giovedì, Novembre 14

Ecuador: il trionfo di indigeni e buon senso Il Governo dell'Ecuador e i leader indigeni hanno raggiunto un accordo, ma che la crisi del Paese sia chiusa pare presto per dirlo. La questione indigena per il Presidente Moreno non sembra conclusa

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Di trattative si sussurrava da giorni, trattative segrete e dunque sempre smentite fino all’ultimo giorno dai due protagonisti della crisi che da dodici giorni sta attanagliando l’Ecuador. L’apertura ufficiale delle trattative c’è stata sabato, quando la Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE) ha annunciato di avere accettato di partecipare aldialogo direttoproposto dal Presidente Lenin Moreno, dopo, ha precisato, un processo di consultazione con comunità, organizzazioni, popoli, nazionalità e organizzazioni sociali.
Ieri, poi, finalmente, l’ufficializzazione: il Governo dell’Ecuador e i leader indigeni hanno raggiunto un accordo per mettere fine a dodici giorni di violente proteste di strada, di vera e propria insurrezione indigena, proteste esplose per contestare le misure di austerity messe in atto da Quito per ottenere un prestito di 4,2 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).  Dopo 12 giorni è prevalso il buonsenso.

Il Presidente Moreno ha deciso di collaborare con i leader indigeni, guidati da Jaime Vargas, per elaborare un nuovo pacchetto di misure finalizzato a tagliare la spesa pubblica, aumentare le entrare e ridurre il deficit di bilancio e il debito pubblico.
La prima misura decisa da Moreno prevede l’annullamento del decreto esecutivo 883 che intendeva eliminare i sussidi per il carburante -in vigore da 40 anni-  accogliendo così la principale richiesta di CONAIE.  Il ritiro del decreto ha messo fine ai violentissimi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine che ormai avevano portato il Paese alla deriva economica e sociale e rischiavano di farlo precipitare in guerra civile.

Non dimentichiamo, infatti, che oltre agli ingenti danni materiali in diverse città ecuadoriane e soprattutto nella capitale, Quito  -che consegna alla storia immagini degne di uno scenario di guerra-,  in Ecuador i numeri raccontano una realtà sconvolgente, con 7 vittime accertate, 1.340 feriti e più di un migliaio di manifestanti arrestati, mentre le perdite economiche ammonterebbero addirittura a 700 milioni di dollari. Un tragedia da qualunque punto di vista se la voglia guardare.

Il caos sociale, fatto di anarchia, saccheggi e intrusioni violente nelle case di cittadini innocenti,  si stava lentamente ma inesorabilmente impadronendo dell’intero Paese. A nulla erano valsi lo stato d’emergenza e il coprifuoco decretati dal Presidente Moreno. I militari e la Polizia non potevano più fronteggiare le proteste, sempre più diffuse in diverse parti dell’Ecuador, nè frenare i delinquenti che, approfittandosi della situazione, spadroneggiavano, forzando le misure di sicurezza di molti locali commerciali ed entravano e rubavano il più possibile. Militari e poliziotti sono stati presi in ostaggio dai manifestanti in più situazioni, ostaggi che usavano per scambiarli con i compagni arrestati. Quindi, dopo gas lacrimogeni, pallottole di gomma e non solo, cariche, manganellate e uso eccessivo della forza da una parte e dall’altra, si è finalmente capito che si era arrivati ad un bivio: cercare un accordo o permettere che il Paese implodesse.

In questa situazione, il Presidente Moreno, che non ha mai riconosciuto quelle in corso come spontanee, sostenendo, anzi, che fossero finanziate dall’ex Presidente Rafael Correa e dal Presidente venezolano Nicolás Maduro, ha finalmente deciso di andare incontrare personalmente  i principali dirigenti delle diverse organizzazioni indigene per cercare di raggiungere al più presto un compromesso. Incontro promosso, per altro, dall’ ONU e dalla Conferenza Eepiscopale ecuadoriana, consapevoli del fatto  che questo muro contro muro non avrebbe portato a nulla di buono.

La riunione si è tenuta ieri sera ed è stata trasmessa in diretta televisiva. Pochi erano ottimisti sul risultato, considerato che il Presidente ha esordito sostenendo che non avrebbe ceduto e che non avrebbe rinunciato alla liberalizzazione del prezzo della benzina e del diesel, convinto che questi sussidi siano utili solo a contrabbandieri, narcotrafficanti (che usano la benzina per la produzione della cocaina) e commercianti senza scrupoli. Un principio irrinunciabile secondo il capo di Stato. Posizione apparentemente inflessibile e che si contrapponeva palesemente a quella degli indigeni che, invece, pretendevano l’abrogazione  del decreto 883, e addirittura la rimozione della Ministra degli Interni Paula Romo e del Ministro della Difesa Oswaldo Jarrin responsabili, secondo i manifestanti, delle vittime e dei soprusi da parte della Polizia e dei militari.

Il Presidente è entrato in riunione con l’obiettivo di modificare il decreto e di cercare formule compensative per indigeni e contadini, dando indicazione ai suoi tecnici presenti all’incontro di trovare le formule del caso. Esperti e tecnici che in un primo momento hanno sottovalutato la compattezza del movimento e la concretezza delle richieste. Pochi minuti di confronto sono bastati a rendere evidente la difficoltà del Governo.

