domenica, Maggio 26

East African Community in bilico per le rivalità tra i Paesi membri e l’influenza straniera Il libero commercio del mercato unico non decolla, colpito anche il turismo regionale, le tensioni politiche tra diversi Paesi membri e le differenze sulla visione della EAC, oltre ai timori di perdere identità e sovranità nazionale, rischiano di far saltare il progetto

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La East African Community  (EAC – Comunità Economica dell’Africa Orientale) è l’esperimento più concreto del processo di unione economica, politica e sociale in atto nel Continente. Il processo di unificazione è in fase avanzata. Si sta cercando di rafforzare l’eliminazione dei dazi doganali tra gli Stati membri, la libera circolazione dei cittadini, avviare un robusto processo industriale, rafforzare le istituzioni e il Parlamento della EAC, creare una cittadinanza, un esercito e una moneta comuni.

La EAC riunisce importanti potenze regionali, 170 milioni di consumatori e un mercato tra i più dinamici e promettenti del continente, oltre a contenere immense riserve di minerali e idrocarburi. Purtroppo questo interessante esperimento economico è minacciato dalle rivalità tra i Paesi membri che stanno mettendo a rischio il processo di unificazione.

La EAC ha già conosciuto un primo fallimento nel 1977, a causa delle rivalità tra Kenya, Tanzania e Uganda. L’idea della EAC fu ripresa nel 2000.
A metà dicembre 2018 il Presidente ruandese Paul Kagame, Presidente anche della Unione Africana, ha duramente criticato gli Stati membri della EAC per il loro scarso interesse nel processo in atto di integrazione regionale. Nel suo discorso alla Nazionale dello scorso 13 dicembre, Kagame ha fatto notare che vi sono diversi punti irrisolti che possono interrompere il processo di integrazione nonostante i Paesi membri siano consapevoli dei benefici che può offrire la EAC, compresi il boom economico dettato dal mercato unico e la libera circolazione delle persone.

«Siamo tutti d’accordo che ci sono varie ragioni per favorire l’integrazione regionale piuttosto che rimanere singole entità statali ma la sfida ora è di realizzare seriamente questa integrazione. Dobbiamo spingerci oltre gli sforzi fino ad ora compiuti per realizzare questo sogno» , ha affermato Kagame durante il suo discorso, divenendo il primo Presidente degli Stati membri a parlare chiaramente dei rischi di fallimento della East African Community, già evidenziati nella cancellazione del Ventesimo Summit dei Capi di Stato EAC a causa delle forti divergenze con il Burundi, governato da uno spietato e sanguinario regime razziale.  
«Non mi stancherò ad attirare l’attenzione su queste problematiche per cercarle di superarle insieme. Il Ruanda continuerà i suoi sforzi per rendere irreversibile l’integrazione regionale dell’Africa Orientale», ha concluso il Presidente ruandese.

La East African Community sta conoscendo un importante crescita economica, un netto miglioramento della qualità di vita della sua popolazione e un promettente inizio di industrializzazione. Tra il 2020 e il 2022 Kenya e Uganda entreranno nel club dei Paesi africani con economia a petrodollari, aggiungendosi al Sud Sudan e alla Tanzania. Nonostante questi successi, gli Stati membri si stanno incastrando in dispute economiche e politiche che se non risolte potrebbero portare alla dissoluzione della comunità economica.

Nel 2010 gli Stati membri della EAC avevano segnato il Protocollo del Mercato Unico, che doveva annullare le frontiere interne per permettere la libera circolazione di beni, capitali e persone. Ad oggi il mercato unico non è ancora in vigore. I vari Stati membri si accusano tra loro di ostacolare questa necessaria integrazione economica.
Nel gennaio 2018 le autorità tanzaniane hanno requisito 1300 bovini kenioti prevenienti dalla regione del Masai e già importati in Tanzania, affermando che erano ammalate. Tutti i capi di bestiami sono stati abbattuti. Questo è stato il più grave incidente commerciale tra Tanzania e Kenya dopo quello avvenuto nel novembre 2017, quando le autorità tanzaniane intercettarono e bruciarono in un solo giorno 6.400 polli kenioti che avevano oltrepassato il posto di frontiera di Namanga, in quanto sospettati di essere infetti dalla influenza aviaria.

