venerdì, Giugno 5

Economia e Libertà spesso non s’incontrano in Sud Est Asia

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Folle di ragazzi in fila dalla notte precedente per il nuovo modello di I-phone, orde di giovani entusiasti di vestire alla moda con Jeans dai marchi occidentali altisonanti ma –molto probabilmente- confezionati e realizzati in Asia, India, Indonesia, Bangladesh soprattutto. Può persino accadere di acquistare con prezzi parecchio alti per gli standard locali, un jeans italiano ma realizzato quasi completamente in Bangladesh, dove però il costo del lavoro è tra i più bassi a livello mondiale e così anche le retribuzioni, ovviamente.

I colori dell’abbigliamento globale si fondono con le specificità dell’abbigliamento tradizionale locale, frammisto a veli nelle Nazioni dove vige la legge Coranica, profumi costosi (quando originali) surclassano le essenze locali dove pure sono messe a punto a secoli e trafugate dai “nasi” dei più grandi Marchi Profumieri occidentali.

L’Asia, e nello specifico il Sud Est Asia, si colora come un variopinto caleidoscopio di profumi, colori, propensioni al consumo, fantasie ed immaginario collettivo di varia estrazione ed entità.

Persino il cinema ed il suo linguaggio che –per forza di cose- si propone “globale” e veicola per la gran parte dei casi valori e punti di vista alieni a quelli tipici asiatici, oggi congloba l’espressione asiatica (Bollywood docet) e la fa propria, così come accade anche nella musica, dove il Pop americano –volta per volta- gioca al citazionismo conglobando a sua volta frammenti di specificità asiatiche. E viceversa.

Alcuni esempi: il Myanmar sta crescendo con tassi di sviluppo intorno al 7,5% annui, almeno così accade negli ultimi cinque anni. Un boom che –a sua volta- si riverbera attraverso Mae Sot nella vicina Thailandia. Mae Sot fino a un paio d’anni fa era solo una piccola cittadina di confine, poco significativa, una specie di big mall in nuce di dimensioni molto limitate.

Oggi trovi supermercati ed ipermercati ovunque, venditori di auto di ogni genere e livello, elettrodomestici venduti a dimensione di outlet per non parlare di vere e proprie catene specializzate in Agricoltura, dalle sementi all’abbigliamento ed a tutte le attrezzature specifiche di quel settore merceologico ed economico.

Già si intravedono i lavori di ampliamento delle vie autostradali di accesso e per defluire, scheletri di interi palazzi in lontananza, in compagnie di ancor più alte gru nei loro cantieri. La Thailandia vi sta anche costruendo un aeroporto di caratura internazionale. La Asian Development Bank ADB già ha stimato che la crescita del Myanmar raggiungerà in scioltezza l’8 per cento annuo.

In verità, si tratta solo di esempi, perché l’intera regione sta vivendo una fase molto simile. E si replicano vicende economiche e di sviluppo molto simili. Cambogia, Laos, Filippine, Vietnam, son tutte Nazioni in grande crescita, sebbene con livelli lievemente inferiori. In generale, le dieci Nazioni che compongono l’ASEAN Associazione di Stati del Sud Est Asia, cresce ad un tasso medio del PIL del 5 per cento annuo, calcolato sulla base degli ultimi cinque anni. Certo, non siamo ai livelli di Cina e India ma certo si tratta di tassi di crescita migliori di Europa, Giappone o America.

La popolazione dell’area sta diventando progressivamente più ricca, con livelli di istruzione sempre più avanzati, si vive meglio e sempre più a lungo, certo meglio dei propri genitori e nonni, se si guarda la cosa anche in termini di paragone generazionale. Ovviamente, permangono grandi problemi e grandi sacche di povertà, la gran parte di popolazioni come quella del Myanmar trovano sostentamento ancor oggi in Agricoltura, cioè in forme di Economia Primaria.

Oggi tutto questo potrebbe apparire alquanto scontato. Ma non è affatto così. Solo una generazione fa, il Myanmar era praticamente tagliato fuori dall’intero Mondo a causa di un regime militare dispotico. La Cambogia era ancora in difficoltà, dopo gli effetti nefasti di una guerra civile durata 25 anni ed il Vietnam stava solo sperimentando l’avvio di qualche timida riforma del mercato.

