martedì, Settembre 17

Ecco perché si rischia una nuova crisi finanziaria globale Intervista ad Andrea Baranes, presidente della Fondazione finanza etica

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Nel corso di una recente conferenza londinese organizzata da Bloomberg, il primo vice direttore esecutivo del Fondo monetario internazionale (FMI), David Lipton, ha messo in guardia dai rischi di una prossima tempesta finanziaria globale derivanti da un sistema di prevenzione ‘incompleto’. Secondo l’esponente di spicco del FMI si intravedono già all’orizzonte ‘nuvole temporalesche’ di una possibile crisi, mentre il ‘tetto’ della regolamentazione finanziaria che si sarebbe dovuto riparare ‘con il cielo sereno’ presenterebbe ancora falle e cedimenti tali da compromettere la tenuta dell’intero edificio della finanzia internazionale. Un campanello di allarme che suona nuovamente, dopo la pubblicazione lo scorso settembre del rapporto del FMI sulla stabilità finanziaria globale che ha già messo in guardia i governi dai rischi crescenti per l’economia mondiale derivanti in particolare dal combinato disposto del crescente indebitamento globale – che ha già superato i  livelli precedenti al 2008 – e della scarsa regolamentazione di parte del sistema finanziario globale responsabile di attività speculative e ad alto rischio, come quelle legate al sistema bancario ‘ombra’, ai fondi assicurativi e di investimento, e ai derivati. A 10 anni dalla crisi dei sub prime che ha innescato la più grave crisi finanziaria dal ’29, le attività speculative sono tornate a crescere, particolarmente in Cina e nelle economie emergenti, mentre i gruppi bancari too big to fail (troppo grandi per fallire) – individuati all’indomani della crisi come primaria fonte di vulnerabilità del sistema – non hanno smesso di crescere e nuovi processi di concentrazione dei sistemi bancari, soprattutto in Europa, accelerano un simile trend. Quali le riforme mancate nella regolamentazione della finanzia internazionale dal 2008 ad oggi? Quali i maggiori rischi per la tenuta del sistema in Europa e in Italia? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Baranes, presidente della Fondazione finanza etica.

 

Dott. Baranes, di quali ‘nubi di tempesta’ parla David Lipton nel suo intervento? Perché il sistema è vulnerabile a una nuova crisi?

Le nubi sono di diversa natura. La scintilla da cui potrebbe scaturire una nuova crisi potrebbe venire da molte parti. Ormai è riconosciuto che 10 anni fa la vicenda dei mutui sub prime negli Stati Uniti è stata la scintilla della crisi finanziaria globale, in un sistema che era altamente vulnerabile. Oggi si dice da più parti che potrebbe essere invece una crisi dei debiti sovrani o l’altissimo indebitamento degli studenti negli Stati Uniti attraverso un sistema di prestiti fuori controllo a innescare una crisi finanziaria. Al di là delle scintille possibili, e andando a vedere in profondità ciò che espone il sistema a tali rischi, bisogna osservare come in questi 10 anni non sia sostanzialmente cambiato nulla nella regolamentazione della finanza e se qualcosa è stato fatto, è cambiato in peggio. Dopo il 2007 e Lehmann Brothers la promessa dei governi e dei regolatori era stata quella di cambiare completamente rotta e di chiudere il “casinò” finanziario: ma in materia di regolamentazione non è stato fatto nulla di significativo in questo senso per inaugurare un approccio alternativo. Le operazioni con derivati segnano nuovi record, i paradisi fiscali sono ancora lì, le attività speculative non cessano di crescere. Il dato di fondo è questo: la polveriera della finanzia globale è rimasta sostanzialmente la stessa e adesso sono diverse le scintille che potrebbero farla saltare nuovamente. Faccio alcuni esempi concreti. In Europa si è parlato per tanto tempo di separare le banche commerciali da quelle di investimento, anche per evitare che le banche possano giocare a casinò con i soldi dei correntisti e poi ricattare i governi: ma nulla è stato fatto in questo senso. Secondo esempio: c’era la proposta di introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie a livello europeo, ma anche questa è stata affossata. Il problema quindi non è stato di natura tecnica: le autorità sapevano e sanno benissimo quali misure sarebbero necessarie per una inversione di rotta. Ma è mancata la volontà politica di farlo.  

Quali sono state a suo avviso le principali riforme mancate e le insufficienze più gravi nella regolamentazione della finanza globale ed europea dal 2008 ad oggi?

Se dovessi citare la prima direi proprio la separazione fra banche commerciali e banche di investimento. All’indomani della crisi finanziaria la Commissione europea incaricato un gruppo di esperti di alto livello, coordinato dal governatore della banca centrale finlandese, Liikanen, per avanzare una proposta di riforma della struttura delle banche, come prima misura per prevenire una prossima crisi finanziaria. La stessa misura adottata dopo la crisi del ’29 negli Stati Uniti. Poi l’Europa non ha più dato seguito a uno studio che essa stessa aveva commissionato. La regolamentazione introdotta si è concentrata sull’attività creditizia, con l’aumento dei requisiti del capitale che le banche devono avere come garanzia in caso di crisi di liquidità (le nuove regole di Basilea 3). Il problema è che per le banche che erogano credito questi hanno rappresentato dei vincoli in più, per quelle che si dedicano alla speculazione tali vincoli non hanno pesato quasi per nulla. Siamo quindi arrivati alla situazione paradossale di incentivare a intraprendere comportamenti ancora più speculativi, rendendo più complicata l’erogazione del credito per l’economia reale. Allo stesso tempo non è stata adottata una regolamentazione significativa per ridurre l’entità del sistema bancario ombra, dei derivati e delle operazioni ‘ad alta frequenza’ (attività di trading automatizzate). Si è creato un sistema di incentivi a spostarsi verso queste attività, tipicamente ad alto rischio. Quindi è l’impianto di fondo ad essere completamente sbagliato.

