sabato, Luglio 4

Ecco i conflitti da tenere d’occhio nel 2018 – Parte II Il report del Crisis Group sulla pericolosità delle 10 crisi del mondo odierno

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Crisis Group, think tank che monitora i conflitti nel mondo, ha fatto il punto delle 10 crisi più pericolose che rischiano di infiammare il 2018. Nella giornata di ieri abbiamo pubblicato un articolo riguardante le criticità rappresentate da: Corea del Nord, USA-Arabia Saudita, Afghanistan, la crisi Rohingya in Myanmar e Bangladesh e quella nello Yemen. Nella seconda parte, ci occuperemo dei conflitti in Siria, Sahe, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina e Venezuela, analizzando le crisi attuali ed i possibili risvolti che ci saranno nel 2018.

Siria

Dopo quasi sette anni di guerra, il regime del presidente Bashar al-Assad ha preso il sopravvento, soprattutto grazie al sostegno iraniano e russo. Ma i combattimenti non sono finiti. Attualmente, nella parte orientale della Siria, le truppe che appoggiano il regime di Assad e le forze democratiche siriane a guida curda (SDF), hanno costretto lo Stato islamico ad una ritirata. Sia in Siria che in Iraq, le poche truppe rimanenti dello stato islamico, si sono ritirate nel deserto e attendono nuove occasioni di attacco. Inoltre, finora sia il regime che le SDF, concentrati a sconfiggere lo Stato islamico, hanno evitato un scontro tra di essi; ma ora che lo Stato islamico sembra aver fatto un passo indietro, i rischi di uno scontro tra il regime e le SDF aumentano. Anche la parte est della Siria è un territorio ad alto rischio di conflitto per la presenza di due forze rivali:  Iran e Stati Uniti. Inoltre, le milizie appoggiate dall’ Iran, che operano vicino alle alture del Golan, rischiano di essere considerate una minaccia da Israele che, a sua volta, potrebbe intraprendere delle azioni militari per respingerle. Uno dei pericoli più immediati, tuttavia, è la possibilità di un’offensiva da parte del regime di Assad contro i ribelli nel nord-ovest della Siria, dove vivono circa 2 milioni di siriani. Un’offensiva da parte del regime nel nord-ovest del Paese potrebbe provocare massicce distruzioni e sfollamenti.

Il Sahel

La crisi del Mali del 2012,  è stata caratterizzata da un colpo di stato che ha rovesciato il Governo e gli jihadisti che hanno occupato il nord della città per quasi un anno; questo dimostra quanto velocemente le cose possano accadere. Da allora, si è interrotta l’attuazione di un accordo di pace volto a porre fine a tale crisi,  mentre si è diffusa l’instabilità dal nord alla regione centrale del Mali, alle zone del Niger e Burkina Faso. Le dinamiche in ogni luogo sono differenti, ma la mancanza di autorità da parte dei governi e la loro incapacità di arginare la violenza sono un tema comune. Le armi hanno invaso la regione e dopo il rovesciamento del regime di Muammar al-Gheddafi, la Libia è crollata e l’instabilità ha aperto la strada ai jihadisti. Gli europei considerano la regione una minaccia per la propria sicurezza e un luogo di migrazione e terrorismo. Alla fine del 2017, una nuova forza sostenuta dai francesi, conosciuta come G5 Sahel, comprendente truppe provenienti da Mali, Niger, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, si preparò a schierarsi in un campo già occupato dalle forze operative antiterrorismo francesi, le Forze speciali statunitensi e Forze di pace ONU. Mentre l’azione militare deve svolgere un ruolo nel ridurre l’influenza dei jihadisti, la forza del G5 peggiora la situazione e non fa altro che aumentare le dispute a livello locale.  Il G5 non ha una chiara definizione del nemico, procede con operazioni contro una schiera di jihadisti, trafficanti e altri criminali. In più, qualora si interrompesse il contrabbando nelle regioni in cui tale attività rappresenta la spina dorsale di tutta l’economia, questo potrebbe portare all’alienazione e all’isolamento delle comunità.

Repubblica Democratica del Congo

La determinazione del Presidente Joseph Kabila nel mantenere il potere rischia di provocare un’escalation della crisi in Congo e un’emergenza umanitaria che è già tra le peggiori al mondo. Alla fine del 2016, l’accordo di Saint Sylvester sembrava offrire una via d’uscita; vennero richieste elezioni entro la fine del 2017, dopo le quali Kabila avrebbe lasciato il potere. Nel corso dell’ultimo anno, tuttavia, il suo regime ha fatto marcia indietro. A novembre, la commissione elettorale ha annunciato un nuovo programma – con un voto alla fine del 2018, estendendo la presidenza di Kabila per almeno un altro anno. Il malcontento popolare aumenta il rischio di disordini nei centri urbani, infatti, nei giorni scorsi, le violente manifestazioni contro Kinshasa hanno causato la morte di diverse persone. I combattimenti nell’ultimo anno nella regione del Kasai hanno causato oltre 3.000 morti. L’impegno internazionale è stato debole. Solo una diplomazia più incisiva ed unita e un’opposizione congolese idealmente più forte, avrebbero una possibilità di indirizzare Kabila ad una transizione pacifica. I principi dell’accordo di Saint Sylvester (elezioni credibili, nessun terzo mandato per Kabila, il rispetto dei diritti umani) offrono ancora la soluzione migliore per uscire dalla crisi.

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