mercoledì, Agosto 21

#EDD19 Giornate Sviluppo: persone prima che migranti A Bruxelles, si discute di migrazioni: i giornalisti sono chiamati a prendersi le loro responsabilità e agire subito!

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Le EDD 2019 (Giornate dello Sviluppo) sono questo: combattere le disuguaglianze, sempre e ovunque. Anche in un contesto così complesso come la migrazione. Un fenomeno che ha ‘inbruttito’ il discorso politico europeo, che lo ha polarizzato tra chi accoglie e chi chiude i porti. Due visioni del mondo divergenti, due prospettive che sembrano arrivare da due mondi diversi. Ecco perché, a Bruxelles, abbiamo seguito il dibattito su come modificare la narrazione giornalistica per meglio informare meglio i lettori sulle migrazioni nel mondo.

La moderatrice, Jara Henar, lavora per un’organizzazione civile spagnola, Alianza por la Solidaridad, che lotta contro le disuguaglianze e contribuisce alla protezione dei diritti umani in America Latina, Africa, Medio Oriente ed Europa. Secondo la giovane attivista spagnola, “i giornalisti devono lasciare la parola ai migranti per potere veramente mostrare la complessità del fenomeno migratorio.

Appunto, i giornalisti, quelle strane creature che scrivono e comunicano, ma mai come ora devono fare attenzione alle loro parole – o almeno così ci hanno avvertito i relatori del dibattito su “il giornalismo contro la comunicazione ingannevole sulla migrazione”. Un momento di riflessione sulle responsabilità e sulle sfide che la corrente situazione sociopolitica impone al mondo del giornalismo.

Un dibattito in cui tre voci hanno saputo parlare con coscienza di realtà lontane geograficamente, ma tanto vicine alla loro vita. Simona Carnino, giornalista freelance, ha vissuto negli ultimi otto anni tra l’America Latina e il Centro America, dove ha realizzato il documentario SOMOS durante la migrazione di massa verso gli USA. “Dobbiamo mutare il modo di raccontare le storie di queste persone per poter comunicare e condividere la loro vera identità. Dobbiamo andare oltre la nostra prospettiva di europei per raccontare la loro storia come se fosse un racconto biografico”.

Pieter Stockmans, giornalista del MO* Magazine, ha seguito da vicino il viaggio di molte famiglie, di cui una parte provenienti dalla Siria, per dare loro “una personalità e fare da mediatore tra i migranti e chi legge. Ho seguito una famiglia che ha viaggiato 40 ore per mare, da Alessandria d’Egitto fino a sbarcare in Sicilia. In quell’occasione, io ero in Sicilia insieme ai figli di quella famiglia, aspettando di vedere la loro barca all’orizzonte. Al tempo era ancora attivo Mare Nostrum. Al tempo le autorità italiane ancora salvavano le vite delle persone e lo facevano con la massima professionalità”.

Stockmans, però, non ha solo seguito la traversata del Mediterraneo. Infatti, ha seguito quella famiglia nel suo viaggio verso la Francia – nel tentativo di raggiungere i Paesi continentali per riunirsi con i propri parenti e avere più possibilità di vivere dignitosamente. Ho scritto della crisi migratoria ancora prima che l’Europa si accorgesse della sua esistenza, ancora quando la Turchia non applicava la Convenzione sui rifugiati – non concedeva nessuna casa, nessuna istruzione o procedura per la richiesta di asilo, anzi, veniva sfruttata nel lavoro e nel pagamento dell’affitto”.

Andrea De Georgio, giornalista freelance, conosce bene l’Africa dell’Ovest: vive dal 2012 tra Mali e Senegal, nella regione “da dove emigra la maggior parte dei migranti che provano ad arrivare in Europa”. Anche lui è un migrante, un migrante economico che si è spostato per trovare un lavoro come giornalista. Nel suo lavoro si occupa spesso di migrazioni e spesso non si trova d’accordo con la discussione in Europa: “l’ingannevole narrativa odierna sulla migrazione è dovuta a una prospettiva distaccata e ‘occidentale’, che guarda al proprio giardino. Dobbiamo mettere le persone e i loro sentimenti al centro del nostro lavoro giornalistico ed evitare stereotipi dovuti alla nostra visione eurocentrica.

Insomma, il giornalismo è responsabile per l’informazione degli elettori e dell’opinione pubblica: una funzione didattica che ha bisogno di una riforma strutturale. “In Europa ci concentriamo su un approccio esclusivamente politico, di fatto, de-umanizzando e sequestrando la prospettiva personale dei migranti”. De Georgio suggerisce ai giornalisti di “scrivere per avvicinarci ad un approccio più personale e vicino a quelle persone che migrano”.

Carnino si concentra, invece, su due aspetti cardini: la narrazione e le immagini. “Il giornalismo deve lavorare per dare l’idea di quanto sia difficile migrare e sopravvivere nella disuguaglianza. Noi europei possiamo usare i ponti per passare da uno Stato all’altro, mentre loro devono guadare i fiumi e lottare per passare i confini naturali e statali”. E continua suggerendo ai giornalisti di “distribuire un’immagine accurata delle persone, che rispetti la dignità umana e la volontà dei migranti. Noi giornalisti siamo tentati di rappresentarli come vittime sofferenti, ma non deve essere così”.

Infine, Stockmans ricorda quanto la logica del profitto pubblicitario nei principali giornali, ultimamente, abbia premiato le notizie sensazionalistiche – ovvero quelle che fanno click e aumentano i soldi fatti con la pubblicità a lato del sito. “Questo lo si nota soprattutto su Facebook, dove le notizie sensazionalistiche generano più commenti e mi piace. Questa dinamica sottesa, sicuramente, non promuove un’adeguata e conscia narrazione del fenomeno migratorio”.

“Il compito dei giornalisti dovrebbe essere descrivere l’impatto che le azioni politiche hanno sulla vita delle persone”, conclude Stockmans. “Il giornalismo deve responsabilizzare e informare gli elettori e deve sottolineare la forte disuguaglianza che le politiche messe in atto producono.

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