lunedì, Settembre 28

Ecuador: la revolución sempre meno indigena

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Torniamo al peso dell’estrazione e delle questioni ambientali in questa polémica?

Questo è uno degli aspetti centrali del conflitto tra le organizzazioni indigene e il Governo. Senza dubbio tra le richieste del movimento indigeno degli anni novanta c’era un cambio sostanziale nelle politiche statali sull’attività estrattiva e in particolare sugli impatti ambientali e sociali di questa politica. È necessario segnalare una doppia dinamica nella politica del correismo in quest’ambito. Da una parte c’è un cambio molto importante relazionato con il recupero del controllo nazionale su queste attività. Sebbene questo tenga dei suoi limiti, è evidente che la politica del Governo di AP ha cercato di invertire la relazione precedente che favoriva le imprese private e straniere.

Tuttavia, a un livello differente, quello dei conflitti e degli impatti locali, la situazione praticamente non si è modificata. Questo è dovuto principalmente all’importanza che queste attività hanno nell’economia nazionale e per il finanziamento del bilancio statale; di modo che l’urgenza di estrazione delle risorse naturali si è imposta come dinamica dominante, impedendo una politica che risolva i conflitti e gli impatti, che si sono andati storicamente accumulando sulle popolazioni indigene nelle zone di sfruttamento minerario e petrolifero. C’è una reale responsabilità statale rispetto alle popolazioni locali, non assolta dal correismo. Per esempio, il Governo ha cercato di modificare lo schema delle relazioni tra le imprese e le comunità che si era stabilito nella fase neoliberale, ma questo ha dato origine a una specie di statalizzazione dello stesso modello. In sintesi si tratta di un modello assistenzialista e clientelare che, lungi dal pensare politiche adeguate per il miglioramento delle condizioni di vita delle comunità indigene rispettandone le dinamiche, ha promosso misure poco pianificate con l’obiettivo di risolvere i conflitti e rendere possibile la realizzazione di progetti estrattivi.

La differenza nell’attualità è che la promozione e l’esecuzione di queste misure sono sviluppate da una istituzione statale e non più direttamente dalle imprese, ma la logica di intervento è la stessa. Questo purtroppo svilisce uno dei principi di politica pubblica che è corretto: il rinvestimento dei profitti dell’attività estrattiva nelle zone affettate da queste attività. Ciò nonostante, è importante fare distinzioni nelle posizioni delle organizzazioni in relazione a questo tema. Quello che potrebbe essere visto come una monolitica tendenza di opposizione all’estrattivismo in difesa del territorio e della natura, non è necessariamente vero nella situazione delle comunità locali. La questione è molto complessa: da una parte, non sempre siamo di fronte a un’opposizione totale, c’è una certa tendenza nelle stesse organizzazioni e comunità indigene a modificare il modello assistenzialista per ottenere un equilibrio tra le forme di vita tradizionali  e il rinvestimento dei profitti in quelle zone.

Dall’altra parte c’è una parte – forse minoritaria a questo livello – che reclama una sospensione delle attività estrattive nei propri territori. Comunque il punto fondamentale in questa discussione è che, mentre i progetti estrattivi rappresentano una sorta di ricatto perché le comunità possano avere accesso a determinati servizi pubblici (salute, educazione, casa, ecc.) che sono loro di diritto, c’è una pressione forte perché le comunità possano decidere invece in autonomia e libertà. I doveri dello Stato verso le comunità indigene non possono essere subordinati all’esecuzione di progetti estrattivi, l’accettazione delle comunità in questo senso presenta un problema di principio se esse vedono in questi progetti l’unica possibilità per accedere a servizi che fanno parte dei loro diritti, al di là della presenza o meno di petrolio o minerali nei loro territori. E senza considerare che questa logica di ricatto provoca importanti effetti sulla vita sociale delle comunità. A questo mi riferisco quando dico che il modello in fondo non è cambiato.

Lasso ha accumulato voti dei movimenti indigeni in queste elezioni?

È evidente che Lasso ha ottenuto gran parte dei voti delle aree a maggioranza di popolazione indigena. Ma c’è da dire che in queste zone già da molto tempo le popolazioni indigene votano per la destra. Non ho potuto riesaminare i dati con la dovuta attenzione, ma è comunque possibile affermare che in varie di queste province il correismo mantiene un appoggio elettorale che si mantiene costante almeno dal 2009. Quindi AP ha perso il sostegno di questi settori indigeni nei primi anni di Governo e Lasso ha incanalato questi voti nelle recenti elezioni secondo la tendenza costante di questi ultimi anni. Indubbiamente Correa e AP hanno fatto ben poco per guadagnare terreno in queste zone, anzi al contrario i loro attacchi alle organizzazioni sembrano aver consolidato il voto a destra.

