sabato, Giugno 6

East African Community: sempre più motore economico dell’Africa A trainare questa sostenuta crescita economica sono quattro Paesi: Etiopia, Tanzania, Rwanda e Kenya. Vari indicatori economici fanno sperare in una crescita ulteriore per il 2018

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Altro dark side della crescita economica è la riduzione della povertà. Escluso il caso Rwanda, in generale nei Paesi dell’Africa Orientale si evidenzia una mancata riduzione della disoccupazione e della povertà e un aumento delle diseguaglianze sociali. Tolto le drammatiche situazioni del Sud Sudan (in guerra civile – etnica dal 2013) e del Burundi (retto da un Governo e da un Presidente ‘illegali’ dal luglio 2015) le maggiori diseguaglianze sociali si registrano in Etiopia e Kenya, mentre Tanzania e Uganda si mantengono relativamente stabili seppur incapaci al momento di offrire netti miglioramenti per le classi sociali più deboli ed emarginate.

Secondo gli esperti le diseguaglianze sociali non miglioreranno nel 2018 e nel 2019 a causa della lenta presa di coscienza dei governi africani, che ancora sperano che il libero mercato possa in un qualche modo risolvere le ingiustizie sociali offrendo opportunità di lavoro. È indubbio che a breve termine i governi dell’Africa Orientale debbano seriamente pensare a misure di intervento statale per creare non solo nuovi posti di lavoro, ma adeguati stipendi onde evitare il rafforzarsi del fenomeno degli ‘impieghi poveri’ legati a inaudito sfruttamento sul lavoro che comprimono il mercato interno.

Uno dei fattori principali per sostenere, se non migliorare, le attuali performance economiche, consiste nella integrazione regionale della East African Community, delle interrelazioni con la COMESA (Mercato Comune per l’Africa Sud Orientale) e la capacità di contribuire come Unità Economica Africana più avanzata al progetto di integrazione economica e politica continentale, che si trova ad uno stadio avanzato ma non priva di ostacoli. Unità che non si vuole solo mirata all’integrazione economica  ma sulla libera circolazione delle persone e sulla Black Dignity.

Un secondo fattore determinante sarà la capacità di gestire, per il bene della popolazione e lo sviluppo generale del Paese, l’immenso potenziale dei giacimenti di petrolio e gas  scoperti in Uganda, Kenya, Tanzania, Etiopia per evitare degenerazioni evidenziate in Nigeria, Guinea Equatoriale e Congo Kinshasa.

Sul fronte politico, se le pericolose crisi registrate negli ultimi mesi in Kenya ed Etiopia sembrano aver trovato  soluzioni idonee a una riconciliazione nazionale e a una stabilità capace di evitare derive autoritarie e conflittualità etniche, la guerra civile in Sud Sudan e la crisi politica creata dal regime razial nazista del CNDD-FDD in Burundi pongono seri dubbi su stabilità regionale che, qualora saltasse, metterebbe in forse le attuali rosee prospettive di crescita economica e sviluppo. In entrambi i due  Paesi occorre trovare soluzioni, non certo facili, ma necessarie e la volontà politica regionale e dell’Unione Africana di porre fine a due regime anacronistici, sanguinari e criminali promuovendo la democrazia e la moderna, umana e razionale gestione del potere e amministrazione pubblica.

Se nel caso del Burundi basterebbe una decisa azione di forza militare esterna (tesa anche ad evitare il rischio di genocidio sempre latente), in Sud Sudan la situazione è particolarmente delicata e ogni soluzione tesa a stabilizzare il Paese è di fatto ostacolata da interessi contrapposti sia a livello internazionale -Cina-Stati Uniti che a livello regionale-, Kenya, Etiopia, Uganda. Purtroppo la ricerca di soluzioni, anche drastiche, si rende necessaria e inevitabile. Il Sud Sudan rappresenta l’1% del PIL regionale e l’economia del Burundi non fa nemmeno più testo, ma entrambi i Paesi rischiano di compromettere la stabilità regionale e i piani di integrazione delle infrastrutture, mettendo a rischio il quadro macroeconomico regionale, le opportunità di investimenti, il capitale sociale, umano, finanziario dell’Africa Orientale.

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