domenica, Dicembre 15

Ecuador: gli indigeni si stanno riprendendo il Paese Confederazione degli indigeni e Governo non sono intenzionati a trattare. Revolución Ciudadana dell’ex Presidente Correa concorda con gli indigeni che provano riprendersi la centralità politica: via il Presidente Moreno e ritorno al voto. Ne parliamo con Pabel Muñoz, parlamentare del partito dell’ex Presidente Correa

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Continua peggiorare la rivolta popolare in Ecuador, che ormai dura da più di una settimana, iniziata come una protesta contro il caro-carburante, quasi subito è stato evidente che era ben altro e si rischiava la guerra civile.
5 morti, centinaia di feriti, quasi un migliaio le persone arrestate, ma soprattutto la consapevolezza che la situazione è sempre più difficile da risolvere e sempre più esplosiva. Intanto gli indigeni ritornano, pare, centrali sullo scenario politico del Paese, interpreti del malcontento popolare e il Presidente Lenin Moreno è sempre più isolato, secondo i fedeli dell’ex Presidente Rafael Correa sarebbe protetto solo dai poteri industriali e finanziari, con la complicità dei media.

Gli indigeni, a titolo di ritorsione per i loro caduti di ieri, hanno preso in ostaggio 8 poliziotti e diversi giornalisti, colpevoli, a loro dire, di non raccontare quello che sta succedendo realmente nel Paese. Almeno una trentina di persone sono state per qualche ora ostaggio della Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador (CONAIE), a Quito. A tarda sera, poi, la liberazione: gli ostaggi sono stati rilasciati e consegnati a funzionari ONU.

Sempre più seccamente CONAIE ribadisce che non è disposta a dialogare con il Governo, definendo ‘traditori’ coloro che lo compongono, riaffermando che la mobilitazione continua, e chiedendo ai militari il ritirino del loro sostegno al Presidente della Repubblica, pretendendone la capitolazione. La richiesta di dimissioni non pare ancora formale, ma certo una dichiarazione molto pensante, al limite del formale.
Formalmente, invece, in un comunicato, ieri,
Jaime Vargas, Presidente CONAIE, ha chiesto «il rilascio di centinaia di persone detenute» ritenendo responsabili «il Ministro degli Interni, María Paula Romo e il Ministro della Difesa, Oswaldo Jarrín, per la brutale violenza esercitata dall’Esercito e dalla Polizia nazionale» e che «senza il loro licenziamento non ci saranno dialoghi». L’appello CONAIE di ieri è sempre il solito: «il popolo ecuadoriano a rimanga nelle strade», perché «le mobilitazioni nazionali non si fermano fino all’abrogazione del pacchetto economico imposto da questo Governo».

Il Governo ha ribadito che non intende intavolare trattative se prima non si ristabilisce la calma e tutti i manifestanti rinunciano all’atteggiamento violento degli ultimi giorni. Nel primo pomeriggio di ieri, poi, il Governo ha annunciato che sono stati fermati e posti in stato d’arresto 17 cittadini venezuelani che avevano a loro mani informazioni riservate circa gli spostamenti del Presidente Lenin Moreno e del suo vice, Otto Sonnenholzner.
Una dichiarazione di arresto che non fa che confermare che il Governo prosegue sulla linea del complotto tra l’ex Presidente Rafael Correa e l’attuale Presidente venezuelano Nicolás Maduro, fin dall’inizio accusati di finanziare e organizzare le manifestazioni di piazza, con lo scopo ultimo di portare il Paese ad un colpo di Stato che riporti al potere Correa.
A questo proposito c’è da registrare che la Commissione esteri del Parlamento di Caracas, in mano all’opposizione a Maduro, secondo l’agenzia ‘Efe’, starebbe lavorando con le autorità ecuadoriane per cercare di verificare se il Governo di Maduro effettivamente stia finanziando la protesta. Per altro, martedì, parlando a ‘Reuters’, Correa aveva seccamente smentito un suo coinvolgimento.

Altresì, in questo quadro di accuse, c’è da registrare un passaggio, nel comunicato CONAIE di ieri, da non sottovalutare: «Leónidas Iza, Presidente del movimento indigeno e contadino Cotopaxi (Movimiento Indígena y Campesino de Cotopaxi, MICC)», parte di CONAIE, «ha insistito sulla necessità di prendere alternative per affrontare la crisi, per la quale ha incolpato i precedenti governi di Rafael Correa, che è stato colui che ha ripreso le relazioni con il FMI».
Il che è vero, accadde nel 2014, quando Correa venne accusato, proprio per aver riaperto le relazioni con il Fondo Monetario Internazionale, di aver compiuto una svolta a 360 gradi nella sua politica identitaria, quando, mentre riapriva con l’FMI, emetteva obbligazioni sui mercati internazionali per 2 miliardi di dollari USA, concludendo anche un accordo con Goldman Sachs. E proprio Correa, in quel frangente, si disse stesse valutando l’eliminazione dei sussidi sul carburante. E risale al 2015 la rivolta della Confederazione contro Correa.
Al tempo la rivolta era contro il pacchetto di emendamenti costituzionali -per la rielezione di Correa dopo il 2017, scadenza di mandato- e di leggi o iniziative sulla gestione dell’acqua e del territorio. Secondo gli analisti, al tempo,
gli indigeni, come dichiarato dall’allora Presidente CONAIE Jorge Herrera, non avevano in «obiettivo di rimuovere il Presidente Rafael Correa, bensì cambiare la struttura politica del Paese», e, ancor più, puntavano riprendersi la centralità politica che era stata loro negli anni ‘90 fino agli inizi del nuovo secolo, quando, tra 1996 e il 2005 le loro azioni politiche avevano fatto cadere tre presidenti e impedito all’Ecuador di firmare un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, che avrebbe ricondotto il Paese nel ‘giardino di casa’ degli americani. Che la rivoluzione di Correa fosse oramai lontana dal cuore indigeno era evidente da tempo.

