giovedì, Novembre 14

East African Community moribonda? forse tutt’altro, grazie alla Cina EAC rappresenta il più grande mercato potenziale africano, gli investimenti della Cina per farne un nodo strategico della Via della Seta impedirà la morte dell’unione economica e politica dell’Africa Orientale

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Il Ventesimo Summit dei Capi di Stato della East African Community (EAC) tenutosi lo scorso 01 febbraio ad Arusha, Tanzania, è stato definito da alcuni osservatori regionali come il funerale del più importante ed avanzato esperimento di unione economica e politica in Africa. Il summit si doveva tenere il 30 novembre 2018 ma fu rinviato causa lo scoppio della crisi diplomatica tra Burundi e Rwanda basata su reciproche accuse di destabilizzazione. Accuse aggravate dai continui tentativi di invasione del Rwanda effettuate dal gruppo terroristico FDLR a partire dal Burundi.

Le FDLR nacquero nel 2000 all’est del Congo, su iniziativa dei servizi segreti francesi che raggrupparono ex soldati e miliziani Interhamwe responsabili del genocidio ruandese del 1994 creando la nuova formazione che doveva riconquistate il Rwanda e rimettere al loro posto di comando le forze politico militari del Hutupower.  Le FDLR non sono fino ad ora riuscite a riconquistare il Rwanda ma, grazie all’inerzia della comunità internazionale e la complicità di Capi di Stato, quali Joseph Kabila e Pierre Nkurunziza, sono diventate un forte movimento armato (dai 12 ai 14.000 uomini) ben armato grazie al traffico illegale di oro, coltan e altri minerali preziosi effettuato all’est del Congo, in stretta collaborazione con la Famiglia Kabila.

Evidenti sono le tensioni tra i vari Stati membri della EAC. Le più pericolose sono quelle tra Burundi e Rwanda e Uganda e Rwanda. Entrambe si basano su un cocktail esplosivo di rancori personali e voglia di supremazia nutriti da Nkurunziza, Yoweri Kaguta Museveni e Paul Kagame, immensi interessi sulle risorse naturali regionali, soprattutto quelle congolesi, e su conflitti etnici non ancora risolti dall’Olocausto Africano del 1994.

Esistono anche latenti dispute per stabilire la supremazia economica e politica tra Uganda, Kenya e Tanzania, mentre in Sud Sudan la pace sembra ancora lontana da essere realizzata nonostante l’accordo imposto dai governi di Kampala e Khartoum. Il raggiungimento della pace in Sud Sudan è anche messo in forse dalle profonde divergenze di Stati Uniti e Russia su come instaurare la pace nella più giovane Nazione africana.  Questa situazione di instabilità regionale che cela potenziali conflitti rischia di compromettere il progetto di unione economica politica e sociale dell’Africa Orientale, facendolo fallire.

Un primo fallimento è già avvenuto proprio a causa di discordie e tensioni tra i Stati membri nel 1977, quando la prima EAC collassò su se stessa. La EAC I, nata nel 1967, si basava sul progetto di integrazione economica attuato durante la tarda epoca coloniale dalla Gran Bretagna. Ora è il turno della EAC II di collassare per le ragioni irrisolte che portarono al dissolvimento della EAC I 42 anni prima.

Due esperti regionali kenyoti di fama internazionale non concordano su questo cupo futuro dipinto per la East African Community. Si tratta di Charles Onyango Obbo, giornalista, e Joshua Oigara, direttore generale della potente banca keniota KCB – Kenyan Commercial Bank, l’unico istituto bancario che opera in tutti i Paesi della EAC. Pur non negando l’esistenza di forti tensioni tra gli Stati membri i due esperti non presagiscono lo scoppio di violenti conflitti regionali.

A dimostrazione della loro tesi prendono la convulsa e pericolosa situazione pre-elettorale in Congo, Paese che non fa parte della EAC ma che ha un peso fondamentale negli assetti economici e di stabilità regionale all’interno della comunità economica. Uganda e Rwanda assieme ad Angola e Congo Brazzaville e con il benestare di Stati Uniti e Francia, nell’estate del 2018 erano pronti ad una invasione militare qualora il dittatore Kabila avesse nuovamente cancellato le elezioni, che si dovevano originariamente tenere nel dicembre 2016 o si fosse presentato come candidato per ottenere il terzo mandato. Le abili mosse di Kabila  -decisione di non presentarsi alle elezioni, nomina del suo Delfino: Ramazani, e il colpo da maestro di far artificialmente vincere il più debole e manipolabile tra i leader dell’opposizione, Félix Tshisekedi, previo accordi segreti–  ha sconvolto i piani Occidentali e delle potenze africane sul Congo.
Tutti sanno che il nuovo presidente Tshisekedi non è altro che una marionetta che permette a Kabila e al clan dei Mobutisti di controllare il Paese dietro le quinte, ma tutte le potenze regionali hanno abbandonato l’idea di aprire un conflitto militare proprio per le conseguenze che potrebbe avere sull’integrazione economica della regione.

