giovedì, Luglio 18

Ecuador: la revolución sempre meno indigena

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Con le elezioni 2017 si è conclusa la lunga presidenza di Rafael Correa alla guida dell’Ecuador. Il percorso socialista di Correa proseguirà con il suo delfino Lenin Moreno, secondo l’esito del ballottaggio dello scorso 2 aprile, ma dal 2007, anno in cui Correa arriva alla presidenza, la Revolución Ciudadana è cambiata molto. Uno dei tratti fondamentali che nel tempo è cambiato è il ruolo e il peso degli indigeni.

Correa arriva alla presidenza nel 2007, dopo un periodo di crisi economica e di instabilità politica, con un ampio appoggio dei movimenti indigeni raggruppati nella CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador). Moreno ha vinto (per un soffio) la corsa alla presidenza sostanzialmente senza l’appoggio degli indigeni, i quali in molti hanno preferito il candidato di destra Gullermo Lasso.  Il sostegno del partito politico Pachakutik (Movimiento de Unidad Plurinacional Pachakutik MUPP-18), che rappresenta la CONAIE, e la partecipazione di dirigenti indigeni al Governo hanno dato un iniziale grande impulso alla politica della Revolución Ciudadana promossa da Correa. Momento di grande importanza, in questo senso, è stata l’Assemblea Costituente che nel 2008 ha elaborato la Costituzione, ancora in vigore, che tra le altre cose riconosce le nazionalità indigene, dichiara il ‘buen vivir‘ come forma di convivenza da diffondere, proibisce l’istallazione di basi militari straniere in territorio ecuadoriano e fa della natura un soggetto di diritto. La Revolución Ciudadana accoglie sostanzialmente le molte istanze dei movimenti sociali rimaste inascoltate nelle decadi e con i governi precedenti. L’Ecuador segue altri governi latinoamericani di questi anni, nazionalizzando industrie, sospendendo concessioni estrattive a imprese straniere e il trattato di libero scambio con gli Stati Uniti, e promuovendo meccanismi di democrazia ‘diretta, partecipativa e deliberativa’. Correa, in questa fase, riesce ottenere un ampio consenso popolare su di sé e sul suo Governo, riuscendo a ridurre i tassi di povertà, incrementando gli stipendi e migliorando i servizi assistenziali.

Tuttavia, questa politica riformista arriva a un momento di rottura e di svolta, momento in cui gran parte dei movimenti indigeni e ambientalisti da suoi sostenitori diventano antagonisti. Emblematica in questo senso era stata una dichiarazione del Presidente un’intervista al giornale ‘El Telegrafo’ del gennaio 2012: «Il modello di accumulazione non l’abbiamo potuto cambiare drasticamente. Basicamente, stiamo facendo il meglio che possiamo con lo stesso modello di accumulazione, prima di cambiarlo, perché non è nostro desiderio quello di pregiudicare i ricchi, ma è comunque nostra intenzione quella di ottenere una società più giusta ed equa».

Per capire cosa è accaduto nel rapporto tra Correa, la sua rivoluzione e gli indigeni, abbiamo intervistato David Chávez, sociologo e professore dell’Università Centrale dell’Ecuador.

Professore, che cosa ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Correa e le organizzazioni indigene? Questo cambio ha coinvolto tutto il movimento o ci sono delle divisioni tra loro?

Secondo le organizzazioni indigene sarebbero almeno tre le cause del loro allontanamento rispetto al governo: la criminalizzazione della protesta sociale, la politica governativa relativa all’educazione interculturale bilingue e lo sviluppo di progetti estrattivi in territori indigeni. Ciò che le organizzazioni definiscono come criminalizzazione della protesta sociale si basa sulla denuncia della persecuzione politica, sia contro i leader delle organizzazioni, sia contro i difensori dei diritti umani e ambientali. In sostanza si fa riferimento all’inizio di processi legali contro alcuni rappresentanti di organizzazioni indigene nel quadro di importanti conflitti sociali. La questione dell’educazione interculturale bilingue deriva dalla decisione di fatto del Governo di togliere il controllo di questo sistema educativo alle organizzazioni indigene per passarlo sotto il controllo diretto dello Stato all’interno di una politica educativa generale.

La Costituzione e la gestione diretta del sistema di educazione interculturale bilingue è stata una delle conquiste delle organizzazioni negli anni novanta in seguito alle poderose mobilitazioni che portarono avanti. Le critiche delle organizzazioni a questo cambio hanno evidenziato effetti negativi in termini di accessibilità in quanto la politica del governo ha cercato di concentrare risorse e infrastrutture in punti determinati, eliminando le piccole scuole comunitarie; in ugual misura hanno segnalato che queste nuove scuole non hanno una prospettiva interculturale e bilingue.

Uno degli aspetti più citati nel conflitto tra organizzazioni e Governo è quello relativo ai progetti estrattivi.

