domenica, Agosto 18

Egitto: l’ instabilità del regime di Al Sisi Quali saranno gli effetti dell' ennesimo attentato, questa volta contro una Moschea, sul regime egiziano?

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Dal punto di vista politico, quali componenti del fronte anti-Al Sisi si può avvantaggiare di questi attacchi? Vi può essere una strumentalizzazione?

Dal punto di vista politico, l’ Egitto andrà alle elezioni l’anno prossimo e questo verrà sfruttato per colpire la retorica di Al Sisi di voler riportare la sicurezza nel Paese perché di fatto l’ Egitto è totalmente insicuro. Però, penso che, quando ci si trova davanti a questi atti violenti, ci sia comunque una condanna unanime. Bisognerebbe andare a vedere, e forse è ancora presto, come si collocheranno alcuni gruppi all’ interno della Fratellanza Musulmana così come alcuni salafiti, penso al partito Al-Nour e quali saranno le loro reazioni rispetto a questo attacco. All’ interno della Fratellanza musulmana, vi sono diverse anime radicali. Io credo che ci sarà unanime e dubito che possa essere usato, nell’ ambito della campagna elettorale, se ce ne sarà una. La Fratellanza Musulmana, comunque, si manterrà  sul piano della condanna, evitando, così, di compromettersi e di cadere nella trappola dell’ accusa di essere loro stessi troppo radicali o comunque conniventi con il terrorismo di matrice jihadista. La situazione è molto complessa perché ci sono tante anime e tante realtà, sia nel regime sia nell’ opposizione islamista. Se ci sarà una strumentalizzazione,  sarà quella all’ ordine del giorno, nei parametri normali della politica mediorientale.

Siccome il Presidente Al Sisi, sin dalla sua conquista del potere – si ricorda un famoso discorso ad Al Azhar in cui il leader lanciava un appello ad una rivoluzione religiosa per rendere compatibili Islam e democrazia- ha puntato molto sulla politica di sicurezza e sulla lotta al terrorismo, l’ attentato di venerdì, dopo quello contro i cristiani copti, dimostra un fallimento della linea del regime?

Sì. E’ una politica che è fallita nonostante negli ultimi mesi ci sia stato un tentativo da parte degli apparati interni di utilizzare strumenti anche non di carattere militare per la lotta al terrorismo: ci sono delle campagne in corso, ma l’ Egitto partecipa anche all’ iniziativa a guida saudita in Yemen. Quindi la lotta al terrorismo dal punto di vista militare è al vertice dell’ agenda del regime. C’è anche un tentativo di presentarla in maniera non così violenta. Sono state messe in campo dei progetti di riabilitazione dei terroristi e delle iniziative  di compensazione nei confronti sia delle vittime degli attacchi terroristici sia di quegli organismi volti a contrastare quegli attacchi. Sicuramente la strategia di Al Sisi è fallita perché l’ Egitto è insicuro. L’insicurezza è anche data dal fatto che ha al proprio interno  delle fonti di insicurezza derivanti dalla circostanza per cui questo regime non gode della benevolenza della maggior parte della popolazione e governa col pugno di ferro, non rispettando i diritti fondamentali, con una grave crisi socio-economica che si protrae da tantissimi anni. E’ una situazione generale che impedisce che qualsiasi attività di contrasto al terrorismo possa avere effetto. A tutto questo si aggiunge la dispersione dei terroristi che si rende molto difficile da controllare. Stiamo parlando di un ‘attacco mordi e fuggi’ che ha sicuramente fatto leva sulla presenza locale di cellule strutturate, ma che è stato condotto proprio perché siamo in una fase post-Stato Islamico.

Sono subito partiti, peraltro, dei raid aerei contro bersagli di cui si sapeva trovassero rifugio i terroristi.  Sono poi stati immediatamente convocati i responsabili degli apparati di sicurezza. Quale sarà dunque la reazione del regime?

Ci sarà un’ assoluta continuità della politica del regime egiziano. Il problema è che non è detto che sia efficace, ma potrebbe anche contribuire ad aumentare la radicalizzazione e che siamo in una fase di transizione.

Siccome si è tenuta ieri, a Riad, una riunione dei Ministri della Difesa di 40 nazioni arabe per lanciare una ‘coalizione antiterrorismo’. Ci sarà un forte incremento dell’ impegno egiziano in questo tipo di iniziative?

Non so quanto il lancio di queste iniziative siano soltanto specchietti per allodole. La lotta al terrorismo fa parte della retorica dell’ Arabia Saudita che conduce una vera e propria guerra in Yemen per sradicare i terroristi. Ma sappiamo anche che spesso sono gli stessi regimi a foraggiare questi gruppi. Verrà sicuramente colta la palla al balzo, si moltiplicheranno i proclami, ma il rischio che se questa lotta al jihadismo condotta con mezzi militari non è detto che poi abbia gli effetti sperati perché il terrorismo di cui stiamo parlando è molto difficile controllarlo.

Peraltro, il Sinai è, dal punto di vista economico, un ‘area strategica. Questo costringe Al Sisi a impegnarsi con maggior decisione nella salvaguardia dell’ area?

Sì.  In questo senso, non sono stati fatti grossi passi in avanti. Il regime non ha mostrato di dare particolare attenzione alla necessità di ricondurre quest’ area strategica sotto il controllo dello Stato. Qui ci sarebbe bisogno proprio di un piano per rilanciare l’ economia in questa parte del mondo.

Anche perché le difficoltà economiche figurano tra le critiche rivolte al regime.

Assolutamente e questo dimostra un controllo molto fragile, in balia di debolezze strutturali. Il Sinai equivale un po’ ai territori  della Libia, fuori dal controllo, dove proliferano bande di trafficanti e di terroristi che creano un’ economia alternativa. E’ una sfida  molto che ingente che la lotta al terrorismo con mezzi tradizionali è incapace di affrontare. E difatti il regime di Al Sisi non è riuscito ad interrompere questo circolo vizioso. Dare importanza ai giovani anche in questa parte del Paese dovrebbe essere una delle azioni da mettere in campo. Ma spesso rimangono solo proclami.

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