Queste considerazioni sono alla base dei freni posti a che nell’Africa Orientale non scoppi conflitti militari tra Uganda e Rwanda e tra Rwanda e Burundi. Le conseguenze di un conflitto armato regionale portano le potenze africane a scendere a compromessi anche con dittatori quali Kabila e Nkurunziza –anche se per il caso del Burundi entra in gioco la sopravvivenza della etnia Hima (Tutsi) e le possibilità che Uganda e Rwanda decidano di abbattere il regime tramite l’opposizione armata burundese rimangono tutt’ora aperte.

Onyango e Oigara aggiungono un altro fattore di stabilità che impedirebbe il nascere di conflitti e l’implosione della East African Community: la Cina. Pechino ha investito molto in Africa e nel medio termine questi investimenti sono destinati a raddoppiare. L’Africa è stata inserita nel piano di globalizzazione cinese One Belt One Road, la moderna Via della Seta. Investimenti che si concentrano sulla realizzazione di infrastrutture commerciali: aeroporti, proti, strade, ferrovie.
Pechino pone particolari attenzioni all’Africa Orientale principalmente per tre ragioni geostrategiche ed economiche. I Paesi della East Africa (regione che comprende anche Etiopia, Gibuti e Somalia) sono ubicati in una posizione strategica per la nuova Via della Seta, essendo il corridoio tra l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, tra Asia ed Europa dove passano i principali traffici marittimi commerciali. L’importanza della EAC è aumentata con il recente accordo economico tra Italia e Cina che, secondo i piani di Pechino, dovrebbe trasformare il Bel Paese in una porta di entrata per la conquista cinese dell’Europa con reciproci vantaggi economici. Il testo del Memorandum tra Italia e Cina è stato reso pubblico lo scorso 19 marzo e già sta preoccupando Francia, Germania e Stati Uniti.

La EAC rappresenta il più grande mercato potenziale africano. In generale l’Africa è già il primo continente con maggior crescita di popolazione e maggior bacino di giovane mano d’opera che supera abbondantemente la mano d’opera presente in Cina e India. Una mano d’opera che ha una età media dei cittadini è 18 anni e che nel 2034 raggiungerà il 1,1 miliardi di persone. L’attuale bacino di popolazione, e quindi di potenziali consumatori, di 457 milioni di persone, a cui si devono aggiungere altri 230 milioni di cittadini del Congo, Etiopia, Giubuti e Somalia, tutti Paesi che ruotano attorno all’orbita della EAC e di cui è presumibile che diventino membri tra un arco di cinque anni.

Le previsioni demografiche parlano di 800 milioni di persone che vivranno nell’Africa Orientale nel 2050. Questo immenso mercato potrebbe essere in realtà sensibilmente ridotto se continueranno le miope politiche di accumulazione di ricchezze della classe dominante, che impedisce la necessaria distribuzione dei proventi economici tra la popolazione impedendo il boom dei consumi di massa. Questo ‘male africano’ dove il potente prende tutto, raccogliendo anche le briciole cadute a terra, è anche la principale fonte di tensioni sociali, come assistiamo accadere in Uganda. Di conseguenza una maggiore distribuzione delle ricchezze è un passo obbligatorio anche per i più dispotici regimi regionali quali il Burundi o il Sud Sudan per evitare il collasso e guerre civili.

Oltre alla sua posizione geografica e al potenziale bacino di consumatori, la EAC rappresenta la regione africana più dinamica in termini di crescita economica e un immenso bacino di risorse naturali (oro, diamanti, minerali, petrolio, gas naturale) che trasforma l’Africa Orientale nel punto strategico di prima importanza per la Cina. Secondo le previsioni degli economisti cinesi, la EAC è destinata a diventare il principale blocco economico del Continente assorbendo anche la SADAC (Comunità Economica dell’Africa Meridionale) e la ECOWAS (Comunità Economica dell’Africa Occidentale) entro il 2050. La Cina sta puntando sulla EAC per creare un mercato unico continentale, che da Pretoria giunga al Cairo e da Monrovia e Libreville giunga a Tunisi. Con questi presupposti e interessi la Cina già ora è il principale fattore che impedisce lo scoppio di conflitti regionali nell’Africa Orientale.

