azzerata economia del Burundi. Questa tattica geo-strategica è stata adottata al fine di non compromettersi apertamente con un regime incontrollabile.

Una tattica che permetterà alla seconda potenza mondiale di avviare una futura cooperazione economica fagocitante anche con un eventuale nuovo governo sorto grazie ad una campagna militare dell’opposizione o da un colpo di Stato all’interno del CNDD. Qualsiasi futuro governo si troverà a gestire un Paese distrutto socialmente ed economicamente, con interessanti riserve minerarie ma privo di infrastrutture, una moneta nazionale iper svalutata e nessuna riserva di valuta pregiata presso la Banca Centrale. In questa situazione post regime qualsiasi governo non sarà in grado di rifiutare gli aiuti economici cinesi tesi a controllare le ricchezze naturali a scapito delle multinazionali occidentali.

Gli investitori russi presenti in Burundi non possono essere  considerati dei validi partner economici. Totalmente scollegati da strategie geo-politiche di Mosca, questi investitori sono in realtà degli avventurieri di frontiera che cercano di fare affari a breve termine per trarre il massimo dei profitti, sopratutto nella vendita di armi e riciclaggio dell’oro rubato dal Congo. Il traffico di oro congolese rimane una delle ultime fonti di sostegno del regime ma i profitti devono essere divisi con il gruppo terroristico ruandese FDLR che su oro e coltan dal Congo basa il finanziamento delle sue  attività terroristiche rivolte alla riconquista del Rwanda e allo sterminio della minoranza tutsi ruandese.

Dallo scorso luglio si notano le manovre di nuovi alleati del regime: Egitto e Turchia. Alleanze puramente opportunistiche e mirate a rafforzare politiche nazionali (il caso egiziano) o a impossessarsi di una importante  fetta all’interno del mercato minerario, il caso turco. Tre  settimane fa l’Ambasciatrice egiziana Abeer Bassiouny Radwan ha annunciato il finanziamento del suo governo per la costruzione di un moderno ospedale generale a  Gitega e di una centrale idroelettrica a Kirasa, nella provincia di Bujumbura.

Entrambi i progetti non sono stati ideati per migliorare la situazione economica nazionale. L’ospedale generale rientra nei faraonici piani del dittatore Nkurunziza di trasformare  la città di Gitega (ubicata al centro del Paese) nella futura e ultra moderna capitale. La centrale idroelettrica non servirà per migliorare la cronica carenza di elettricità che impedisce al Paese di avviare un qualsiasi processo industriale ma per vendere energia al vicino Congo e aumentare le opportunità di finanziamento del partito illegalmente al potere dal luglio 2015.

Queste intenzioni sono ben conosciute  dal Presidente egiziano il Generale Al Sisi, ma i fondi offerti per la realizzazioni di queste due importanti infrastrutture rientrano in una precisa strategia geo politica in difesa della acque del Nilo. Tra la caduta del regime di Mubarak, il convulso periodo di potere della Fratellanza Mussulmana e la ripresa del controllo del Paese delle forze armate grazie al Generale Al Sisi, considerato un fattore di continuità del regime di Mubarak, gli avversari dell’Egitto hanno approfittato per rafforzare la revisione del trattato coloniale sullo sfruttamento del Nilo che offriva a Egitto e Sudan il diritto di sfruttamento della maggioranza del potenziale idrico del fiume africano.

Il blocco anti Cairo, composto da Burundi, Etiopia, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda, ha approfittato delle problematiche interne del “Padrone  del Nilo” per rendere quasi irreversibile lo sfruttamento delle acque per rafforzare le proprie economie ai danni dell’Egitto. L’Etiopia è riuscita a completare la Diga Grande Rinasciata (affidata alla Salini) che nel 2007 Mubarak minacciò di bombardarla. L’Uganda ne ha approfittato per intrapprendere progetti di dighe di medie dimensioni per aumentare la produzione nazionale di energia. Queste infrastrutture stanno già diminuendo il livello di acque del Nilo sul territorio egiziano. L’alleato naturale del Cairo: il Sudan si è progressivamente spostato su posizioni a favore di una revisione del trattato coloniale favorevoli ai Paesi africani.