Perché l’agenda di riforma è stata disattesa o si è rivelata insufficiente?

Sicuramente un fattore decisivo è stato il peso delle lobby finanziarie. Ancor più di queste, forse, quello che gli inglesi chiamano le “revolving doors” (porte girevoli) per cui il regolatore, finito il suo incarico, viene assunto da una banca e si mette al servizio di chi viene regolato. Gli esempi sono purtroppo moltissimi, sia in Europa che negli Stati Uniti. Più in generale l’altro elemento determinante è stata la mancanza di cultura e consapevolezza sui temi finanziari da parte della politica. Chi fa le regole troppo spesso anche chi è più esperto perché proviene dal settore privato. I decisori politici, in Europa e altrove, ricorrono alle conoscenze e alle competenze delle banche e operatori privati perché questi soggetti sono i principali esperti in materia. Il problema è che gli esperti del settore sono gli stessi che dovrebbero essere regolati. Secondo me, ancora prima delle regole, non è stato smontato un approccio culturale, che punta al massimo profitto nel minor tempo possibile: l’idea della finanzia anglosassone che ha dominato negli ultimi tempi. Le banche italiane, di contro, sono invece più legate all’economia reale e ai territori: per questo non sono andate in crisi nel 2008, ma hanno iniziato ad avere problemi quando la crisi finanziaria si è trasmessa al mondo produttivo. Ma il modello di regolamentazione che alla fine è passato è stato un modello “a taglia unica”, elaborato tenendo presente la finanza anglosassone, che ha finito per penalizzare quei settori più connessi al finanziamento dell’economia reale, lasciando intatta la speculazione.

Come spiegare il rafforzamento delle banche “too big to fail”, che al contrario dovevano essere il primo obiettivo dei regolatori?

Secondo me vi è stato a monte un problema di competitività dei rispettivi settori bancari che per i governi e regolatori ha prevalso in molti casi sull’obiettivo della stabilità finanziaria. In base alla visione mercantilistica dominante in Germania e assunta a livello europeo, per essere in grado di sostenere l’export internazionale bisogna affidarsi a gruppi bancari sempre più globali, in grado di raggiungere i maggiori mercati e di competere con i grandi gruppi americani e giapponesi. In questo modo si è compromessa la cosiddetta “biodiversità” finanziaria che regge diversi modelli economici. In Italia ad esempio abbiamo le banche popolari e cooperative che hanno giocato un ruolo decisivo per il finanziamento delle economie locali, le piccole e medie imprese, l’artigianato. Quindi l’Italia viene ad essere particolarmente penalizzata da questa visione “a taglia unica” tarata sui grandi gruppi multinazionali.  

Ha fatto cenno alle banche popolari e cooperative in Italia, oggetto di recenti riforme che ne hanno mutato a fondo la governance, accelerando la loro trasformazione in società per azioni e la fusione in grandi gruppi. Queste riforme rappresentano un fattore di rischio aggiuntivo?

Assolutamente sì: il rischio è proprio di perdere la specificità delle banche cooperative e popolari. Con questa riforma ad esempio le popolari con più di 8 miliardi di attivo sono tenute a trasformarsi in società per azioni. Queste riforma fra l’altro sono andate avanti a colpi di decreti legge, mentre non si è intervenuti sui problemi più seri delle banche italiane. Si stanno seguendo le indicazioni che vengono dall’Europa, in particolare sul trattamento delle sofferenze e dei crediti deteriorati (i non performing loans), in base a cui le banche italiane debbano ripulire i bilanci ad ogni costo. Le banche lo stanno facendo cartolarizzando e svendendo i loro crediti in difficoltà ad attori specializzati: questo significa che per pseudo-risanare i bilanci delle banche si rischia di mettere ancora più in difficoltà il sistema produttivo, perché il debito che le imprese avevano con una banca del territorio adesso passerà a un fondo speculativo internazionale che ha il solo  interesse di avere un ritorno in tempi rapidi dal suo investimento, anche a costo di spolpare l’impresa in questione… Questo rischia di avere impatti devastanti sul sistema produttivo.

Quali i maggiori fattori di rischio in Europa  e a livello internazionale?

Sono molti i fattori di rischio e fra i principali Paesi a rischio potremmo annoverare proprio l’Italia per la mole di crediti deteriorati nel suo sistema bancario e per il possibile spread fuori controllo. La scintilla può venire dai Paesi emergenti, dal debito degli studenti negli Stati Uniti – di cui si sta molto parlando ultimamente – che si sa non potranno essere ripagati, per un ammontare anche superiore a quello dei mutui sub prime di 10 anni fa. C’è da considerare a livello europeo che negli ultimi anni con il Quantitative Easing e la liquidità che è stata pompata in Europa non è finita nell’economia reale, ma è rimasta incagliata nel sistema finanziario, gonfiando i valori della finanza mentre il sistema produttivo è rimasto al palo. Questa è la definizione di una bolla che prima o poi dovrà sgonfiarsi: il punto è capire se ciò avverrà in maniera ordinata o catastrofica. Molti commentatori sono concordi nel considerare gli attivi a rischio sia sul comparto azionario che obbligazionario sono estremamente alti rispetto ai fondamentali dell’economia. IN qualche modo questo dovrà rientrare. Purtroppo la storia recente ci mostra che simili bolle raramente si sgonfiano in maniera indolore. Questo  è il fattore di rischio maggiore in Europa: la quantità di denari che è stata immessa dalla BCE negli ultimi anni e che non è arrivata all’economia reale.

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