Nell’agosto 2018 la Tanzania ha fermato l’importazione di zucchero ugandese affermando che si trattasse di zucchero contrabbandato dal Kenya. Dopo l’intervento del Parlamento EAC di Arusha (Tanzania), il Governo di Dodoma ha abrogato l’ordine, applicando, però, sulle importazioni di zucchero dall’Uganda una tassa doganale del 25%, al fine di renderlo non competitivo sul mercato interno. Un provvedimento in chiara violazione con il protocollo del mercato comune, che prevede nessuna tariffa doganale su merci di origine della EAC.  
Nello stesso mese è scoppiata una guerra commerciale tra Kenya e Tanzania quando Jerry Muro, Commissario del Distretto di Arumeru, Tanzania, ha annunciato il divieto di importazione di carote keniote per proteggere la produzione locale. Centinaia di agricoltori tanzaniani del distretto hanno bloccato varie volte l’autostrada Arusha-Moshi, ispezionando i camion provenienti dal Kenya e distruggendo i carichi contenenti carote.
Nello stesso periodo le autorità tanzaniane hanno arrestato importatori kenioti di latte provenienti dal posto di frontiera di Namanga. Come ritorsione. il 15 settembre 2018 il Governo keniota ha vietato l’importazione di riso dalla Tanzania. In ottobre Nairobi ha imposto nuove tariffe su vari prodotti agricoli tanzaniani tra i quali la farina.  
Nel novembre 2018 in Uganda gli agricoltori hanno duramente protestato per il mancato mercato unico a Mutukula, città di confine con la Tanzania, in quanto le autorità doganali tanzaniane dal settembre 2018 stavano impedendo l’importazione nel loro Paese di centinaia di tonnellate di mais e fagioli ugandesi. Una ironia della storia, visto che proprio nella città di frontiera di Mutukula, nel novembre 2017 i Presidenti Yoweri Kaguta Museveni e John Pombe Magufuli avevano inaugurato l’apertura delle frontiere, secondo quanto previsto dal protocollo del mercato unico.

Le dispute interne hanno colpito selvaggiamente anche l’importante industria del turismo regionale che apporta agli Stati membri milioni di euro all’anno. Nel luglio 2018 la Tanzania ha deliberatamente impedito l’annuale migrazione di animali che dal parco nazionale tanzaniano del Serengeti giungono nel parco nazionale keniota del Masai Mara, appiccando il fuoco per impedire il passaggio degli animali. La migrazione annuale tra i due Paesi è uno spettacolo unico al mondo, che attira milioni di turisti da tutto il mondo. «La Tanzania ha ostacolato la migrazione nella speranza che i turisti passassero maggior tempo in Tanzania. Normalmente i turisti preferiscono il Masai Mara, in quanto il turismo keniota offre migliori infrastrutture e organizzazione rispetto a quello tanzaniano»,  dichiarò all’epoca alla ‘BBC’ l’operatore turistico keniota Frankras Karema. Come vedetta le guide turistiche keniote hanno smesso la collaborazione con i loro colleghi tanzaniani che permetteva ai turisti di visitare entrambi i due meravigliosi parchi nazionali. Il Governo di Nairobi ha appoggiato questa iniziativa ritirando alle guide turistiche tanzaniane la licenza di portare i loro clienti nel parco di Masai Mara.  Ora si deve scegliere tra Serengeti e Masai Mara.