Gli indigeni con pragmatismo e franchezza hanno da subito messo in chiaro le loro regole del gioco, rendendosi protagonisti assoluti dei negoziati. Il Presidente della CONAIE Jaime Vargas ha esordito:  «Quando i collaboratori del Presidente lavorano male purtroppo a pagarne le conseguenze è giustamente il signor  Presidente»,  ricordando a Moreno che già  l’ 11 dicembre del 2017 l’aveva avvertito di essersi circondato di ministri che non sapevano pianificare tenendo conto degli indigeni e delle necessità del popolo. «I suoi ministri sono fannulloni ed incapaci», ha incalzatoVargas, dicendo di sentirsi indignato ed addolorato per tutto quanto succede nel Paese.  Vargas ha ringraziato il popolo e i suoi compagni per la resistenza dimostrata durante la lotta, senza dimenticare le donne, gli studenti ed i giovani che hanno lottato fianco a fianco, mettendo a repentaglio anche la loro vita. Poi ha attaccato in maniera decisa il decreto 883, dicendo che tale decreto provocherebbe solo  miseria e ingiustizia sociale. Una misura ingiustificata ed ingiustificabile, secondo CONAIE, che non avrebbe contribuito a mantenere la dollarizzazione nel Paese. «Presidente siamo milioni a chiederle che scommetta sulla pace e affinché possiamo cercare insieme la giustizia sociale», «Noi vogliamo che oggi stesso si trovi una soluzione e se non dovessimo trovarla  siamo disposti a fare qualunque sacrificio e se dovremo dare la nostra vita lo faremo»,  «I miei occhi hanno visto morire la mia gente, i miei giovani ed  i miei lider e questo mi ha indignato». Chiedendo a Moreno di difendere gli interessi della popolazione e non quelli della destra nazionale o del Fondo Monetario Internazionale, ricordandogli che gli indigeni hanno sempre lottato per l’Ecuador, versando anche il proprio sangue, è andato diritto al punto: «Non siamo venuti qui a formare commissioni, noi siamo qui per far abrogare il decreto 883», e oltre ciò: sapere quali sono gli accordi raggiunti con il FMI, ottenere le dimissioni della Ministra degli Interni e del Ministro della Dfesa accusati di terrorismo di Stato.

Non meno convincente e argomentato il discorso di Leonidas Iza, Presidente del Movimiento Indígena y Campesino de Cotopaxi, che ha puntato il dito contro la violenza che si è scatenata nel Paese a causa e misure economiche  previste dal decreto presidenziale. «Prima noi mettevamo 20 dollari di benzina nel trattore per andare a lavorare, adesso invece da un giorno all’altro ne serviranno 45  e quindi non potrò più destinare queste risorse ai miei figli per mandarli a scuola. Aumentare  il costo del diesel del 123%  è violenza, e per questo i il popolo ecuadoriano sta protestandoE’ irresponsabile dire che dietro le proteste ci sia Correa, non state analizzando bene il problema, Correa non può muovere queste masse. Non ignorate ciò che sta succedendo, non siate irresponsabili, persino noi siamo colpiti della quantità di gente che ci sostiene. Se vogliamo la pace dovete eliminare il decreto». Iza ha anche preso di mira la questione della tassazione delle grandi imprese, che nel passato era stata sospesa. «Perché non tassare colro che guadagnano di piú e perché, se dite che sono stati rubati 70  miliardi, non recuperare il 50% dei soldi rubati e cosí assicurare i sussidi alla benzina per i prossimi 20 anni?».

La riunione è terminata con l’intervento di una donna, Miriam Cisneros, dirigente del Pueblo Sarayaku. «Signor Presidente in nome di tutte le donne dell’Amazzonia voglio dirle che siamo venute camminando lasciando i nostri figli. Vogliamo che lo Stato si faccia carico delle nostre richieste e smetta di trattarci come poveri da non ascoltare. Noi esigiamo l’abrogazione del decreto 883. (…) Sono in strada da 13 giorni senza mangiare e sono addolorata di sapere che i nostri piccoli sono asfissiati dalle bombe lacrimogene; sono morti nostri ‘fratelli’,  e questo significa che il nostro Presidente ci fa attaccare da uomini armati. Noi siamo venuti in pace. Da secoli i nostri territori sono sfruttati e concessionati alle imprese petrolifere e questo ci pregiudica. Signor Presidente siamo venute a dirle che si metta nei nostri panni, liberi i nostri fratelli che si trovano in carcere; non perseguiti nostri dirigenti. Io non sono sola questa lotta è di tutto il popolo ecuadoriano; contadini, indigeni, contadini, afroamericani. Non ho più lacrime per quanto ho pianto per i morti, per le aggressioni subite dai poliziotti e dai militari. Ieri per esempio, nella casa della Cultura, non hanno avuto pietà delle donne e dei bambini. Rimangono sulla sua coscienza tutti i compagni caduti».

A conclusione dell’incontro pubblico si sono tenute riunioni a porte chiuse, al termine delle quali  il Presidente ha annunciato che abrogava il decreto 883. Ha trionfato il suon senso e hanno trionfato gli indigeni.
Ora, per un verso si tratterà di ricominciare e ricostruire il Paese e le sue identità, che sono molto più complesse di quanto non si pensi, per l’altro verso si tratterà di capire quale politica adotterà il Governo per rispondere alle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale con il quale si è impegnato a fronte del grosso prestito ottenuto. Che la crisi del Paese sia chiusa pare, alla gran parte degli analisti indipendenti, troppo presto per poterlo dire. La questione indigena per il Presidente Moreno non sembra conclusa. Si attendono le prossime mosse di un Governo alle prese con una crisi economica decisamente pesante, a fronte della quale oramai non servono a nulla le accuse al Governo precedente.

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