sabato, Dicembre 14

#EDD19, Sahel: il Mali è sordo, ma ascolta le donne e la radio Il Mali, distrutto dalla guerra, prova a ripartire con donne e informazione indipendente, ne parliamo con Andrea De Georgio e Nene Konate

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Alle Giornate dello Sviluppo (EDD 2019) di Bruxelles il Presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, riporta sui socials che «serve un Piano Marshall per l’Africa da finanziare con il prossimo bilancio UE», così da dare «opportunità agli africani nelle loro terre» e «ridurre i flussi migratori». L’Unione Europea guarda all’Africa come un partner strategico e commerciale d’eccezione, ma spesso l’opinione pubblica e qualche Stato nazionale la vedono più come una bomba migratoria da disinnescare.

Il marcio lo possiamo vedere da entrambe le parti: l’imperialismo europeo e il neo-nazionalismo di estrema destra. Ma, in ogni caso, l’Africa continua a vivere e a lottare per risolvere i suoi problemi interni. Nel Sahel, in Paesi come il Mali, la società civile suda e spera per pace e sicurezza. Donne e giornalisti sono in prima linea, consci del passato e aperti al futuro.

Il Mali è un gigante nel Sahel, un Paese al centro dell’Africa dell’Ovest che dal 2012 affoga in un’interminabile guerra civile tra etnie e gruppi armati. 18 milioni di abitanti, ex colonia francese, sette etnie principali e un’instabilità politica che sembra insanabile. “La situazione dall’operazione franco-maliana del 2013 ad oggi è andata deteriorandosi sempre di più”, ci informa Andrea De Georgio, giornalista italiano freelance che vive da anni tra Mali e Senegal.

“Il lavoro delle ONG è limitato in tutta la regione. Intanto, le crisi umanitarie, le crisi alimentari e la violenza aumentano il senso di abbandono delle popolazioni locali che sono sempre più emarginate”. Il quadro dipinto da De Georgio non è di certo il più roseo, ma tra le aule delle EDD 2019 qualcuno propone una soluzione al conflitto.

Nene Konate, Executive Directore del Malian Institute of Action Research for Peace, parla convinta ed ispirata del ruolo che le donne possono avere nel processo di pace, per portare il Paese fuori da questo incubo armato. Le donne hanno un grande potere sugli uomini grazie al livello di fiducia e di confidenza che mantengono. Soprattutto i bambini, spesso vittime di violenza, possono essere aiutati dalle donne grazie al loro ruolo materno di estrema fiducia. Abbiamo bisogno di un processo partecipato, costruttivo e inclusivo per uscire dalla crisi: serve la partecipazione della base che vive veramente la crisi – ovvero delle donne, dei giovani e dei bambini”.

La soluzione che propone passa per la società civile, attraverso la società femminile che è poco rappresentata nelle istituzioni e nelle forze armate – anche se dal 1960 ad oggi si sono compiuti passi in avanti (dal 1 per cento al 24 per cento di deputate donne sul totale). “Dobbiamo rinforzare il ruolo delle donne per dare un esempio alle nuove generazioni”, sottolinea Konate. “La presenza di personale femminile non è solo una questione di diritti, ma una questione di fiducia da parte della società: le donne sono un interlocutore per il dialogo sia in politica che tra i militari.

Quindi, per ricongiungere la società civile durante questa crisi nera del Mali “sono state molte le iniziative che, in questi anni, hanno aumentato la partecipazione femminile all’interno delle istituzioni politiche, nel dibattito per la sicurezza e, anche, nelle manifestazioni pubbliche”. Konate conclude riferendoci che, in Mali, si è consolidato “il rapporto di fiducia tra le donne e quello tra  donne, personale di sicurezza e autorità. La collaborazione si è raggiunta grazie a riunioni e dibattiti molto partecipati e fruttuosi, in cui le donne hanno avuto voce in capitolo”.

Un’altra iniziativa che sembra concedere un piccolo respiro al Mali, da anni in un’apnea dolorosa, è quella di Mouhamadou Toure, giornalista alla stazione radio Studio Tamani in Mali. Alle Giornate dello Sviluppo, durante una conferenza sulla pace e la sicurezza in Sahel, ha parlato del suo progetto radio per la promozione dello sviluppo e dell’uguaglianza in Mali. “I media, in particolare la radio, in una situazione di conflitto hanno un ruolo indispensabile. La radio è il più rapido ed efficace mezzo di comunicazione: deve essere, però, indipendente e equilibrato. Durante il conflitto deve creare dialogo tra le parti e diffondere informazioni senza alimentare il corso della violenza armata”.

Studio Tamani discute l’attualità e apre il dibattito sulle questioni interne. A detta di Toure, il ruolo di media è quello di dire la verità a tutto il mondo, informare e sensibilizzare. Oggi la questione è molto delicata in Mali: devono fare molto attenzione al modo di fare notizie e verificare le informazioni. Proprio per questio, Studio Tamani è una radio indipendente e non appartiene a nessuna fazione politica. Ci ascoltano in due milioni di persone, soprattuto nel centro del Mali, dove la gente ha bisogno di informazioni”.

Ma, in un Paese dove la guerra miete vittime ogni giorno, le infrastrutture e le telecomunicazioni non sono in buona salute. Anche se, afferma Toure, “la radio raggiunge luoghi che la tv o altri mezzi non raggiungono perché la gente non ha soldi per comprarseli. Allora, la radio, che è già molto più accessibile, deve essere ancora più presente e accessibile a livello locale per alimentare il dibattito pubblico in Mali”.

Eppure, anche se possono sembrare iniziative ben radicate ed efficaci, le dimensioni e la magnitudo del conflitto maliano non sembrano lasciare spazio a questo tipo di speranze. “Il conflitto non nasce da scontri comunitari, se fosse così il ruolo delle donne sarebbe più importante e potrebbe permettere agli uomini di intendersi”, secondo De Georgio, ci sono molte potenze regionali e internazionali che coltivano interessi nella regione.

“Le donne hanno un ruolo importante all’interno della famiglia e a livello sociale, ma il loro coinvolgimento nel conflitto, per ora, è abbastanza superficiale. Tante donne che ho incontrato dicono che sono gli uomini a fare la guerra e, finché loro avranno intenzione di continuare, il ruolo delle donne rimarrà più un ‘mantra’ delle Nazioni Unite e dei processi di pace piuttosto che una realtà fattuale. Vengono organizzati gruppi di parola in tanti villaggi, le donne prendono la parola, sono coraggiose e veicolano un messaggio di pace; però, dietro questo conflitto, ci sono talmente tanti interessi locali e globali – tra cui anche la Francia – che la situazione non potrà essere risolta dalla radio e dalle donne maliane.

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