mercoledì, Maggio 22

Ecco come la domanda di soia sta accelerando la deforestazione amazzonica Non solo benefici per il Brasile. Il crudele impatto della guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina sulla foresta amazzonica

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Mentre Cina e Stati Uniti sembrano voler continuare il loro gioco alla fune, l’ombra di una guerra commerciale incombe e si intensifica. Ci si accapiglia per indovinare la prossima mossa, ma nel discutere sulle possibili conseguenze, rischiamo di dimenticare un effetto collaterale ad ampio raggio: quello sull’Amazzonia brasiliana. In altre parole, la probabile -e già tangibile- crescita della deforestazione, l’intensificarsi delle pressioni sui gruppi indigeni e l’aumento dei cambiamenti climatici.

Fino ad ora, l’Amministrazione Trump ha imposto alla Cina 50 miliardi di dollari in dazi e, due settimane fa, ha pubblicato un elenco di tariffe del 10% su 200 miliardi di dollari in prodotti cinesi, seguendo le intenzioni del presidente. Ed i cinesi non stanno certo con le mani in mano. Ed ecco l’annuncio dell’eventuale imposizione di una tariffa del 25% sui prodotti agricoli statunitensi, mossa che potrebbe aumentare la domanda di soia e di altri prodotti agricoli nei paesi sudamericani. Ecco che entra in gioco il Brasile che, grazie alle alte tariffe sui prodotti statunitensi, potrebbe uscire da questa guerra dei dazi come il principale beneficiario.

Secondo gli analisti, la mossa della Cina che cerca di ridurre la dipendenze dagli USA, potrebbe avere impatti a lungo termine sulla produzione di soia e spostare permanentemente la domanda in Sud America. Come abbiamo già visto, la domanda di soia cinese si sta già muovendo dagli Stati Uniti al Brasile: le esportazioni di soia brasiliana verso la Cina, infatti, sono più che raddoppiate dal Settembre dello scorso anno, in parte, a causa della siccità argentina. La Cina, insomma, importa più della metà della soia di cui si serve dall’America Latina, il cui valore di importazione totale è di 19.5 miliardi di dollari annui, di cui 15.6 miliardi dal solo Brasile. 

Un’enorme opportunità per l’economia carioca e di altri paesi latini, ma occhio all’altra faccia della medaglia. L’aumento delle entrate e la promozione di migliori pratiche per ottimizzare l’utilizzo del fertile suolo, rischia di danneggiare l’ambiente in maniera irreparabile. Senza le giuste precauzioni e gli impegni dai governi, del settore privato e, non di meno, della comunità internazionale, un aumento nella produzione agricola potrebbe mettere alcuni ecosistemi tropicali a rischio di deforestazione. Se la crescita della domanda cinese, come si crede, dovesse portare ad un ancor maggiore aumento della produzione di soia, le coltivazioni potrebbero invadere le foreste.

Lo stesso fattore -il cambiamento cinese negli acquisti di materie prime dagli Stati Uniti al Brasile-è per quest’ultimo, per un verso, positivo in termini di crescita economica, e per l’altro verso, negativo in tema ambientale. Il rischio riguarderebbe soprattutto la regione amazzonica e quella del Cerrado (la savana più ricca biologicamente al mondo, nonché, uno dei centri di produzione di cereali, soia, fagioli, mais e riso del Paese), due aree esportatrici di materie prime. Già da qualche anno si stanno costruendo infrastrutture per consentire di far arrivare più agevolmente questi prodotti sul mercato. Quest’anno, anche senza una guerra commerciale, infatti, gli esperti si aspettano che il Brasile superi gli Stati Uniti come il più grande produttore al mondo di soia.

D’altronde, come qualcuno direbbe, Trump se l’è cercata. Il cambiamento di bandiera relativo al commercio agricolo sarebbe, infatti, originato dalle ripetute azioni e minacce statunitensi. Ad Aprile, le vendite di soia americana in Cina sono diminuite di 70.000 tonnellate rispetto allo stesso periodo nello scorso anno. Gli stessi dati confermano, però, anche l’impennata nella deforestazione dell’Amazzonia brasiliana tra i mesi di Febbraio ed Aprile 2018, rispetto al 2017,  letta come una prima risposta da parte dei coltivatori di soia brasiliani desiderosi di trarre profitto da una guerra commerciale.

E se la guerra commerciale dovesse proseguire in tal senso e la produzione di materie prime brasiliane dovesse aumentare, facile immaginare che i tassi di deforestazione possano seguire il trend. Gli scienziati temono che la deforestazione dell’Amazzonia, ora al 17%, potrebbe essere spinta oltre il 20-25%. Ciò significherebbe, secondo gli esperti, anche la trasformazione della foresta pluviale in savana, e conseguente, il rigonfiamento delle emissioni di carbonio e la destabilizzazione dell’intero clima regionale e globale. Eh già, globale, perché il rischio di deforestazione si estende oltre l’Amazzonia brasiliana ad altri ecosistemi come il Cerrado (un bioma della savana con un misto di aree boschive e praterie), e oltre il Brasile, ovvero, in aree del Paraguay, Argentina e Bolivia.