Pechino sta concentrando le sue risorse finanziarie per potenziare la competitività della EAC e dell’Africa in generale, tramite la realizzazione delle infrastrutture pubbliche. Molti economisti ed esperti occidentali ci parlano di neocolonialismo. La Cina starebbe costruendo strade, porti e aeroporti in Africa solo per accelerare e far diventare economicamente più convenienti le esportazioni delle materie prime. I crediti concessi per la realizzazione delle opere pubbliche aumenteranno il debito estero dei singoli Paesi africani compromettendo il loro progresso economico e sociale.

Opinioni non condivise dagli omologhi africani e cinesi che fanno osservare che la politica di imperialismo economico di Pechino è maggiormente orientata a creare la rivoluzione industriale in Africa (sotto controllo delle multinazionali cinesi), piuttosto che utilizzare il continente come un semplice serbatoio di materie prime da esportare a prezzi ridicoli. Da ormai 6 anni Pechino non concentra più i suoi sforzi in Africa sulla semplice esportazione delle materie prime. La necessità di materie prime per l’industria autoctona cinese è evidente, ma il Governo si sta orientando verso una delocalizzazione della produzione cinese in Africa.  Le materie prime si possono trovare altrove, addirittura fuori dal Pianeta, come attestano gli immensi finanziamenti stanziati per i progetti spaziali cines,i che prevedono entro il 2040 colonie commerciali sulla luna per esportare i minerali presenti sul satellite della Terra.

Per quanto riguarda il debito, è incontestabile il suo aumento anche se va notato che i Paesi africani maggiormente indebitati non raggiungono la soglia del 60%, mentre le malate economie occidentali hanno debiti esteri ormai insolvibili e superiori al 100%. La Cina non sembra interessata ad avere debitori insolvibili da sottomettere e da sfruttare tramite la rapina delle loro risorse naturali, riproducendo l’economia coloniale occidentale. Sembra piuttosto interessata ad avere un solido e riconoscente partner economico e politico a livello mondiale da aggiungere al blocco EuroAsiatico (Russia – Cina) e al nuovo ordine mondiale dei BRICS. Questo orientamento è evidenziato dalle cancellazioni dei debiti contratto dai Paesi africani che Pechino attua ciclicamente.

L’interesse della Cina per l’Africa non ruota attorno alle materie prime, come si crede in Occidente, ma sulla posizione geografica del Continente, che, se abbinata alla quantità di risorse naturali contenute, fanno dell’Africa il centro dell’economia mondiale nel contesto della nuova Via della Seta. La Cina è intenzionata a fare in modo che il Ventunesimo secolo sia dominato dai due continenti emergenti.

Non è un caso che Pechino finanzia volentieri progetti assai costosi per trasformare punti strategici del continente africano in hub logistici mondiali. L’Etiopia ha già realizzato l’hub logistico aereo grazie alla compagnia di bandiera Ethiopian Airlines e l’intesa commerciale con la Kenya Airline e la Rwanda Air. L’aeroporto Addis Ababa Bole è stato ampliato con un secondo terminale raggiungendo la capacità di smistare 22 milioni di passeggeri all’anno diretti in Asia, Africa, Europa, Americhe.

Gibuti è uno storico centro logistico mondiale, oltre ad ospitare basi militari di vari Paesi tra cui la Cina.  I porti di Mombasa, Lamu (Kenya) e Dar El Salam (Tanzania) saranno beneficiari di grossi investimenti per rinnovarli ed ampliarli. In aggiunta al porto di Dar El Salam. sarà creato uno gemello a Bagamoyo, a 72 km di distanza con un finanziamento di 10 miliardi di dollari garantito da fondi del Sultanato del Oman e della Exim Bank China. Bagamoyo è destinato a diventare il più grande porto africano commerciale con una capacità di container pari a quella del porto di Rotterdam.  La Tanzania si appresta a realizzare un terzo porto a Mwambani e una ferrovia nazionale, mentre il Kenya intende realizzare una ferrovia che da Lamu arrivi a Port Sudan in Sudan attraversando l’Etiopia: 1.720 km di binari. Il Ruanda prevede nel 2020 di inaugurare il nuovo aeroporto internazionale a Bugesera. Kigali nutre il sogno di diventare la Singapore Africana.