E’ possibile che con la rivolta di questi giorni l’obiettivo sia esattamente lo stesso, anche considerando il ripetersi dello scenario di fondo, ovvero il riavvicinamento del Paese all’FMI e alle politiche americane, tanto che Moreno è accusato di essere un neoliberista golpista.

Insomma, tanta confusione e tanta benzina sul fuoco che esaspera gli animi, e la possibilità che la crisi in qualche modo diventi regionale, coinvolgendo il Venezuela, dove l’opposizione a Maduro, in difficoltà da mesi, potrebbe cavalcare le denunce di Moreno.

Per provare a capire come il pezzo di Ecuador erede ufficiale delle politiche di Correa, ovvero il partito Revolución Ciudadana, quale posizione stia tenendo, abbiamo intervistato Pabel Muñoz, parlamentare di spicco in Ecuador e membro appunto di Revolución Ciudadana.

Signor Muñoz il Governo insiste nel dire che le manifestazioni non sono spontanee e che c’è un piano di destabilizzazione promosso da Rafael Correa. Lei cosa risponde?
L’accusa a Correa o ad altri membri del movimento Revolucion Ciudadana di essere dietro le manifestazioni è ridicola e assurda. Il mandante di quel che sta succedendo nel Paese è il Fondo Monetario Internazionale, l’esecutore è il Governo. L’attuale Governo in due anni e mezzo è riuscito indebolire le istituzioni del Paese e ha trascurato l’economia per raggiungere il suo unico obiettivo, ovvero la ‘decorreizzazione’ del Paese. Alla fine l’operazione si è ridotta a indebolimento delle istituzioni. Quando hanno capito che l’economia stava andando a rotoli hanno chiesto 4.200 milioni di dollari all’FMI, senza però presentare un piano economico e senza mai attaccare realmente la crisi economica che non hanno saputo affrontare. Così, dopo aver erogato il prestito, l’FMI ha fatto quello che è abituato a fare in tutti i Paesinei quali è intervenuto, e cioè dettare la politica economica del Paese. E’ proprio a causa di queste direttive che alla fine sono state adottate una serie di misure economiche chiamate ‘Paquetazo’. Misure durissime che colpiscono la popolazione più povera. Contro queste misure è scattato uno sciopero convocato dagli autotrasportatori a cui hanno aderito anche gli studenti, il movimento indigeno e tante organizzazioni sociali che ora da 8 giorni lottano contro il ‘Paquetazo’ del FMI. Questo Governo è in carica da due anni e mezzo ed è ora arrivato il momento che si assuma le sue responsabilità.
Le loro accuse di destabilizzazione fanno parte di una messa in scena che intende scatenare odio nei confronti della ‘Revolución Ciudadana’ che in Ecuador rappresenta il progressismo. E questo è un reato. Ci hanno accusato di tutto, dalla corruzione alla cattiva gestione pubblica e adesso ci accusano persino di voler destabilizzare, tutto, però, senza averne le prove. Si è arrivati all’assurdo di affermare che il Venezuela finanzi i venezuelani per commettere vandalismi nel nostro Paese. Noi siamo i primi a condannare gli atti di teppismo, e crediamo che chiunque abbia commesso saccheggi o attenti all’incolumità delle persone ne debba rispondere alla giustizia. Per questo ribadisco che è ridicolo sostenere che il Venezuela o lo stesso Correa stiano finanziando cittadini venezuelani affinché partecipino alle manifestazioni.

Allora cerchiamo di capire chi ci sia dietro il Presidente Lenin Moreno che, nonostante tutto, resiste.
Alle spalle di Lenin Moreno esiste uno degli accordi oligarchici più importanti che si siano mai stipulati in Ecuador. Le grandi lobby del sistema produttivo, il settore finanziario e la stampa nazionale hanno blindato il Presidente, che in questo momento conta appena sul 7% di approvazione popolare. Per questo si ricorre alla stampa, affinché non diffonda ciò che sta realmente succedendo in Ecuador. Ed é questo che riesce a sostenere il Presidente, insieme, appunto, ai settori oligarchici che concepiscono la politica come espressione di odio, razzismo e campanilismo.