A queste dispute economiche si aggiungono le gravi tensioni politiche tra Uganda, Rwanda e Burundi.
Dal 2017 le relazioni tra Kampala e Kigali stanno conoscendo una rinnovata guerra fredda che ruota attorno allo sfruttamento illegale delle risorse naturali all’est del Congo. L’Uganda accusa il Rwanda di destabilizzare l’apparato di sicurezza interno, mentre Kigali accusa Kampala di ospitare pericolosi gruppi armati contrari al Governo di Kagame. Un meeting chiarificatore tra Museveni e Kagame previsto per il marzo 2018 è stato annullato all’ultimo momento, e fino al dicembre 2018 la guerra fredda tra i due fratelli di armi è stata combattuta in Burundi, causa della scelta di  Museveni di appoggiare il dittatore Pierre Nkurunziza in chiave anti ruandese. Scelta venuta meno nel dicembre scorso, quando Kampala e Bujumbura sono arrivati ai ferri corti, interrompendo l’opportunistica alleanza.

Le relazioni tra Burundi e Rwanda si sono deteriorate arrivando ad una situazione prossima al conflitto, in quanto il regime burundese ospita i terroristi delle FDRL, responsabili del genocidio del 1994, e permette loro tentativi di invasione del Rwanda. Il regime burundese accusa Kigali di organizzare e sostenere le formazioni ribelli burundesi che stanno combattendo il dittatore Nkurunziza. Le frontiere tra i due Paesi sono praticamente chiuse o semi chiuse da mesi, con gravi danni economici per entrambi i contendenti. A fine dicembre il Burundi ha chiesto una conferenza speciale del Parlamento della EAC per condannare le attività eversive del Rwanda. Richiesta al momento non presa in considerazione per via del peso politico che Paul Kagame gode presso la EAC, Unione Africana e a livello internazionale.

Le differenze si sottolineano anche sulla visione della EAC che i vari Stati membri hanno. Kenya, Rwanda e Uganda stanno spingendo verso una rapida integrazione regionale, mentre la Tanzania sta rallentando per la paura di venire assorbita da queste tre potenze economiche e militari, mentre il Burundi e il Sud Sudan sono sprofondati nel caos politico e nella guerra civile.
Anche tra i fautori della veloce integrazione vi è una forte competizione per quale Paese svolgerà all’interno della EAC il ruolo giocato dalla Germania nell’Unione Europea. Il Presidente Museveni intende a tutti i costi imporre l’egemonia dell’Uganda sulla base della sua potenza militare. Il Presidente Kagame sulla base dell’organizzazione statale ed economica che ha reso il Rwanda una succes story. Il Presidente Uhuru Kenyatta sulla base della superiorità economica detenuta dal Kenya.

Queste rivalità di egemonia stanno impedendo il processo di integrazione di un altro gigante regionale: l’Etiopia, che sarebbe intenzionata ad entrare nella East African Community. Al momento l’ipotesi di aggiungere l’Etiopia è in forse, a causa della incompatibilità del sistema economico etiope nel libero mercato della EAC. L’Etiopia, pur abbandonando il sistema comunista per imbracciare il capitalismo, ha, di fatto, creato una economia ibrida di libero mercato e controllo statale con misure protezionistiche contro le importazioni. Anche il sistema finanziario etiope è incompatibile con quello degli altri Stati membri della EAC, in quanto non permette di aprire conti bancari in valuta straniera.  
Kenya e Tanzania rimangono discretamente contrarie all’adesione dell’Etiopia in quanto temono il rafforzamento del famoso impero Hima nella regione. Etiopia, Rwanda e Uganda sono legate politicamente tra di loro in quanto i loro leader fanno parte della giovane generazione di militari che ha dato un diverso corso alla storia dei rispettivi Paesi e quella regionale, abbattendo sanguinarie dittature negli anni Novanta. Le rispettive etnie dominanti in queste tre potenze regionali (Banyangole, Banyarwanda e Tigrine) appartengono al ceppo unico nilotico, conosciuto anche come ceppo Hima, e per questo legate da un patto di sangue. La difesa di queste etnie, minoritarie in entrambi le tre Nazioni, passa attraverso una egemonia Hima della regione politica, economica e militare.  
Anche la Somalia e il Sudan vorrebbero entrare nella comunità economica dell’Africa Orientale, ma le rispettive situazioni politiche e sociali rendono questa richiesta prematura.