Le altre Nazioni dell’area che già vivevano una fase di sviluppo avanzata erano incappate nelle spire di una profonda crisi economica nel 1997 i cui effetti son durati nel medio e lungo periodo restringendo le capacità di sviluppo nell’area.

La crisi, però, ha messo a dura prova anche la capacità di inventiva, che in Asia non manca e che è risultata utile per riprendere la corsa, non appena la Grande Crisi ha allentato le sue spire. L’Indonesia, le Filippine e la Thailandia hanno tutte adottato forme di Macroeconomia più moderne ed attinenti con le esigenze contemporanee.

I Paesi formalmente comunisti come Laos e Vietnam e l’autarchico Myanmar hanno tutti abbracciato forme di Economia di mercato, perlomeno liberiste fino a un certo punto. I giorni delle nazionalizzazioni e della pianificazione centrale, in poche parole, sembravano ormai giunti al termine, condannati dalla Storia.

Certo, in alcuni Paesi, alcune forme di imprenditoria con capitale statale perdurano, per non dire poi di eccessive modalità protezionistiche o i grandi livelli di diffusione della corruzione, spesso vista come un male radicato ed endemico. In generale, però, in tutta l’area Sud Est asiatica, il Liberismo sembra aver vinto le resistente un po’ ovunque.

Tutt’altro discorso, invece, per quanto riguarda il contesto più specificatamente politico. La intera Regione, infatti, da questo punto di vista sembra andare in direzione profondamente contraria. Suharto in Indonesia, così come certe imperfette Democrazie quali Malaysia, Filippine e Thailandia mentre il Myanmar vive ancora particolari fragilità interne nel campo della Democrazia- dimostrano che il processo di evoluzione economica non necessariamente si accompagna con forme di evoluzione democratica e di libertà effettive nelle società nazionali.

Le speranze in direzioni delle liberalizzazioni non solo economiche ma anche sociali e politiche son diventate di dimensioni ancor più misere in Nazioni quali il Vietnam, dove il Partito Comunista conserva certe sue idee dure e repressive. I leader di Malaysia e Cambogia, Najib Razak  e Hun Sen, non sono mai stati morbidi nei confronti dei loro oppositori politici. Il politico più caratterizzante dell’opposizione in Cambogia, Sam Rainsy, vive in esilio per evitare la carcerazione dura a causa di una accusa di diffamazione. Esponenti dell’opposizione in Malaysia son finiti sotto processo con varie accuse che vanno dalla corruzione alla sodomia.

La Giunta militare al potere in Thailandia da tre anni ormai, ha promesso elezioni per il prossimo anno. Ma avverrà (forse) con una Legge Costituzionale rimodellata a proprio piacimento in un Parlamento anestetizzato e popolato da militari. Una Legge che di fatto, ridisegna anche i prossimi venti anni della vita nazionale e concede ampi poteri a personaggi che provengono dalle file dei militari.

Il tutto per “prevenire” che vengano eletti leader ritenuti “non adatti” alla scena politica nazionale thailandese. E chi stabilisce tutto questo è chi –per 15 anni- ha tenuto sotto scacco il Paese con le maniere forti, le maniere dittatoriali.

La Democrazia vive momenti di difficoltà anche in Indonesia e nelle Filippine, dove i liberali ed i liberisti hanno vita parecchio difficile da decenni. I filippini hanno dato il potere a Rodrigo Duterte e questi lo applica con pugno duro, concentrandosi con violenza sui narcos filippini e più recentemente applicando la Legge Marziale nel Mindanao, a Marawi, dove l’ISIS ancora combatte pugnacemente contro l’Esercito di Manila.

Le elezioni per il Governatore di Jakarta, in Indonesia, sembravano mostrare una Nazione più votata alla tolleranza religiosa ma le ali estreme nazionaliste islamiche si sono concentrate con numerose accuse nei suoi confronti ritenendo abbia offeso il Corano, fino a vedere il ritorno al potere delle forze islamiche oltranziste.

In Myanmar ancor oggi si discute fortemente delle forme repressive nei confronti delle etnie minoritarie quale quella dei Rohingya.

Insomma, lo scenario Sud Est asiatico e parecchio “balcanizzato” ed è alquanto difficile immaginare una più vasta pacificazione ed una normalizzazione delle vie democratiche nell’amministrazione della cosa pubblica. Lo sviluppo economico talvolta agevole queste strade, spesso –però- corre su ben altri binari.

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