Possiamo parlare di uso eccessivo della forza per reprimere i manifestanti?
In Ecuador siamo tornati alla democrazia da 40 anni e in questi 40 anni non si è mai vista una cosa simile. Mi riferisco a questi livelli di eccessiva violenza scatenata dalle forze dell’ordine ma ordinata dal Governo. Dobbiamo addirittura parlare di morti e i dati ufficiali non corrispondono al vero, dato che non c’é trasparenza. Sicuramente almeno due morti, ma dicono che ce ne siano di più e questo per non parlare del numero dei feriti. Sappiamo che sono stati usati gas lacrimogeni senza risparmiare donne, bambini e anziani che si trovavano all’interno di ‘Corridoi Umanitari’ -i luoghi neutrali dove si trovavano gli indigeni-

Lei riesce a intravedere una via d’uscita?
Si, ma l’unica via d’uscita è la Costituzione. E stiamo attenti che nessuno si inventi una soluzione dal nulla. Una possibile soluzione al problema, per esempio, potrebbe essere ‘La Muerte Cruzada’, che consentirebbe al Parlamento e al Presidente di rimettere i loro mandati e indire nuove elezioni, ma è il Parlamento, che sino ad oggi non è stato convocato, l’ente chiamato a farlo.

Mi sembra di capire che secondo lei la protesta degli indigeni sia legittima
La protesta è assolutamente giusta e, attenzione, non è solo degli indigeni, bensì di tutto un popolo che, dando prova di grande dignità, in questo momento è nelle piazze. Una protesta che vede in piazza gli indigeni, si, ma anche gli studenti e differenti organizzazioni sociali. Il fatto che il Governo non riesca a capire che viviamo in un Paese dove c’è un alto indice di povertà e dove milioni di famiglie sono costrette a sopravvivere con appena 1 dollaro e mezzo al giorno, implica necessariamente che la decisione sull’eliminazione del sussidio ai combustibili comporta, per questi cittadini, per esempio, l’aumento del prezzo del trasporto pubblico di 10 centesimi, il che pregiudica le famiglie in modo significativo. L’aumento di 10 centesimi significherebbe che una famiglia di 4 persone vedrebbe ridursi i suoi introiti giornalieri di più o meno 60 o 80 centesimi al giorno. Per tutto ciò considero che le proteste siano legittime. Inoltre, non si tratta di una protesta contro solo ed esclusivamente l’eliminazione del sussidio alla benzina e al diesel, ma di un malessere nei confronti, come dicevo prima, di tutto il ‘Paquetazo’, e che coinvolge anche altri aspetti sociali, come, per esempio, le riforme in materia di lavoro, che aumentano il precariato e la perdita dei diritti dei lavoratori, e che rispecchiano fedelmente la tipica ricetta dell’FMI per i Paesi latinoamericani. Riforme anch’esse in agenda e contro le quali il popolo si sta, giustamente, battendo.
La gente si esprime chiaramente: vuole recuperare la sovranità e ripudia la sottomissione al Fondo Monetario, un ingranaggio perverso, che riesce solamente a rendere ancora più poveri i Paesi, facendo finta di volerli aiutare. Alle richieste del popolo il Governo ha risposto con la repressione, è per questo che il popolo ora esige le dimissioni del Presidente Moreno.
Ripeto che per me è necessario convocare il Parlamento affinché sospenda lo stato d’emergenza e valuti la situazione del Paese.

Secondo lei nel Paese cominciano esserci perseguitati politici?
Sicuramente ci sono perseguitati politici.

Davanti a che tipo di governo ci troviamo?
Mi piacerebbe girare la domanda ai suoi Lettori italiani: come dobbiamo chiamare un regime dove persiste la persecuzione politica?
Come dobbiamo chiamare un regime dove la violenza è usata in maniera spropositata?
Come dobbiamo chiamare un regime nel quale i detenuti per le proteste sono rinchiusi nelle caserme ? violando i diritti umani e le leggi ecuadoriane?
Come dobbiamo chiamare un regime che militarizza le vie del Paese?
Come dobbiamo chiamare un regime dove si decreta lo stato d’emergenza poche ore prima che inizino le proteste?
Come dobbiamo chiamarlo?
Intanto ieri i membri della CONAIE hanno fatto il funerale di uno dei loro compagni morti nelle protese. I prossimi giorni si preannunciano molto duri. Ostinarsi a continuare con questa inutile e tragica prova di forza è un atteggiamento che provocherà ancora più morti e feriti. E’ per questo che urge un intervento deciso delle istanze internazionali preposte a tal fine. Come per esempio è successo stasera con la consegna dei poliziotti all’ ONU. E -perché no?- anche un pronunciamento dell’FMI, affinché in Ecuador ritorni al più presto ciò che tutti vogliono, almeno a parole, ovvero la pace.

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