Occhio anche alla questione ‘prezzi’. Secondo un’analisi del Center for Global Development in merito, i prezzi agricoli sono il fattore che entra in gioco più forte nell’aumento della deforestazione. In Brasile, poi, il cambio di destinazione del suolo è qualcosa di molto più ‘elastico’ rispetto agli Stati Uniti. In parole semplici, se i prezzi aumentano, la produzione di soia in Brasile tenderà ad espandere i propri orizzonti. È già successo nei primi anni 2000, quando i prezzi della soia brasiliana sono aumentati. All’opposto, se i prezzi dovessero essere più bassi, potrebbero facilitare alcuni cambiamenti politici e ambientali. Ad esempio, la moratoria brasiliana per la soia del 2006, un accordo volontario a zero deforestazione messo in atto dall’industria della soia, «è stata possibile in parte perché è arrivata in un momento in cui i prezzi della soia erano bassi».

E nel nostro caso? Si va in direzione ‘ipotesi A’. La minaccia della guerra commerciale tra la Cina e gli Stati Uniti, infatti, ha già prodotto l’aumento dei prezzi della soia brasiliana.

L’estensione delle coltivazioni di soia, oltre ad incidere sulle foreste brasiliane, potrebbe anche influenzare le emissioni del Brasile e la sua capacità di raggiungere gli impegni relativi al Nationally Determined Contribution (NDC) dell’Accordo di Parigi sul clima, termine utilizzato nell’ambito della Convenzione quadro delle Nazioni Unite per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra. I cambiamenti di uso del suolo e la silvicoltura combinata all’agricoltura hanno contribuito alle emissioni brasiliane dal 1990 al 2014, rappresentando il 74% del totale nazionale. Un’ulteriore deforestazione causata dall’aumento della produzione agricola spingerebbe le emissioni totali del Brasile ancora più in alto.

Ma come si può limitare la deforestazione?

La risposta, come sempre, è in mano ai politici e alle aziende. Per contrastare il potenziale danno ambientale, occorrerebbe dissociare la produzione di materie prime dalla deforestazione. Ovvero, nessuno e niente impone di abbattere alberi per produrre di più. Sembrerebbe un’utopia, ma non è così. 

Il Governo brasiliano ha già avuto successo nel limitare la deforestazione causata dalla soia. Come? Attraverso due azioni: il monitoraggio satellitare ad alta tecnologia delle aree forestali e l’applicazione delle -già esistenti- leggi di conservazione delle foreste. Ma anche le aziende hanno fatto la propria parte, eliminando la deforestazione dalle principali catene di approvvigionamento di soia con la moratoria di Amazon Soy. Ora potrebbero rafforzare ulteriormente questa politica estendendo la protezione alle aree boschive del Cerrado e simili.

A proposito di aziende, il passato impegno si è ispirato dal Manifesto di Cerrado, un invito all’azione da parte di 60 ricercatori brasiliani ed organizzazioni sociali e ambientali per le aziende che acquistano soia e carne dall’interno della regione per eliminare la deforestazione e salvare il bioma. Inoltre, anche queste possono utilizzare soluzioni tecnologiche per implementare i loro impegni come i dati su Global Forest Watch e su applicazioni specifiche.

Ma c’è un altro punto importante nel risolvere il problema: il finanziamento sul clima. Ovvero,  fornire incentivi per la conservazione delle foreste, mettendole, così, al riparo dalle fluttuazioni dei prezzi delle materie prime. Ma qui c’è un grosso ma: mancano le finanze per sostenere il commercio libero dalla deforestazione. Nel 2016, meno del 2% (3 miliardi di dollari) di 141 miliardi di finanziamenti pubblici per il clima è stato assegnato a terreni e foreste, anche se si stima che la conservazione e il ripristino possano fornire il 60% delle riduzioni di emissioni necessarie per raggiungere livelli adeguati di carbonio entro il 2050 nell’aera latina e caraibica.

Il Brasile, insomma, insieme ad altri paesi sudamericani dalle simili caratteristiche, potrebbe uscire da questa guerra commerciale portando a casa dei benefici economici.

Certo, ma a quale prezzo? A costo di vedere decimate foreste ed ecosistemi? Pensiamoci bene: qui, a rimetterci, non c’è solo un Paese, un’area agricola o un continente.

Le carte, poi, sono già state assegnate. È ora di pensarci su, davvero.

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