martedì, Ottobre 20

Egitto: da Mubarak ad Al-Sisi: 7 anni per niente? Ne parliamo con Giuseppe Dentice, analista esperto di Nord Africa e Medioriente dell’ ISPI.

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Dopo l’annuncio del ritiro dalla corsa alla carica di Presidente di Ali, Anan, Shafiq, cosa dovremo a questo punto aspettarci alle prossime elezioni presidenziali egiziane? 

Se si ritireranno tutti i candidati, è probabile che Al-Sisi vincerà. Il punto è capire se la questione diventerà sempre più farsesca, o meno. Nel senso che ci sia almeno un candidato, seppur di facciata, per dare un minimo di parvenza di regolarità. Se vengono meno tutti i candidati, fuorché Al-Sisi, c’è il rischio che si torni ai referendum presidenziali degli anni ì80-’90 dell’era mubarakiana. Il concreto pericolo in realtà è quello di fare dei passi indietro, e di rendere la primavera araba solo un lontanissimo ricordo.

Qual’è il ruolo dei militari?

Il ruolo dei militari è storico, sono l’Istituzione per eccellenza in Egitto. Tutti i Presidenti, fatta eccezione di Morsi, sono stati militari, e questo dato dovrebbe già da solo dare una risposta. Inoltre, i militari gestiscono non solo il potere militare, ma anche quello politico ed economico. Sono un importante fattore economico che controlla circa il 30% del PIL egiziano, parliamo di svariati miliardi di dollari. L’esercito, quindi, rappresenta una forza totale capace di garantire a suo modo stabilità e prosperità a seconda del contesto locale. Negli anni di  Mubarak i militari hanno gestito il potere insieme ad altre forze, soprattutto civili, nel tentativo di contenere seppur minimamente la loro invadenza e preponderanza nel Paese. Con Al-Sisi l’Egitto si trova più o meno sulla stessa lunghezza d’onda, ossia i militari sono l’istituzione preponderante, ma c’è anche la polizia, la Magistratura e alcune forze economiche. Di queste ultime ne fanno parte alcuni oligarchi come per esempio Dawil, un magnate dell’industria privata egiziana. Si tratta di personaggi importantissimi. Quindi, le dinamiche politiche del Paese sono influenzate da un insieme di più fattori e di più soggetti. Non siamo di fronte a una dittatura a tutti gli effetti, ma ci troviamo comunque di fronte a un esempio di autocrazia con diversi limiti, la cui parvenza è molto poco democratica. 

Qual è la reazione dell’elettorato al ritiro di tutti i candidati dell’opposizione? In Egitto c’è un elettorato libero, un’opinione pubblica, una libera stampa e un’opposizione libera?

Sicuramente, per quel che rimane come stampa libera o comunque fonti contro il regime, anche il ritiro di Anan e Ali hanno lasciato parecchi strascichi. Chiaramente l’elettorato non è coeso, nè ripone fiducia solo e unicamente nella figura di Al-Sisi. Come qualsiasi tipo di elettorato arabo, o anche europeo, quello egiziano  è sensibile a determinate situazioni. Proprio quest’ultime incidono sulla scelta – o meno – di un candidato Presidente o Primo Ministro, e in tal senso gioca un ruolo fondamentale il programma elettorale. Quest’ultimo si basa su promesse di tipo economico, di stabilità in generale, ma soprattutto al terrorismo. Questo era di fatto il programma di Al-Sisi 4 anni fa, e lo sarà ancora oggi. Finché si batte il ferro su questo fattore – terrorismo -, è possibile che l’elettorato si mostri ancora interessato. Il punto non è tanto andare o meno a votare, o nella scelta di un candidato piuttosto che un altro, ma quanto realmente l’elettorato sia portato a sviluppare un interesse verso determinati candidati, o programmi elettorali, e quanto in realtà viene mistificato o forzato a votare. È proprio per questo che è molto importante capire se ci sarà almeno un candidato di facciata per evitare che diventi una sorta di referendum personale sul Presidente uscente. 

Proprio oggi, 25 gennaio, ricade il settimo anniversario della caduta di Mubarak. Considerando l’Egitto di allora, e l’Egitto invece di oggi, che cosa è cambiato e cosa invece è rimasto invariato?

Il Paese sostanzialmente è cambiato, e anche tanto. Si potrebbe anche dire, per assurdo, che è cambiato al contrario, quasi come fosse tornato allo stato precedente. L’ Egitto è cambiato nella sostanza, e nei fatti. Basta solo pensare alla destituzione di un Presidente forte come Mubarak, al processo di transizione molto blando, alle elezioni più o meno libere, e al fatto di aver avuto delle opportunità di scegliere comunque un candidato dei fratelli musulmani. Possiamo dire che questi sono fattori positivi, e che la rivoluzione ha portato discontinuità e innovazione nella possibilità di scegliere.

Che cosa ne rimane oggi?

Ne è rimasto molto poco, soprattutto lo spirito critico e di contestazione di quegli anni, e parliamo solo di 7 anni fa. Per il resto il Paese ha imboccato una pericolosa retromarcia verso il passato. Il pericolo maggiore è che questa tendenza possa favorire il principio di nuovi fenomeni di protesta sociale, i quali – se non controllati – potrebbero a sua volta sfociare in nuove proteste, e chissà se non anche rivoluzioni. Nessuno se lo augura naturalmente, però è chiaro che il malcontento sociale, considerando il suo stadio attuale in Egitto, è sempre difficile da gestire.

Da cosa è dovuto il malcontento sociale?

L’economia non funziona, il Paese è soggetto a diverse minacce terroristiche e non si è democratizzato come si sperava. Ci sono, quindi, molteplici sfide e fattori che minano la salvezza del regime stesso, nonché una sua narrativa per lo sviluppo di un Paese ideale e forte, come in realtà non è.

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