Di fatto, nelle analisi più obiettive si è soliti evidenziare che la crisi delle organizzazioni ha come momento cruciale l’alleanza con il Governo di Lucio Gutiérrez del PSP (Partido Sociedad Patriótica), Governo che implementò misure destinate a dividere e indebolire le stesse organizzazioni. Uno dei primi indicatori dell’impatto di queste misure si ebbe con il posizionamento del braccio politico del movimento indigeno, il Pachakutik, a favore del PSP: partito inizialmente di sinistra, assunse come propria l’agenda neoliberale, producendo rotture all’interno delle organizzazioni e nella base. Effetti che possiamo ritenere permanenti e che si riflettono nei periodi successivi: il comportamento elettorale delle popolazioni indigene sembra mantenersi in queste elezioni a destra, e quindi potrebbe essere confluito sul suo candidato, Lasso. In ogni caso, la novità dell’ultimo processo elettorale è l’appoggio pubblico che le dirigenze e le organizzazioni indigene, insieme a quello di altre organizzazioni sociali e partiti di sinistra, hanno dato alla candidatura della destra neoliberale.

È evidente che il confronto del Governo per i temi che ho evidenziato prima spiega questo sostegno, Lasso ha ben interpretato questo malessere e le sue proposte hanno girato intorno ad un blocco della criminalizzazione promettendo un’amnistia generale per i perseguitati politici del Governo di AP, lo sviluppo di processi di consultazione previa vincolante nel caso di progetti estrattivi con la possibilità di non portarli avanti se le comunità e le organizzazioni decidessero di non approvarli, oltre alla revisione di quelli già in fase di attuazione; ha parlato quindi di ricostituzione delle scuole comunitarie che erano parte del sistema interculturale bilingue. Sembra inoltre che le organizzazioni indigene e le altre organizzazioni sociali, vedano un’opportunità strategica di ricostituirsi in uno scenario politico diverso, con un eventuale Governo della destra neoliberale.

Come pensa che si evolveranno le relazioni tra Moreno e le organizzazioni indigene?

Il recente processo elettorale ha mostrato che le posizioni dei distinti attori social e politici non cambierà nel prossimo Governo. Moreno ha proposto un politica di dialogo e di avvicinamento ‘a quelli che se ne sono andati’. Da parte loro i movimenti indigeni hanno chiesto misure chiare per dimostrare che la proposta di Moreno non è solo retorica, per esempio misure mirate a detenere la criminalizzazione delle organizzazioni. Nonostante Moreno cerchi di dare un’immagine e uno stilo differente alla sua presidenza, non incentrata sullo scontro, a mio parere il confronto si accentuerà nei prossimi anni. Anche se sembra il contrario, l’appoggio delle organizzazioni sociali e dei partiti di sinistra al correismo non è congiunturale, e l’appoggio pubblico alla destra neoliberale è il risultato di un processo di più ampio respiro: queste organizzazioni hanno optato per avvicinarsi alla strategia politica della destra praticamente dal momento in cui hanno preso le distanze dal Governo.

Attualmente ci sono due grandi forze politiche in campo: Alianza País e la destra con CREO e il PSC (Partido Social Cristiano). È altamente probabile che la sinistra all’opposizione, e al suo interno le organizzazioni indigene, rafforzi il suo ‘patto implicito’ con la destra neoliberale, anche se AP dovesse intraprendere delle politiche puntuali rivolte a risolvere il conflitto con le organizzazioni. In questo contesto, un punto fondamentale è rappresentato dalle politiche che AP promuoverà in relazione alle dirigenze e alla base del movimento indigeno. Forse AP potrebbe tentare un’avvicinamento più diretto alla base nella sua gestione di governo, ma questo porterebbe al problema del riconoscimento della rappresentatività delle dirigenze organizzative rispetto alla base, che per quanto in crisi è comunque effettiva; una volta ancora dunque emergerebbero i limiti che AP ha già evidenziato nella sua capacità di dare risposte politiche al conflitto con le organizzazioni più che amministrative e giudiziarie.

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