Anche le crisi diplomatiche e i potenziali conflitti tra Stati membri sembrano essere ignorate dagli imprenditori locali che continuano a rafforzare il commercio regionale. In piena guerra fredda e nonostante la chiusura di qualche frontiera le esportazioni ugandesi in  Rwanda nel 2018 hanno raggiunto i 197 milioni di dollari rispetto a quello registrato nel 2000 pari a 9 milioni di dollari, mentre le importazioni dal Ruanda hanno raggiunto i 177 milioni di dollari contro gli iniziali 20 milioni nello stesso periodo. Per la prima volta l’Uganda registra un surplus nella bilancia commerciale con il Kenya di 122 milioni di dollari su un totale di 628 milioni di esportazioni e 505 milioni di importazioni. L’Uganda sta potenziando l’agricoltura per raggiungere in pieno le sue potenzialità di granaio dell’Africa Orientale.

L’interconnessione dei vari interessi economici e investimenti regionali stanno rafforzando le imprese locali, che progressivamente assumono dimensioni multinazionali, come molte compagnie keniote, alcune di esse appartenenti alla famiglia Kenyatta. L’integrazione regionale non passa solo attraverso un moderno network di comunicazioni e scambi economici, ma sulla libera circolazione delle persone. I permessi di residenza e di lavoro tra Stati membri sono progressivamente abrogati.

La politica migratoria dell’Uganda è emulata da altri Paesi, compresa l’Etiopia, che aspira a diventare membro EAC. Questa politica sta assorbendo due Paesi estranei ma di vitale importanza per la EAC: il Sudan (Stato membro senza avere i minimi requisiti) e la Repubblica Democratica del Congo, ricchissimo e in eterna instabilità. I cittadini di questi due Paesi, attraverso l’accoglienza dei profughi, vengono assorbiti dai Paesi vicini, creando doppie nazionalità e identità culturali.

L’ultimo fattore che impedirebbe il fallimento della East African Community, deriverebbe dal Paese più impensabile: la Somalia, secondo il giornalista Onyango e dal banchiere Oigara. Questo spiegherebbe perché gli Stati fondatori della EAC (Kenya, Tanzania, Uganda) stiano facendo pressioni affinché la Somalia entri a breve nella comunità economica, nonostante che sia ancora instabile. Mogadiscio, nonostante la recente escalation di attentati terroristici di Al Sabaab, gruppo islamico affiliato sia ad Al Qaeda che al DAESH, grazie ai finanziamenti della ritornata diaspora ha ora le potenzialità per diventare un importante centro di scambi commerciali. Il capitale degli imprenditori somali (sia pulito che no) è già tra i principali motori che fanno muovere e fiorire l’economia in Africa Orientale.

Non è un caso che l’Etiopia ha preso le redini del comando della AMISOM date dall’Uganda per debellare Al Sabaab e rendere sicuro il Paese sotto un governo amico. Un obiettivo reso però difficile a causa dei tagli sui fondi destinati al AMISOM da parte di Unione Europea e Stati Uniti, che potrebbero costringere i principali contingenti militari  -Burundi e Uganda- a ritirare in toto le loro truppe. Etiopia, potenza regionale, sotto l’Amministrazione Abiy, si sta avvicinando al Kenya, essendo il Primo Ministro etiope metà Oromo, popolazioni bantu etiopi. Oltre a bloccare il processo secessionista del Oromia State ai confini con il Kenya,

La nuova amministrazione etiope sta aprendo le porte agli investimenti kenioti. Oltre alla ferrovia Lamu Port Sudan è in costruzione la ferrovia Mombasa Nairobi Addi Ababa che offrirà all’Etiopia un terzo sbocco sul mare dopo quello di Gibuti ed eritreo grazie alla recente pace tra i due Paesi gemelli. Questo corridoio ferroviario si unità a quello già esistente con Gibuti e quello che collegherà l’Etiopia con l’Eritrea finanziato dall’Italia. Il commercio tra Kenya ed Etiopia è passato da 35 milioni di dollari nel 2014 a 175 milioni nel 2019. Banche e compagnie di telecomunicazioni keniote stanno aspettando la riforma economica e finanziaria promessa dal Primo Ministro Abiy per conquistare il mercato etiope avente un potenziale di 100 milioni di consumatori. L’Etiopia è destinata ad entrare nella EAC per assumere un contrappeso a Rwanda, Tanzania e Uganda se l’alleanza con il Kenya continuerà a dare buoni frutti.

Tutti questi fattori messi insieme impediscono secondo questi due esperti kenioti che l’esperimento della East African Community fallisca per la seconda volta. Al contrario la EAC sarebbe destinata a diventare l’attore principale nella nuova era sino-africana del Ventunesimo secolo.

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