venerdì, Dicembre 13

Egitto, elezioni deludenti Il Cairo costretto a prolungare il voto. Da Bruxelles invito a Mosca perché cooperi con Kiev

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Probabilmente sanciranno comunque la vittoria dell’ex Ministro della Difesa ‘Abd al-Fattā al-Sīsī, ma l’esito delle elezioni che si stanno svolgendo in Egitto non potrà certo essere definito un trionfo. La ragione consiste esattamente nel fatto che esse siano ancora in atto: originariamente previste nei giorni di lunedì e martedì, le elezioni sono state prorogate di altre ventiquattro ore a causa di un’affluenza decisamente scarsa. Solo il 37% dei 53 milioni di egiziani chiamati al voto si è effettivamente presentato, nonostante il costo dell’astensione sia una multa di 500 lire egiziane, ossia più di 50 euro. La decisione, di cui non sono comunque state date spiegazioni ufficiali, non è risultata gradita all’entourage del principale avversario di al-Sīsī, il nasserista Hamdin Sabahi. Ciononostante, la sua portavoce Heba Yasine ha comunque dichiarato ad ‘Aki-Adnkronos’ che i sostenitori di Sabahi resteranno «speranzosi fino a che non verranno chiusi i seggi».

Se i sorprendenti dati egiziani fanno passare in secondo piano, per un giorno, la quotidiana violenza nel Paese, la tensione rimane costante nella confinante Libia. Se gli appartenenti alle forze ribelli che contribuirono alla destituzione del Presidente Mu’ammar Gheddafi denunciano un raid aereo su campi di addestramento islamici ad ovest di Bengasi da parte del Generale dissidente Khalifa Haftar, il Governo statunitense considera ormai la situazione talmente «imprevedibile ed instabile» da consigliare ai propri cittadini ivi presenti di lasciare «immediatamente» il Paese ed invitare i viaggiatori alla consapevolezza del fatto che «essi potrebbero essere rapiti, attaccati o uccisi». L’invito arriva il giorno dopo l’attacco alla casa del nuovo Primo Ministro Ahmed Miitig. Oggi, nella più ‘democratica’ Tunisia, è invece la casa del Ministro dell’Interno Lotfi Ben Jeddou ad essere stata oggetto di un attacco «terroristico». Secondo il suo portavoce, il politico non era in casa quando gli attentatori hanno aperto il fuoco, ma questi ultimi hanno comunque ucciso quattro agenti di polizia.

È stato invece un assalto dettato dalla disperazione quello compiuto alla frontiera dell’enclave spagnola di Melilla, nel nord-est del Marocco, da oltre un migliaio di migranti. Di questi, sono 500 quelli che sono riusciti ad oltrepassare le barriere. In realtà, si tratta di un evento abbastanza frequente per la città autonoma di Melilla, così come per l’altro insediamento spagnolo in territorio marocchino, Ceuta. Tuttavia, con alcune fonti che parlano addirittura di 2000 persone sotto le barriere alte sei metri, questo sembra essere il maggior tentativo di varcare il confine dal 2005.

L’Unione Europea, però, continua a guardare ad est. Passate le elezioni europee, l’attenzione torna all’Ucraina ed il vertice informale dei Capi di Stato e di Governo dei 28 Stati membri tenutosi oggi a Bruxelles lo dimostra. Una dichiarazione congiunta chiede infatti alla Russia che «cooperi con il nuovo e legittimo Presidente ucraino, prosegua nel ritiro delle sue forze armate dai confini e usi la sua influenza sui separatisti per arrivare a una de-escalation della situazione nella parte orientale del Paese». La dichiarazione giunge nello stesso giorno in cui uno studio della Commissione Europea illustra come un possibile arresto delle forniture russe di gas in inverno colpirebbe la quasi totalità dell’Unione, «eccetto la Penisola iberica e la Francia del Sud». E proprio il Presidente francese François Hollande (peraltro tra i maggiori sconfitti del voto di domenica) avrà l’occasione di ammansire il suo omologo russo Vladimir Putin il 5 ed il 6 giugno, quando quest’ultimo si recherà in Francia per commemorare l’anniversario dello sbarco in Normandia. Da Washington, intanto, il Presidente Barack Obama smentisce l’ipotesi che sull’Ucraina stia avendo luogo una nuova Guerra Fredda e, contestualmente, riafferma verbalmente il primato di potenza statunitense.

