giovedì, Dicembre 12

Ecco perché l’Iran non può accettare le richieste americane Le richieste degli Stati Uniti sono state rifiutate da Teheran. Per capire le implicazioni di tali dichiarazioni abbiamo intervistato Massimo Campanini, orientalista ed esperto di storia del Vicino oriente arabo.

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In un discorso tenutosi alla Heritage Foundation, Mike Pompeo, Segretario di Stato americano, ha tracciato la road map per l’Iran, segnalando i dodici punti a cui Teheran dovrà aderire per evitare «le più dure sanzioni della storia». Una strategia ambivalente quella di Pompeo, poco chiara e confusa, che da una parte minaccia Teheran dichiarando che «nel momento in cui queste sanzioni verranno poste in essere, l’Iran dovrà combattere per la sopravvivenza della sua economia» e dall’altra promette di «eliminare le sanzioni ed offrire aiuti per far ripartire l’economia del Paese» se l’Iran si allineerà alle richieste americane.

Un discorso che non lascia spazio ad un dialogo tra Teheran e Washington. Gli Stati Uniti dopo essersi ritirati dall’ accordo sul nucleare hanno ora alzato la posta in gioco, infiammando i toni dello scontro a distanza con l’Iran. Così come il discorso di George. W Bush Jr sull’asse del male, le parole di Pompeo sembrano una vera e propria pugnalata alla schiena, dopo che Teheran si era piegato alle richieste dei 5+1 sul nucleare e aveva adempiuto ai termini dell’accordo. L’Amministrazione Trump, invece, ha deciso di fare dell’Iran, ancora una volta, uno dei suoi nemici prediletti, sfidando gli equilibri di una regione  e di un assetto mondiale già molto instabili.

Pompeo ha chiesto all’Iran, oltre che di rivelare all’Aiea, l’Agenzia internazionale per il controllo dell’energia atomica, tutte le informazioni relative al suo programma nucleare e di abbandonarlo per sempre, di fermare tutti gli aiuti a gruppi terroristici nella regione come Hezbollah, Hamas e la Jihad palestinese. Di rispettare la sovranità dell’Iraq, e di abbandonare il supporto agli Houthi nello Yemen. Di ritirarsi dalla Siria, di fermare la sua collaborazione con i Talebani in Afghanistan e al Qaeda. Di cessare le minacce ai vicini Arabia Saudita e Israele.

Richieste molto forti a cui Hassan Rouhani, il Presidente iraniano, ha prontamente risposto affermando che: «gli Stati Uniti non possono decidere per l’Iran e per il mondo». I punti di Pompeo sono già stati indirettamente rifiutati da Teheran. Per analizzare però più in profondità le dinamiche di tali richieste per l’Iran e per il futuro della regione abbiamo intervistato Massimo Campanini, orientalista e storico del Vicino Oriente arabo contemporaneo e di filosofia islamica.

 

Per quali motivi l’Iran non può accogliere le richieste americane dettate da Mike Pompeo?

