giovedì, Novembre 14

Ecuador: la quiete dopo la tempesta … forse La rivolta di ottobre è terminata, ma la crisi in Ecuador è tutt’altro che finita. Quella che si sta vivendo potrebbe essere solo una pausa. Il movimento indigeno rimane mobilitato

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La rivolta di ottobre, come è stata definita quella delle scorse settimane, è terminata, ma la crisi in Ecuador è tutt’altro che finitaQuella che si sta vivendo potrebbe essere solo una pausa. Nè è da sottovalutare quanto sta accadendo in Cile, non vi sono connessioni, ma per quanto la Cordillera de los Andes sia ben lunga, l’aria non conosce confini…. e a sorvolare l’area andina si sentono turbolenze non da poco.

Ci sono voluti 11 giorni di cortei, proteste, repressione e guerriglia urbana prima che il Governo ecuadoriano si decidesse a fare dietrofront sulla manovra economica annunciata a inizio ottobre, dal Presidente Lenín Moreno, che prevedeva, tra l’altro, l’eliminazione dei sussidi statali ai combustibili. Una decisione che ha immediatamente risvegliato lo spirito rivoluzionario degli indigeni, guidati dalla Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE), che, dopo aver cercato invano un avvicinamento con l’Esecutivo, hanno deliberato la mobilitazione di tutte le loro comunità, che hanno risposto riversandosi nelle strade principali del Paese, provocando blocchi stradali e ‘l’invasione’ della captale, Quito, da parte di migliaia di manifestanti indigeni che il Governo è stato incapace di prevedere e poi gestire.

Agli indigeni che chiedevano l’abrogazione del decreto 883 che stabiliva, appunto, la liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel, il Governo ha risposto con un secco e perentorio ‘no’. L’Esecutivo ha così avviato un pericolosissimo braccio di ferro con quelle che sono considerate, e a ragione, le forze vive del Paese.
Facile prevedere, eccetto che per il Presidente Lenin Moreno ed il suo gabinetto, che si sarebbe presto innescata una escalation della violenza che in Ecuador non si vedeva più dagli anni ‘90. E così lo Stato, impietrito e, soprattutto, soggiogato da un prestito di quattro miliardi e passa di dollari erogato dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha decretato lo stato d’eccezione, con i militari che, insieme ai poliziotti, dovevano assicurare la tenuta democratica della Nazione.
Ma la storia insegna, almeno in Ecuador, che quando gli indigeni si mettono sul piede di guerra difficilmente non raggiungono i propri obiettivi, e così la situazione è diventata subito difficile per il Presidente della RepubblicaA Moreno non resta che decretare il coprifuoco e fuggire a Guayaquil, capitale economica dell’Ecuador, dove si concentrano i poteri economici reali del Paese, città dove Moreno poteva contare anche sul sostegno dell’ex sindaco e indiscusso leader politico della città costiera, dove la popolazione si è schierata a suo favore, e si è espressa contro il movimento indigeno. Gli indigeni non solo non sospendono le proteste nella capitale, ma, anzi, le intensificanodecisi a riprendersi il Paese. Purtroppo, come da copione, con la repressione arrivano anche i morti: 8 secondo la ‘Defensoria del Pueblo’, 6 secondo il Governo, oltre ai feriti e a un migliaio di persone arrestate.

Quito era precipitata in pochissime ore nel caos e nell’anarchia. I manifestanti, infatti, che non si riusciva a controllare nonostante cariche e gas, avevano ormai messo sotto scacco tutte le autorità del Paese, ma anche la popolazione innocente, visto che ai manifestanti si erano mischiati delinquenti comuni e ladri che, approfittando della situazione, saccheggiavano interi quartieri.

Nella notte del 12 ottobre l’Ecuador ha temuto non solamente la caduta del Governo ma la guerra civile. Sono state improvvisate ronde armate dei cittadini a protezione delle stesse loro vite e proprietà. Esercito e Polizia non avevano più il controllo del Paese, anzi, molti di loro sono stati fatti prigionieri dai manifestanti per scambiarli con i manifestanti fatti prigionieri dalle Autorità.
A Quito si è rischiato di consumare un dramma di proporzioni immani, mentre il Presidente si trovava al sicuro a Guayaquil.