Il processo di integrazione politica tramite il federalismo è contrastato per la paura di perdere identità e sovranità nazionale. Paesi privi di sbocco al mare come Burundi, Rwanda e Uganda temono che il sistema federale li ponga alla mercé dei Paesi che possiedono frontiere marittime  -Kenya e Tanzania. Questo timore sta rallentando la realizzazione delle infrastrutture comuni, tra le quali il corridoio di trasporti che dovrebbe collegare Somalia, Etiopia, Giubuti, Sud Sudan, Kenya; l’oleodotto Uganda-Tanzania; la ferrovia transnazionale che dovrebbe collegare Burundi, Sud Sudan, Rwanda e Uganda -finanziata dalla Cina con 18 miliardi di dollari- e, infine, il corridoio centrale che dovrebbe collegare attraverso la realizzazione di nodi stradali e ferroviari Tanzania Burundi e Rwanda.

Un altro fattore che sta mettendo a rischio l’integrazione regionale della EAC è rappresentato dalla dura contrapposizione di interessi tra Stati Uniti, Unione Europea, Cina, India e Russia. Washington e Bruxelles stanno influendo sul processo di integrazione della EAC nel tentativo di indebolirlo, puntando su una integrazione parziale e solo economica con l’obiettivo di contrastare l’influenza dei BRICS e il progetto geo-strategico cinese della via della seta. Per difendere la loro influenza, le potenze occidentali sono disposte a creare anche conflitti all’interno della regione -le crisi congolese e burundese rappresentano già ora ottimi focolai.  
Il piano di Washington e Bruxelles non è facile da realizzare. Se da una parte l’influenza occidentale è ancora forte nella regione, dall’altra solo il Rwanda e parzialmente il Kenya hanno firmato gli accordi commerciali con l’Unione Europea. Il Rwanda, pur rimanendo un ottimo alleato americano, è impegnato in una lotta commerciale contro le importazioni di vestiti usati dagli Stati Uniti che stanno compromettendo la nascita dell’industria tessile nazionale.  Il resto dei Paesi EAC considera gli  accordi commerciali con Stati Uniti e Unione Europea controproducenti per i loro interessi nazionali ed economici, come sottolineato dalle Nazioni Unite, e per questo stanno progressivamente decidendo di trattare con i singoli stati Europei, senza firmare accordi tra blocchi economici e di rivedere in profondità le relazioni economiche con l’America del Presidente Donald Trump.

In contrasto, Cina, India e Russia stanno investendo enormi capitali nel East Africa, diventando, di fatto, i principali finanziatori del processo di integrazione regionale.  Le tre potenze emergenti puntano su una forte federazione della EAC dal punto di vista politico e militare al fine di avere dalla loro parte il più importante alleato dell’Africa, capace, in prospettiva, di creare un blocco economico regionale che va dal Burundi al Sudan, coinvolgendo oltre 400 milioni di consumatori e che contiene al suo interno immense risorse naturali e strategiche posizioni marittime che vanno dal Canale di Suez al Nilo, dal Golfo di Ogaden al coste atlantiche.

Per rafforzare la loro posizione Pechino e Mosca stanno appoggiando i regimi dittatoriali in Congo e Burundi. Il confronto Occidente-BRICS sulla East Africa è di vitale importanza strategica. Stati Uniti e Unione Europea stanno tentando di salvaguardare la loro fragile influenza e l’afflusso di minerali e idrocarburi necessari per i loro apparati industriali. New Delhi, Mosca e Pechino, in contrapposizione, intendono supportare una EAC indipendente e forte dal punto di vista politico, economico e militare, per trasformarla in un loro potente alleato in grado di accelerare il piano strategico dei BRICS di indebolire l’Occidente, creando un blocco africano antagonista e bloccando il flusso di materie prime dal Continente agli Stati Uniti ed Europa, con l’evidente obiettivo di indebolire l’apparato industriale e impedire una vera ripresa economica che possa far uscire l’Occidente dalla ormai decennale stagnazione dei suoi mercati.  

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