sabato, Dicembre 14

Egitto: l’ instabilità del regime di Al Sisi Quali saranno gli effetti dell' ennesimo attentato, questa volta contro una Moschea, sul regime egiziano?

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«Ci vendicheremo, le forze armate risponderanno con forza brutale. Questo attentato non fa altro che renderci che più solidi, più forti e più uniti nella nostra lotta contro il terrorismo. La tristezza e il dolore che provano ora gli egiziani non sarà vano, da qui troveranno la forza per combattere l’estremismo». Queste le parole del Presidente egiziano Al Sisi alla notizia dell’ attentato contro la Moschea sufita di Rawdah, nel nord del Sinai.

305 i morti, di cui 27 bambini. Un bilancio agghiacciante se si considera la crudeltà con cui i terroristi hanno assalito il luogo di culto, durante la preghiera del Venerdì. Attentato che giunge dopo quello di aprile, altrettanto sanguinoso, contro una chiesa cristiana copta. Immediata la reazione del regime egiziano che ha convocato i responsabili degli apparati di sicurezza ed ha dato il via a raid aerei contro le postazioni di jihadisti nel Sinai.

Ma quali conseguenze avrà questo attentato, l’ ennesimo, sul regime di Al Sisi? Quali le reazioni del regime nei confronti del terrorismo? Ne abbiamo parlato con Silvia Colombo, Responsabile del programma “Mediterraneo e Medioriente” dell’ Istituto Affari Internazionali.

L’ attentato, avvenuto venerdì, nel Nord del Sinai egiziano, causando ben 305 morti, di cui 27 bambini, ha colpito la Moschea di Rawdah, considerata una ‘zawia’, ossia un luogo di riferimento per i fedeli “sufi”, ossia il ramo più spirituale dell’ Islam, considerato eretico dagli estremisti. E’ dunque il sufismo, secondo lei, l’ obiettivo che i terroristi hanno voluto colpire?

E’ opportuno fare alcune considerazioni. Innanzitutto, questo atto drammatico e atroce va a colpire un Paese che, insieme ad altri nella regione, è alle prese con un fenomeno conseguente alla caduta dello Stato Islamico. Con la caduta di Mosul e di Raqqa, è iniziata una dispersione di cellule, di gruppi terroristici jihadisti che erano affiliati allo Stato Islamico e che ora vivono una fase di sbandamento oltre che di ritorno a quelli che sono i loro luoghi di origine. Lo sfaldamento dei ranghi comporta questo spostamento per trovare una nuova collocazione. E poi c’è la questione dei ‘foreign fighters’ di ritorno. L’ Egitto è sulla rotta di ritorno di questi ‘foreign fighters’ anche verso l’ Europa che è stata, sicuramente, un bacino di provenienza.  Questo è un problema che riguarda noi, ma, in primo luogo, i Paesi della regione. Il Sinai, in particolare, non è una regione casuale, ma già di per sé molto destabilizzata. In più, va detto che l’ Egitto, inteso come regime politico e apparato militare, sta attraversando un periodo molto complicato nel senso che il Paese è in una fase di profonda debolezza strutturale, nonostante l’ immagine dell’ ‘uomo forte’ Al Sisi. Quindi sono presenti tutti gli ingredienti per affermare che sarebbero andati a colpire lì. Non si tratta di un attacco nei confronti del ‘sufismo’ in quanto tale, ma di un attacco rispetto a versioni alternative dell’ Islam: in questo caso, un Islam molto pacifico, soprattutto a devozione personale, spirituale che nulla ha a che vedere con le dinamiche di gruppo molto simili a tipologie statuali che lo Stato Islamico ha messo in campo nei territori che controllava fino a poche settimane fa. Quindi, è un messaggio molto chiaro nei confronti dell’ Egitto, quale Paese che sorge su questa rotta e che già vive una situazione di forte radicalizzazione e destabilizzazione, legata al terrorismo che il regime sta tentando di combattere, non solo dal punto di vista militare; ma è un messaggio anche alla galassia dell’ Islam pacifico. Quindi è molto preoccupante perché tanti Paesi che si trovano nella stessa posizione potrebbero divenire oggetto di attacco. Non si tratta di un attacco individuale o di un lupo solitario, ma di una replica di dinamiche ben organizzate che fanno capo a quella che fino a non molto tempo fa era la strategia dello Stato Islamico, anche nei territori che controllava.

L’ attentato contro la Moschea in Sinai segue quello, avvenuto ad aprile, contro la chiesa dei cristiani copti. Sono dunque eventi che si configurano come ‘destabilizzanti’ per la Presidenza di Al Sisi?

Certamente. Sebbene non immediato, è un risvolto nel senso che il regime di Al Sisi è già fortemente indebolito al proprio interno ed ha difficoltà a controllare il territorio: la guerra che Al Sisi sta conducendo contro le cellule radicalizzate in Sinai va avanti da parecchi anni e ancora non è riuscito a conseguire l’obiettivo. Anzi, con questa ondata di dispersione dei combattenti jihadisti provenienti da Siria e Iraq, probabilmente si intensificherà ulteriormente. Da questo punto di vista, possiamo aspettarci una risposta anche molto violenta da parte del regime di Al Sisi. Sicuramente è un segnale della debolezza del Paese. Non è l’ unico in quanto se consideriamo altri, come la Tunisia, questa vive in una situazione ancor più precaria perché non ha capacità di difendersi, come si è visto negli attacchi del 2015. Siamo, quindi, in una fase molto problematica in cui la vittoria contro lo Stato Islamico in Siria ed Iraq è sicuramente importante, ma questo non significa che il fenomeno sia debellato, ma, anzi, pone dei rischi ben maggiori rendendo più difficile mantenere il controllo.

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