sabato, Dicembre 14

Egitto: in Sinai attacco al monastero di Santa Caterina, un messaggio per al-Sisi

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A 10 giorni dall’arrivo nel Paese di Papa Francesco, atteso per una visita storica il 28 e 29 aprile, e a poco più di una settimana dall’ultimo attentato jihadista che aveva colpito i cristiani copti nella domenica delle Palme, provocando 46 morti, un nuovo attentato ha ferito l’Egitto. Questa volta sotto attacco un luogo simbolo per i cristiani ortodossi, e in genere per tutti i cristiani, il monastero di Santa Caterina. Dedicato a Santa Caterina d’Alessandria, fondato nel sesto secolo e situato ai piedi del Monte Sinai, il più antico monastero cristiano ancora esistente, dal 2002 inserito nei siti del patrimonio Unesco e considerato un luogo sacro delle tre maggiori religioni monoteiste.

Un poliziotto è stato ucciso e altri 4 feriti in una sparatoria a 800 metri dall’ingresso del monastero di Santa Caterina, nel sud del Sinai. La sparatoria si è verificata ad un checkpoint della sicurezza. L’attacco è stato condotto da «diversi uomini armati», scrive il Ministero dell’Interno egiziano su Facebook. Le forze di sicurezza hanno risposto al fuoco, «ferendone alcuni» e «costringendoli a fuggire»«L’attacco che ha avuto luogo vicino al monastero di Santa Caterina, nel Sud Sinai, è stato condotto da combattenti dello Stato islamico», ha rivendicato l’agenzia di propaganda ‘Amaq’ dell’ISIS.
Secondo una fonte dell’agenzia stampa ‘Reuters’, le forze di sicurezza erano state messe in allerta su tutto il sud del Sinai, destinazione turistica molto importante per le svariate mete dei turisti che scelgono il Mar Rosso.

Gli attacchi alle forze di sicurezza egiziane nel Sinai da parte dell’ISIS sono all’ordine del giorno, ma un attacco contro Santa Caterina appare come sfida aperta al Presidente Abdel Fattah al-Sisi, che si è impegnato a proteggere la minoranza religiosa come parte della sua campagna contro l’estremismo, e, contestualmente, ha una forte carica simbolica per quel che il monastero rappresenta per i cristiani, e per essere di per se un luogo simbolo del Paese.
L’Egitto ha da anni combatte gli estremisti islamisti nel nord del Sinai, in particolare dopo la destituzione del Presidente Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani nel 2013, mentre gli attacchi a sud del Sinai sono stati fino ad oggi abbastanza rari.
La prossima visita di Papa Francesco, il fatto che a breve la Russia dovrebbe decidere se ripristinare i voli per Sharm el-Sheikh  -fermi da dopo che, nel 2015, un aereo di linea russo è stato abbattuto provocando 224 morti-, ripristino che avrebbe un valore simbolico importantissimo per la cruciale industria del turismo in forte crisi proprio causa il terrorismo, è evidente che l’attacco a pochi metri dall’ingresso di Santa Caterina non pare possibile rubricarlo come uno dei tanti attacchi alle forze di sicurezza egiziane nel Sinai, piuttosto pare un segnale degli islamisti dell’IS a Al-Sisi.
A poche ore dagli attentati della domenica delle Palme, Israele aveva deciso di chiudere il valico di confine con l’Egitto di Taba per timore che nuovi attentati potessero prendere di mira cittadini dello Stato ebraico nella Penisola del Sinai, e l’Ufficio anti terrorismo del Consiglio Nazionale di Sicurezza israeliano aveva lanciato un appello ai cittadini dello Stato ebraico a non recarsi nel Sinai e a fare immediato ritorno in caso si trovassero in quell’area, destinazione molto popolare per i turisti israeliani, sottolineando «la gravità della minaccia terroristica».

Secondo alcuni analisti, il controllo del Sinai rappresenterebbe l’obiettivo dello Stato Islamico, dopo aver perso Raqqa. Altresì, come sottolinea Eric Trager del Washington Institute  in un report pubblicato sulla piattaforma di analisi ‘The Cipher Briefmalgrado al-Sisi abbia dichiarato guerra al terrorismo  fin dal luglio 2013, quando l’Esercito egiziano, guidato dall’allora Ministro della Difesa Abdel Fatah al-Sisi, ha risposto a proteste di massa destituendo il primo Presidente democraticamente eletto del Paese, il leader dei Fratelli Musulmani Mohamed Morsi, i jihadisti nel nord del Sinai sembrano diventati più capaci, più letali, e meglio collegati e le dinamiche politiche interne dell’Egitto rendono improbabile che a breve l’Esercito egiziano possa adottare una strategia più efficace contro ISIS nel Sinai, non ultimo perché al-Sisi continua apparire concentrato in primo luogo a combattere la Fratellanza Musulmana, della quale ha decimato l’infrastruttura sociale e politica e i cui presunti collegamenti con il terrorismo, secondo gli analisti, restano non provati.
L’Esercito egiziano ha iniziato una grande operazione contro i jihadisti nel nord del Sinai nel settembre 2013, ma gli attacchi costanti nella regione sembrano dimostrare che l’operazione militare non riesce nei suoi obiettivi.

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