Per tutto ciò sono molti gli analisti che credono che il Presidente non si sia comportato come avrebbe potuto e dovuto fare. Non bastasse, Moreno invece di assumersi le responsabilità del caso, ha preferito incolpare delle rivolte l’ex Presidente Rafael Correa ed il Presidente venezuelano Nicolás Maduro (qualcuno vicino a Moreno ha persino insinuato che anche i russi potrebbero aver avuto un ruolo).

Alla fine Moreno ha dovuto decidere di dialogare con i dirigenti indigeni che, in diretta televisiva, si sono confrontati con il capo di Stato, esigendo e ottenendo l’abrogazione del decreto 883. Un vero colpo basso per l’Esecutivo, che non è riuscito imporsi e imporre le direttive del FMI, corresponsabile, secondo alcuni, della crisi sociale che è scoppiata nel Paese.

L’accordo raggiunto ha fatto tirare un sospiro di sollievo al Paese, ma i problemi sono ancora tutti lì sul tavolo. E lo scontro pare solo rimandato, secondo molti osservatori latinoamericani, il conflitto che si è chiuso non è che un altro episodio di un conflitto storico. Il movimento indigeno rimane mobilitato e permangono dubbi sulla portata reale dell’accordo raggiunto tra Conaie e il Presidente, Nè è chiaro come l’FMI abbia reagito al passo indietro di Moreno e quali azioni deciderà intraprendere, quale effetto avrà l’abrogazione del decreto sui prestiti già concessi.
Malgrado il decreto sia stato ritirato, rimangono, dunque, molte incognite, anche perché il Governo non è nuovo a non mantenere la parola data.

Le parti si sono impegnate e lavorare in commissioni miste per studiare le alternative al decreto ritirato volte a risanare l’economia nazionale. In queste ore gli indigeni accusano il Governo di aver delegato personaggi di secondo piano per intervenire per parte governativa in queste commissioni. A ciò si aggiunge una sorta di ‘caccia alle streghe’, partita subito dopo l’accordo, con tanti arresti di oppositori politici, uomini vicini a Correa. Arresti supportati da prove così poco convincenti da costringere il Governo messicano a ospitare nella propria sede diplomatica di Quito molti esponenti dell’opposizione, a cui si vuole concedere persino l’asilo politico, provocando una tiepida crisi diplomatica tra i due Paesi.

A ciò si aggiunge il fatto che il Presidente ha deciso di far fuori tutto l’alto comando delle Forze Armate, insoddisfatto di come queste hanno operato nel corso della rivolta. Per altro c’è da sottolineare che nelle precedenti rivolte popolari, concluse con la destituzione di Abdaláh Bucaran (nel 1997), Jamil Mahuad (nel 2000) e Lucio Gutiérrez (nel 2005), e secondo alcuni anche in questa, le Forze Armate hanno avuto un comportamento controverso, anche perché molti militari provengono dalle fasce più povere della popolazioneC’è chi sussurra che il Presidente sarebbe convinto di una loro qualche partecipazione al tentativo di golpe firmato Correa-Maduro che Moreno ha deciso essere la motivazione ufficiale di quanto accaduto.

E così, dopo una settimana di ‘pace’, rimangono e si riaffacciano interrogativi e diffidenza, mentre Moreno ha iniziato, venerdì, a varare l’aumento delle tasse ai più ricchi, ma al contempo si è detto determinato a portare avanti un piano che riesca ostacolare il contrabbando dei combustibili, facendo riaffiorare i timori che 11 giorni di caos, morti, prigionieri e l’economia in ginocchio,forse per qualcuno non sono stati sufficienti.
Secondo alcuni analisti, lo scontro, che potrebbe nuovamente sfociare in qualcosa di molto simile a una guerra civile, è solo rimandato. E sulle Ande ecuadoriane per ora al condor non è dato spiccare il volo.

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