lunedì, Novembre 18

E se fosse la Cina a insegnarci il nuovo modo di fare globalizzazione? Dietro il Belt and Road Initiative un nuovo modo di fare globalizzazione, e forse è per questo che gli USA sono così preoccupati

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Il Presidente Usa Donald Trump, viene visto da tempo come un incubo dagli analisti finanziari, che vedono gli indici delle azioni fluttuare costantemente, in base agli umori dell’inquilino della Casa Bianca. Una battuta del chief economist dell’Ubs Global Wealth Management, Paul Donovan, sintetizza con humour inglese,  questo sentimento: «non sappiamo quali tweet farà il Presidente Trump, lui stesso non sa, quali tweet farà». Siamo al culmine dell’imprevedibilità. Il VIX (Volatility Index dell’indice americano S&P 500), il noto ‘indice della paura’, ha raggiunto il suo picco massimo, proprio alla fine del 2018, nel pieno della guerra dei dazi, tra Usa e Cina.

Finanza a parte, quello che abbiamo ormai capito, è che il focus attuale della politica estera americana è contenere l’espansione economica, commerciale e tecnologica del gigante cinese. Una strategia di contenimento già avviata in modo più soffuso dall’Amministrazione Obama e ora sbandierata, a colpi di clava.

Trump ha rispolverato la vecchia arma del protezionismo, nell’era più globalizzata di sempre, per tenere alti i consensi elettorali interni e come deterrente nel raggiungere i suoi obiettivi di politica estera. In questo suo percorso, ha scavallcato in pochi mesi, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, il multilateralismo e le fila dei suoi diplomatici sparsi per il mondo.  

La NSS (National Security Strategy), il documento di sicurezza nazionale Usa, approvato a fine 2017, poco dopo il suo insediamento, parla molto chiaro:  la Cina viene definita una potenza revisionista, che mira a plasmare un mondo antitetico ai valori e agli interessi americani.  

Da questo ne deriva una considerazione, la politica sta avendo via via un peso maggiore degli interessi economici. E questo avviene negli Usa, come in Europa.  
La globalizzazione, vista dal lato del commercio internazionale, sta avendo una leggera battuta d’arresto. Il volume degli scambi, basato sulla domanda dei noli di containers, è iniziato a scendere lievemente a partire dal 2010, con un incremento maggiore dal 2018 (dati IHS Global, Bloomberg). Inoltre, in marzo, la Cina ha visto scendere, per la prima volta dal 2016,  le proprie esportazioni, del 20% su basse annua. Ma il dato in controtendenza, è che la Cina abbia accumulato un avanzo commerciale record nei confronti degli Usa, nel settembre 2018, raggiungendo la cifra di 31 miliardi di dollari, (dati del Dipartimento del Commercio americano), probabilmente aiutata dalla svalutazione del renminbi sul dollaro. Sembra, quindi,  che le tariffe volute da Trump non abbiano ancora avuto un effetto diretto sull’interscambio commerciale.

Dietro la disputa tariffaria c’è, però, un altro capitolo spinoso per l’Amministrazione Usa, il progetto della Belt and Road Initiative (BRI),  la nuova via della seta cinese, che prevede un ingente investimento infrastrutturale nei Paesi facenti parte delle rotte commerciali marittime e terrestri che legano la Cina all’Europa, attraverso l’Asia e il Medio Oriente. Un piano Marshall del XXI secolo. La Cina sta cercando mercati di sbocco per le sue aziende e sta avviando, già da tempo, un progetto di consolidamento della sua influenza economica, legando a sé moltissimi Paesi, tramite finanziamenti e il controllo diretto di grosse infrastrutture commerciali, come porti e stazioni di interscambio.

Dopo l’acquisizione del porto greco del Pireo, nel 2016, con l’entrata della Cosco (China Ocean Shipping Company), nell’azionariato della Piraeus Port Authority, la Cina mira ora a un memorandum d’intesa con l’Italia, per l’ingresso delle merci nei porti dell’Adriatico e l’aumento complessivo dell’interscambio commerciale. E’ di qualche giorno fa l’intervista al ‘Financial Times, del sottosegretario allo Sviluppo Economico, Michele Geraci, secondo cui l’Italia, a fine marzo, in occasione della visita del Capo di Stato cinese, potrebbe già firmare un Memorandum of understanding. E’ di queste ore la polemica politico-diplomatica tra Italia da una parte e USA (e UE) dall’altra, considerato che Trump non ha gradito per niente che il Governo gialloverde considerato ‘amico’ decida un passo del genere.

La Cina non è solo manodopera a basso costo, credito a oltranza e acquisizioni galoppanti. Vi è anche una globalizzazione del sapere. L’Università di Pechino, più precisamente, la HSBC Business School della Peking University, (in 17esima posizione nel ranking mondiale), ha aperto, nel 2017, i suoi battenti a Oxford, e gli studenti più numerosi delle migliori università europee sono senza dubbio cinesi. Per di più, otre avere un polo tecnologico di eccellenza a Shenzhen e ad aver inviato recentemente una sonda sulla Luna, la Cina sforna due miliardari a settimana e diverrà tra non molto il primo Paese per consumatori di beni di lusso dei prodotti europei. Il peso economico della Cina si è evidenziato il 17 gennaio scorso, quando il Presidente cinese, Xi Jinping, ha innaugurato per la prima volta, i lavori del World Economici Forum di Davos, suggellando la prima partecipazione di un Capo di Stato cinese al consesso internazionale dalla sua fondazione.

Inoltre, la Cina mira anche all’autosufficienza. Vi è un altro progetto ambizioso, il ‘Made in China 2025’, che punta a trasformare la ‘fabbrica del mondo’ in una fucina di innovazione e di produzioni automatizzate, attraverso la completa ristrutturazione dell’industria. Vista la dipendenza dei suoi settori industriali nei confronti delle tecnologie straniere, l’obiettivo è la completa autoproduzione nei campi dell’information tecnology, della robotica, delle attrezzature aerospaziali, del materiale ferroviario e del risparmio energetico. Secondo il piano, entro il 2025, tutti i componenti e i materiali di base, dovranno essere prodotti per un 70%, in completa autonomia.       

Riassumendo, la Cina ha saputo utilizzare la leva economica per allargare lo spettro dei propri rapporti internazionali. Ma i suoi punti di forza sono insiti nella sua cultura. Come ci ricorda una grande studiosa della Cina, Maria Weber, ormai scomparsa, l’etica confuciana ha plasmato i comportamenti sociali di questa immensa moltitudine di persone. Il segreto del successo, sono il forte senso dell’armonia sociale e la ricerca continua del compromesso.

In queste condizioni, con un mercato di 1 miliardo e 400 milioni di persone, parafrasando quel proverbio cinese che dice:  «non sono le stelle troppo lontane, sono le scale per raggiungerle troppo corte», la Cina ci sta già insegnando il nuovo modo di fare globalizzazione.

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