Ora che il Generale Al Sisi ha ripreso il controllo socio politico del suo Paese, attraverso un colpo di Stato istituzionale seguito immediatamente da una spietata e disumana repressione di ogni forza di opposizione e dei Media contrari al regime (politica ampiamente tollerata da Unione Europea e Stati Uniti) il governo del Cairo ha ripreso la guerra continentale per la difesa del fiume sacro. L’attuale strategia si basa sulla ricostruzione dell’alleanza Cairo Khartoum, indebolire il blocco degli Stati africani  e sul riarmo dell’esercito in previsione di una guerra continentale sul Nilo se non verrà mantenuto il trattato o se la sua revisione non continuerà a garantire all’Egitto la posizione di egemonia.

L’appoggio finanziario al regime di Nkurunziza è stato deciso per poter compromettere dall’interno il fronte dei Paesi africani che rivendicano la revisione del trattato per ottenere  una più equa spartizione delle acque del Nilo, di cui alcune fonti si trovano nella regione meridionale del Burundi: Rutoyu, provincia di Bururi. Il Burundi per un anno deterrà la Presidenza della Iniziativa del Bacino del Nilo, una iniziativa diplomatica inter regionale voluta dalla Unione Africana per tentare di risolvere pacificamente  il pericoloso contenzioso sul più grande fiume del Continente.

Nei piani del Cairo il sostegno economico offerto non al Burundi ma al regime di Nkurunziza è teso a creare difficoltà e divisioni politiche all’interno del fronte  africano sul Nilo e a rafforzare la posizione del Cairo ora che ha risolte le problematiche interne e ricostruito l’antica alleanza con il Sudan. L’obiettivo sembra facilmente raggiungibile. Il regime di Bujumbura, ha immediatamente promesso con un comunicato pubblico che durante la sua Presidenza alla Iniziativa del Bacino del Nilo, farà di tutto affinché tutte le voci di tutti i Paesi interessati allo sfruttamento delle acque del Nilo siano ascoltate. Di fatto il regime ha promesso al Cairo di rafforzare l’intransigente posizione egiziana a scapito di quella espressa dai Paesi africani.

In compenso il Generale Al Sisi ha elargito altre briciole al regime, promettendo di finanziare l’agricoltura tramite l’aumento delle esportazioni di caffè e tè (fortemente diminuite  dopo l’embargo economico europeo) e nel settore comunicazioni. Al Sisi ha anche promesso un rafforzamento nella cooperazione bilaterale sulla sicurezza. Una promessa che fa presagire un futuro afflusso di nuove armi al regime Nkurunziza, pagate dal Cairo.

Il regime di Ankara si sta orientando verso una pericolosa e aggressiva fase di espansione imperialistica, diretta reazione al rifiuto europeo di entrare nell’Unione Europea. Un rifiuto voluto da Germania e Vaticano e basato sulla palese violazione dei diritti umani in Turchia.

Con oltre 5 milioni di immigrati turchi presenti in Germania, che diventerebbero automaticamente cittadini a pieni diritti, l’influenza politica ed economica turca rappresenterebbe una grave minaccia agli equilibri economici politici tedeschi. Si formerebbe immediatamente un nuovo partito e un potente cartello economico transnazionale che permetterebbe ad Ankara di assumere un importante peso nella politica interna ed estera della potenza europea, riuscendo così ad influenzare a favore della Turchia molte politiche dell’Unione Europea. La discreta ma efficace opposizione del Vaticano è motivata sul rifiuto di far entrare nella UE un Paese mussulmano che potrebbe rafforzare la concorrente religione monoteista in Europa a scapito del Cattolicesimo. L’entrata della Turchia renderebbe l’Islam una religione europea, pericolo che il Vaticano non può correre visto l’alta percentuale di mussulmani in Europa. Al momento l’Islam è una religione tollerata in Europa.