Ma sui destini del Paese est europeo iniziano a sentirsi anche gli effetti delle elezioni di domenica scorsa. A partire dalla capitale Kievil nuovo sindaco Vitalij Klyčko ha infatti ottenuto la rimozione delle tende dei presidi nella Piazza dell’Indipendenza. La richiesta era condivisa anche dal Cremlino e non ha incontrato resistenze da parte degli attivisti. La situazione rimane invece più difficile nelle oblast’ orientali: nell’autoproclamata Repubblica Popolare di Donetsk è infatti entrato in vigore il coprifuoco dalle 20 alle 6 del mattino, mentre l’esercito regolare ucraino continua ad assediare l’omonimo capoluogo, probabilmente cercando di passare dal versante settentrionale del centro urbano. Quale sia lo stato in quella parte del Paese, lo ha dichiarato lo stesso nuovo Presidente ucraino Petro Porošenko alla tedesca ‘Bild’: «l’est dell’Ucraina è in stato di guerra».

Ed in stato di guerra potrebbe scivolare anche un’altra repubblica autoproclamata riconosciuta da Mosca, quella dell’Abcasia, nel Caucaso. Manifestanti antirussi hanno oggi occupato il palazzo presidenziale e la sede della televisione a seguito di un corteo di protesta sfilato ieri nella capitale SukhumiIl Presidente Aleksandr Ankvab parla di un «tentato colpo di Stato» e la stessa amministrazione russa non nasconde le proprie preoccupazioni, dichiarando per tramite del Ministro degli Esteri di stare seguendo gli eventi «attentamente e con preoccupazione» e di considerare importante che «i processi sociopolitici si sviluppino esclusivamente lungo linee legali».

Tutto un altro tipo di separazione è quello che ha avuto luogo all’interno del movimento dei Talebani Pakistani, le cui divisioni in merito alla possibilità di negoziati pacifici col Governo hanno creato una spaccatura apparentemente insanabile. Il gruppo scissionista, originario della potente fazione Mehsud, ha affermato che «l’attuale leadership ed i suoi combattenti sono diventati una banda di sicari, coinvolti in attività non islamiche come omicidi, furti, estorsioni e rapimenti a scopo di ricatto». Nonostante le ragioni della scissione, proprio quest’ultima potrebbe essere un ostacolo in più per i piani di pace del Governo di Nawaz Sharif, come peraltro suggerisce ‘Reuters’.

Un problema, quello del terrorismo di matrice islamica, che colpisce anche la regione occidentale dello Xinjiang, in Cina. Tuttavia, le autorità locali sembrano aver scelto strade più drastiche, come illustra il processo di massa conclusosi con sentenze per 55 persone ed almeno tre condanne a morte per crimini quali ‘terrorismo violento’. Non si tratta del primo evento del genere, pur avendo attirato almeno 7000 persone al palazzo sportivo in cui ha avuto luogo. Pechino si muove infatti con la stessa logica anche in previsione dell’anniversario della strage di Piazza Tienanmen: ad una settimana dal 25° anniversario, sono almeno una sessantina le persone detenute segretamente senza accuse formali, i cui nomi sono stati comunque resi pubblici dal sito del gruppo Human Rights in China. Ad essi vanno aggiunti inoltre i numerosi arresti e fermi per interrogatorio. Non sembra invece che la Cina debba preoccuparsi per quanto accade nel Mar Cinese Meridionale, almeno nel breve periodo: il Giappone ha annunciato che non potrà inviare immediatamente navi di pattuglia a sostegno del Vietnam nelle contese che vedono opposta Hanoi a Pechino. La ragione addotta dal Primo Ministro Shinzō Abe riguarda le difficoltà che la Guardia Costiera giapponese affronta già nell’adempimento dei propri compiti di sorveglianza.

Mentre in Cina, come scritto, si assiste ad un aumento del numero di arresti, nell’opprimente regime militare instaurato in Thailandia tornano invece liberi alcuni leader del movimento delle camicie rosse, sostenitori dell’ex Primo Ministro Thaksin Shinawatra detenuti da giovedì scorso.

È stato invece sospeso dal Vaticano il sacerdote messicano Eduardo Córdova, i cui abusi sui minori sembrano concorrere in orrore con quelli del defunto Marcial MacielNon avrà però luogo l’incontro di Papa Francesco con le vittime di abusi sessuali da parte di sacerdoti cattolici, annunciata in settimana dallo stesso pontefice per i primi di giugno. In un’intervista a ‘Radio Vaticana’, il portavoce Padre Federico Lombardi ha dichiarato che ci sarebbe stata una «leggera confusione» e che nessuna data sarebbe stata fissata per l’evento.

 

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