Dal punto di vista delle organizzazioni l’impulso di questi progetti, in particolare quelli dell’estrazione mineraria, sono stati causa di gravi conflitti, e molto è legato alla criminalizzazione della protesta sociale nella misura in cui vengono attaccati i leader che difendono il territorio dai progetti di estrazione. Dal punto di vista del Governo, le organizzazioni sono viste come attori politici che difendono interessi particolari corporativi e rappresentano un certo ‘infantilismo di sinistra’.

Venendo al conflitto, dobbiamo in primo luogo dire che non c’è mai stato un appoggio chiaro e netto al Governo né da parte dell’organizzazione indigena più rappresentativa, la CONAIE, né da parte del suo braccio politico, il Pachakutik. Una certa tensione è stata sempre presente. In qualche modo, il momento di maggior vicinanza al Governo è stato in occasione del processo costituente del 2008, ed proprio questo processo ha evidenziato i limiti di questa relazione: malgrado i progressi ottenuti in termini di diritti collettivi, le organizzazioni si aspettavano che venissero portati avanti in modo più spiccato; il governo di AP, da parte sua, si rese conto che i membri di AP o di alleati politici, più vicini alle , avevano una ‘propria agenda’ che si allontanava dal progetto politico di AP.

Tuttavia, uno degli aspetti più difficili da affrontare per le organizzazioni indigene è stata l’intenzione del Governo di adempiere in modo effettivo a certe richieste dei settori popolari. Questo ha messo in crisi il fondamento della rappresentatività delle organizzazioni sociali, dato che gran parte della popolazione dei settori subalterni non è organizzata e ha ricevuto benefici diretti dalla riforma dello Stato realizzata da AP. Con molta superficialità si è soliti dire che il correismo ha applicato politiche clientelari che spiegano il maggioritario e costante appoggio che ha nei settori popolari; ma una delle particolarità del Governo di Correa è stata quella di dare priorità a politiche di carattere universale che corrisponderebbero più alla versione classica dello Stato di Benessere più che al populismo clientelare. Per quanto riguarda la criminalizzazione della protesta sociale, è certo che il Governo ha posto particolare attenzione nel procedimento giudiziario a dirigenti e ha portato avanti delle misure amministrative con l’intenzione di rendere illegali alcune organizzazioni, come nel caso della UNE (Unión Nacional de Educadores). Inoltre, c’è stata la chiusura di una ONG ambientalista, la Fundación Pachamama, e il tentativo di chiudere un’altra ONG, Acción Ecológica, che non è riuscito. Tuttavia, conviene chiedersi se queste misure sono state più legate all’intenzione di far funzionare lo ‘Stato di diritto’ che non a una politica sistematica di tipo repressivo. Cioè, il problema del Governo in questa questione è politico in quanto non ha saputo trovare canali distinti di risoluzione dei conflitti con le organizzazioni che non sia il mezzo giudiziario.

Si può anche dire che il Governo ha cercato, attraverso il procedimento giudiziario, di limitare gli atti violenti derivati dalle proteste. Per le organizzazioni tutto questo risponde a una politica autoritaria e repressiva, che farebbe supporre azioni sistematiche e arbitrarie. Ma ci sono aspetti che potrebbero relativizzare tale generalizzazione e che lasciano a lato questioni come i cambi sostanziali che il correismo ha introdotto nella risposta poliziale alla protesta sociale per esempio. Sebbene la risposta giudiziaria e le misure di dissuasione del governo possano essere ritenute eccessive, non bisogna perdere di vista che questo è accaduto quando la violenza dei conflitti ha provocato feriti e anche morti nelle file delle forze pubbliche e non necessariamente della popolazione mobilitata.

Pur riconoscendo che varie di quelle misure sembrano voler dare una lezione ai dirigenti indigeni e che il mezzo giudiziario annulla la complessità dei conflitti riducendo tutto a un “comportamento delinquenziale”, la questione non è affatto semplice. Altro tema fondamentale da tenere in conto nel conflitto tra correismo e organizzazioni sociali è legato alla riforma dello Stato promossa dal correismo, che ha configurato un ordine político significativamente differente rispetto a quello che precedente in Ecuador. Lo Stato prima era aperto alla negoziazione permanente tra i distinti attori sociali e politici. Lo Stato ecuadoriano, contrariamente ad altre realtà latinoamericane, è stato sempre uno Stato debole e ha cercato di risolvere i conflitti con la negoziazione tanto tra i settori di potere, le elite economiche per esempio, quanto con i settori subalterni. Questo storicamente ha significato che lo Stato ha cercato di dare certi spazi di potere ai settori subalterni, e il caso del sistema della educazione interculturale sarebbe l’esempio più evidente in relazione alle organizzazioni indigene. Il correismo, con il suo tentativo di istituzionalizzare uno Stato che funziona su principi universali e ‘non corporativi’ ha portato come conseguenza una riduzione di questi spazi di potere.

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