I motivi sono tantissimi. Il più evidente è perché le richieste di Pompeo rappresentano un ricatto politico che ovviamente un Governo libero, indipendente ed autonomo non può accettare pena di rinunciare alla sua sovranità. Gli Stati Uniti alzano sempre la voce perché credono di essere i padroni del mondo e giustamente ogni tanto trovano qualcuno che gli dice il contrario. Un Governo come quello iraniano che ha alle spalle quarant’anni di rapporti estremamenti tesi e conflittuali con gli USA non vedo perchè dovrebbe piegarsi o accettare questi ricatti. Il secondo motivo sta nel fatto che la maggior parte di queste accuse, come quella di sostenere il terrorismo internazionale sono pretestuose e false perché, se il terrorismo internazionale è identificato con l’isis e con i gruppi come al-Qaeda, è evidente che l’Iran  non centri assolutamente niente, parliamo di movimenti sunniti, anti-iraniani e anti-sciiti, quindi non vedo come l’Iran possa aver dato un sostegno allo Stato Islamico e ad al-Qaeda. Se poi per terrorismo si intende genericamente il fatto che l’Iran stia perseguendo una politica di potenza nell’area mediorientale che è contraria agli interessi dell’Occidente e di Israele questo è vero, però dipende cosa vuol dire terrorismo. Se io perseguo un tipo di politica che non è omologata all’idea imperiale euro-americana sono un terrorista, se io perseguo una politica contraria a quella di Israele sono terrorista. Io stesso sono stato accusato più volte di essere un terrorista, anti-semita, perchè ho parlato spesso contro la politica di Tel-Aviv. Il problema è che il significato che sta dietro alle richieste di Pompeo è la protezione di Israele. Il problema è sempre quello, Israele e l’Iran sono i due feroci antagonisti che ci sono nel Medio Oriente, i più potenti antagonisti nella regione, perché l’Arabia Saudita non è un antagonista di Israele, avendo con il Governo israeliano degli accordi commerciali sotto banco, politici, anche se non espliciti. É evidente che essendo la politica dell’Amministrazione Trump una politica schierata a favore di Israele si ponga come baluardo nei confronti del terrorismo iraniano. Questa è una logica abbastanza ferrea con cui si possono spiegare le scelte di Donald Trump in Medio Oriente. Riguardo alla famosa questione del nucleare iraniano è stato chiaramente assodato che oggi l’Iran non ha alcuna arma nucleare, l’unico Paese della zona che la possiede è Israele, nonostante affermi il contrario. L’Iran potrebbe voler sviluppare il suo apparato nucleare per ragioni belliche per poter fare la bomba atomica, tuttavia per costruire una bomba atomica ci vogliono decenni, una tecnologia sofisticata e molti soldi. I servizi segreti israeliani e americani hanno già ammazzato diversi fisici nucleari iraniani che stavano lavorando sul progetto, come provvedimento preventivo, perciò l’Iran è ancora molto lontano dall’avere un’arma nucleare, ammesso e non concesso che voglia veramente possederla. Naturalmente va anche chiarito che una cosa è la bomba atomica, un’altra è utilizzare strutture nucleari per ragioni civili ed energetiche. Le due cose non sono obbligatoriamente legate, si può sviluppare il nucleare per ragioni energetiche senza sviluppare il nucleare per ragioni militari. Questi sono i soliti pretesti della sciocca politica dell’Occidente nei confronti del Medio Oriente.

Quali potrebbero essere le ripercussioni di tali richieste sulla politica domestica iraniana?

La politica domestica iraniana è attualmente un rebus. Già da molto tempo, almeno un paio di anni, sono in corso le grandi manovre per la successione della guida suprema, Ali Khamenei. A livello di dirigenza iraniana ci sono dei conflitti interni abbastanza forti; il gruppo dei Pasdaran e dei Basij non è necessariamente legato al gruppo degli ayatollah. C’è un’ala della rivoluzione iraniana laica, che si basa sulle fondazioni, sull’esercito, sulla struttura economica e che non rende necessariamente conto alla struttura religiosa degli ayatollah. In una situazione in cui sono in corso delle lotte interne per la successione, un’uscita come quella degli Stati Uniti, di Mike Pompeo, può avere un effetto contrario a quello che loro prevedono. Di fronte ad una minaccia di questo genere, due correnti politicamente avversarie si compattano, se ci sono delle forze interne contrarie agli ayatollah nei confronti di una minaccia che viene dall’esterno e che rischia di pregiudicare l’esistenza stessa dello Stato iraniano, certe rivalità vengono superate. L’Iran è un Paese in cui è molto forte il sentimento nazionalista per cui pretese come quelle degli Stati Uniti, se intendono indebolire l’Iran, potrebbero ottenere un effetto contrario: ricompattare l’opposizione interna e la dirigenza ancora in funzione anti-occidentale e anti-americana. Una mossa che dimostra ancora di più la stupidità della nostra politica occidentale in Medio Oriente. Tra l’altro vi sono alcune voci che credono che Ali Rafsanjani, l’ex Presidente iraniano, sia stato assassinato perché voleva cercare di mediare tra queste due tendenze interne al regime iraniano. La situazione interna è fluida. È evidente che se il regime, il sistema, la dirigenza iraniana si vede minacciata dall’esterno, prima di tutto deve difendersi dal pericolo esterno prima di proseguire nelle liti interne. Queste ultime dichiarazioni americane possono avere un effetto opposto a quello che presumono di poter avere.

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