sabato, Ottobre 19

Ecco come salvare l’Amazzonia Sfamare il mondo, tutelare l’ambiente e usare l’arte: questa la soluzione che salverà l’Amazzonia

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La violenza connessa allo sfruttamento dell’area amazzonica è ormai a livelli altissimi, soprattutto nelle aree rurali. 52 ad oggi i morti dall’inizio dell’anno. Lo scorso mese si è tenuta in Brasile una particolare riunione tra attivisti, leader indigeni, militari, giudici federali, attori, giornalisti, musicisti scienziati ed esponenti da 8 Nazioni, tra cui da Canada, Colombia, Ecuador, Usa e 14 Stati brasiliani. L’evento ‘Forum Bem Viver’  è stato organizzato dalla associazione no profit educativa ed eco-culturale ‘Rios de Encontro’ presso Marabá, centro di risorse minerarie. L’obiettivo? Quello di trovare nuovi strumenti per il raggiungimento degli obiettivi ecosostenibili.

La tempistica non è casuale vista la convinzione del Presidente Michel Temer di portare avanti i progetti di espansione industriale sacrificando il benessere della foresta amazzonica; il Governo appare deciso a supportare la lobby agroalimentare che, guarda caso, ora che il suo indice di gradimento aleggia intorno ad un misero 5%, resta la sua unica fonte di sostegno. Probabilmente è questo il meccanismo alla base del noto decreto approvato per aprire l’immensa riserva Renca allo sfruttamento minerario, che qualche esponente politico già definiva ‘il più grande disastro per l’Amazzonia degli politico 50 anni’, poi sospeso da una decisione giurisdizionale dopo una movimentazione popolare non indifferente.

Gli attivisti riunitisi si sono occupati di definire dei punti per rendere la zona di Marabá un «esempio di sviluppo sostenibile per l’Amazzonia per le Americhe e per il mondo». Il problema, infatti, non riguarda soltanto il Brasile, ma l’intera area forestale del globo, che in quanto ricca di risorse e non solo, è il target di interessi più grandi. Sin dalla colonizzazione portoghese nel 1500 Marabá è il paradiso dello sfruttamento di risorse; si trova vicinissima a Carajás la miniera ferrosa più grande del mondo, esattamente a fianco del fiume Tocantins.

E’ già stato definito anche un piano per la costruzione di una diga idroelettrica, le cui riserve potrebbero inondare la città vicina di Sao Joao do Araguia, costringendo alla fuga circa 14.000 persone. Se venisse messo a punto tutto il processo costruttivo ed estrattivo, così come progettato, avrebbe una ricaduta anche sugli equilibri cittadini; già nel 2013 il tasso di omicidi era quattro volte maggiore di quello medio nazionale. Per non parlare del consumo di droga e di altri crimini che stanno trasformando sempre più la zona in un territorio ingovernabile anche dalla polizia che, incapace di fornire sicurezza ai cittadini, si ritrova ad agire con sempre maggior violenza. Di conseguenza, i cittadini hanno paura sia del crimine che delle forze dell’ordine. «La polizia militare in Brasile porta avanti una perpetua associazione con la ‘dittatura’», afferma Dan Baron Cohen, coordinatore di Rios de Encontro; « la percezione comune che la popolazione ha a Marabá è che le forze armate feriscano ed uccidano i giovani».

L’allarme sociale incontra anche il fattore razziale. La maggior parte della popolazione dell’area di Marabá è di origine africana; secondo quanto emerso da uno ricerca del Governo federale, è più probabile (23%) che gli afro siano assassinati rispetto a persone di altre etnie. Gli attivisti condannano ormai da tempo la polizia militare per gli omicidi correlati ai conflitti ambientali, chiedendo a gran voce che le autorità intervengano in proposito e fermino la violenza impunita. Nel 1996 nel massacro di Eldorado dos Carajás, la polizia si macchiò di ben 19 omicidi: le vittime erano tutti lavoratori senza fissa dimora.

L’idea di Baron Cohen e della sua organizzazione è quella di usare larte per trasformare ciò che ora è un conflitto violento in una rete di relazioni sociali trainanti ed educative. «La città si siede sul deposito di ferro più grande del mondo e uno dei più grandi fornitori de acqua potabile, al centro della foresta pluviale amazzonica. Cosa succede qui influenzerà il futuro del mondo». La popolazione, come dice Cohen, comprende le conseguenze nascoste di queste attività ma non fa nulla. «Pensare no ma dire si; questo è il riflesso popolare dell’Amazzonia». L’idea alla base dell’incontro tenutosi in Brasile è certamente un qualcosa di molto ambizioso. Ma non impossibile.

Il fatto che all’evento abbiano partecipato tante persone, riflette una potenziale positività di nuove forme di collaborazione e di metodi alternativi che coinvolgano soprattutto i giovani dell’Amazzonia, potente fonte di trasformazione e di traino. «Possiamo usare la danza per portare la nostra gioventù per strada ed aiutare a sviluppare una visione diversa», ha detto Alessandra Korap, leader della comunità indigena Munduruku ad Itaituba, Pará. «L’arte trasforma le vite», ha commentato Elton Santana da Silva, capitano della polizia di Salvador Bahia, il cui noto gruppo teatrale, da circa 20 anni, usa l’arte «come canale di comunicazione con le comunità». «La performance artistica è necessaria per stimolare i giovani e mostrare loro che sono capaci di organizzarsi politicamente. L’impatto potenziale di questa responsabilizzazione è incommensurabile».

Metà dell’intero patrimonio forestale del mondo è stato distrutto in un secolo e secondo le stime, se le cose non miglioreranno, tra 100 anni non avremo più nulla. Dietro la deforestazione, la mano dell’uomo, incurante e alla ricerca di una fonte di guadagno. Parte del problema? L’agricoltura servente lindustria alimentare. Ma se questa fosse anche parte della soluzione?

Di questo hanno discusso altri esponenti, stavolta di organizzazioni non governative insieme ad altri esperti del settore privato, governativo e finanziario in una riunione tenutasi a New York. Collaborazione, uno dei temi principali. Se infatti, le ONG, i Governi e le stesse industrie alimentari stanno iniziando a lavorare insieme per mettere fine alla deforestazione e a tutto ciò che sta causando, non lo si sta facendo però abbastanza in fretta. «Non c’è abbastanza azione per porre fine alla deforestazione. Le compagnie devono rettificare le loro pratiche d’affari prima di espandersi in nuovi territori, poiché quel vecchio modello di impianto industriale non va bene per la foresta, per la gente o per il pianeta», ha affermato Gemma Tillack, direttrice della campagna per l’industria alimentare alla ONG Rainforest Action Network.

«Anche lavorare con i Governi locali è di vitale importanza. Tante decisioni sono fatte a livello locale», ha detto Andrew Aulisi, uno dei dirigenti della PepsiCo. La sfida cui andremo incontro negli anni a venire dovrà coinvolgere tutti: come bilanciare la produzione di cibo per sfamare il mondo con la protezione per il cambiamento climatico e la biodiversità? «La produttività è il centro delle soluzioni», afferma Aulisi. «Se fai un passo indietro e guardi all’agricoltura sostenibile globalmente, la chiave è il rendimento e la produttività ottenendo la massima produzione sulla minore zona». Le soluzioni, insomma, ci sarebbero pure ma dalle parole occorre passare ai fatti. «Abbiamo tecnologie e metodi. Non abbiamo bisogno di inventare nulla, dovremmo solo prendere ciò che abbiamo e metterlo in pratica».

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