La violazione dei diritti umani, drammaticamente aumentata dopo il fallito  golpe del 2016, non ha impedito ai Paesi europei di continuare a fare affari con il regime turco. Nessuna seria sanzione è stata votata, limitandosi a condanne formali. L’ondata di repressione decisa dal Governo Endorgan non ha nemmeno messo in discussione la partecipazione alla NATO. La Turchia serve a Bruxelles e a Washington come l’aria che si respira per il sostegno alle forze terroristiche che combattono il governo legale in Siria, reo di aver rifiutato il passaggio di oleodotto e gasdotto  sul suo territorio, provenienti dall’Arabia Saudita. Un piano che era teso a diminuire drasticamente il controllo russo sul fabbisogno energetico europeo. L’attuale guerra fredda tra  Berlino e Ankara ha dinamiche proprie e difficilmente metterà in questione i rapporti tra UE e Turchia e la sua partecipazione come Stato membro alla NATO.

Infranto il sogno europeo e intrapresa la strada del Islam istituzionale rafforzata dalla deriva costituzionale della democrazia  e diritti umani, la Turchia sta tentando di espandersi in Africa per assicurarsi strategiche fonti energetiche, minerali e un utile  supporto politico da usare presso le Nazioni Unite. Il Burundi rientra in questa strategia. Il 25 agosto 2015 ad Ankara si è firmato un accordo di cooperazione economica militare tra Turchia e Burundi proprio mentre il regime di Nkurunziza soffocava nel sangue l’opposizione popolare al terzo mandato  presidenziale dopo il fallito golpe del maggio.

Agli inizi di agosto il parlamento burundese ha rettificato l’accordo con la Turchia. «Un segnale forte per il rafforzamento delle relazioni amichevoli sul piano bilaterale tra Burundi e Turchia che porterà a comuni vantaggi» dichiara il Ministro degli Esteri Alain-Aimè Nyamitwe, fratello del Goebles burundese Willy Nyamitwe, entrambi responsabili della repressione contro l’opposizione e della ideazione del piano di sterminio contro gli oppositori e la minoranza tutsi.

L’accordo siglato è unicamente a favore della Turchia che potrà investire nella agricoltura e allevamento con l’intento di rafforzare la sicurezza alimentare turca grazie alle esportazioni di prodotti agricoli e carni dal Burundi. La Turchia potrà anche entrare a pieno diritto nello sfruttamento minerario delle risorse naturali non ancora avviato in Burundi causa mancanza di investimenti esteri. Il mercato burundese verrà aperto ai prodotti turchi. Un atto dovuto ma non di particolare interesse per gli investitori turchi in quanto la popolazione burundese, ridotta alla fame, non rappresenta di certo un mercato allettante.

Gli investitori turchi sono interessati alla esportazioni agricole per il mercato interno e dei minerali per rafforzare l’apparato industriale nazionale. In cambio il regime burundese riuscirà a diminuire l’impatto delle sanzioni europee e la drastica diminuzione delle relazioni economiche regionali, nonostante che il Burundi sia Stato membro della East African Community. Riuscirà inoltre a garantirsi nuovi approvvigionamenti di armi, questa volta Made in Europe e USA. Armi che la Turchia riceve  regolarmente dai suoi alleati occidentali per le sue operazioni militari in Siria e facilmente  dirottabili in Africa. Per evitare che queste relazioni commerciali non subiscano scrutini internazionali e per tutelare gli interessi di Ankara, il regime di Nkurunziza ha deciso che gli accordi con la Turchia rappresentino una eccezione e siano totalmente svincolati dalle clausole imposte dalla East African Community e dall’Organizzazione Mondiale del Commercio.

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