venerdì, Giugno 5

Egitto, il prezzo del pane è la libertà

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La situazione economica, in Egitto, è dura. Non sono bastati gli appelli del Governo, che invitava gli egiziani a donare denaro a un fondo dell’esecutivo che si occupa di alleviare il peso del debito pubblico. Non è bastato il debito di 12 miliardi di dollari, contratto con il Fondo Monetario Internazionale quasi un anno fa. La povertà e la fame sono una pericolosa realtà per un Paese in cui neppure la stabilità politica può esser data per scontata. I cittadini, infatti, faticano a comprare beni di importazione: alimenti, beni di prima necessità, e medicine sono merce rara nel Paese di al-Sisi.

«Vediamo l’Egitto come fosse Vienna… ma quando usciamo nelle strade, vediamo la cucina della somalia: il povero cittadino non può trovare nemmeno un chilogrammo di riso […] il Governo mostra in televisione l’immagine di un Egitto che si sta sviluppando, e continua ad accumulare soldi per grandi opere inutili, mentra abbiamo i livelli dell’istruzione più bassi che potreste immaginare», testimonia un tassista egiziano. Il Governo ha in effetti tentato un strada di riforme economiche: il taglio dei sussidi alla benzina, per esempio. Ben visto dal settore finanziario, ha però spaventato i consumatori, e non ha comunque tranquillizzato le previsioni della Banca Mondiale, che stima una caduta della crescita economica dell’Egitto dal 4.3 del 2016 al 4.0 di quest’anno.

La povertà resta il problema numero uno, e deve essere sconfitta. Il Governo ha infatti deciso di finanziare una manovra di emergenza che includerà sussidi alimentari, pensioni e fondi per la sicurezza sociale. La spesa complessiva sarà di 4.2 miliardi di dollari e, stando agli annunci del Governo, è coperta dalle entrate date da crescita economica e investimenti. La manovra ha ovviamente ragioni politiche: questo è l’ultimo anno di mandato presidenziale, e al-Sisi vuole assicurarsi, secondo un’analisi di Chatham House, «la lealtà dei suoi sostenitori più accaniti».

Come però insegna Machiavelli, la paura del popolo, e non la sua adorazione, è lo strumento di potere più efficace: l’accesso al Paese è bloccato per più di 100 organizzazioni giornalistiche, l’operato delle Organizzazioni Non Governative è tenuto sotto controllo (effettuare sondaggi di opinione è punibile con il carcere), i giudici rischiano quotidianamente la libertà, e qualsiasi critica verso il Governo è malvista dalle autorità. Al-Sisi sa che, come è già successo, la posizione dell’Egitto nell’arena geopolitica mediorientale pone il Paese in una botte di ferro.

Come scrive David Butter, «qualsiasi preoccupazione da parte della Comunità Internazionale riguardo all’illiberalismo dello Stato di al Sisi è stata oscurata dal riguardo per l’importanza dell’Egitto nella sicurezza regionale, da considerazioni commerciali (incluse una serie di vendite di armi da parte di Russia, Francia, Germania e Stati Uniti) e dal supporto per l’agenda di riforme economiche». Al Sisi punta proprio a questo, e la sua scommessa sembra funzionare: tre miliardi di buoni del tesoro egiziano sono stati acquistati due mesi fa, sancendo di fatto il “voto di fiducia” da parte degli investitori internazionali.

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