giovedì, Ottobre 29

E ora tocca alla Grecia

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Continua inesorabilmente il confronto, sia a distanza che da vicino, tra Bce, Germania e Grecia in merito alla questioni economiche del paese ellenico. L’incontro di oggi tra il ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis e il suo omologo tedesco Wolfgang Schaeuble, all’indomani della decisione della Bce di rimuovere la deroga che consentiva alle banche greche di approvvigionarsi di liquidità fornendo a garanzia titoli di Stato, è stato a dir poco improduttivo per il governo di Tsipras che auspicava un risultato diverso da questi viaggi istituzionali. Schaeuble e Varoufakis hanno parlato ma alla fine si sono trovati in disaccordo su tutta la linea.

Il ministro del Tesoro tedesco ha evidenziato l’importanza di raggiungere un accordo con la Grecia per il bene di ‘tutta l’Europa’. Allo stesso tempo ha anche detto che: «la Germania rispetta l’esito delle ultime votazioni in Grecia. Possiamo certamente aiutare Atene a trovare più tempo, ma le cause del problema devono essere rimosse».  Schaeuble ha poi spiegato che la Grecia deve affrontare i problemi «con le tre istituzioni con cui ha affrontato il programma: la Bce, la Commissione Ue e il Fmi», spiegando anche che alcune misure annunciate dal nuovo governo ellenico “non vanno nella direzione giusta”.

Il suo collega greco ha cercato di rispondere alle dichiarazioni del ministro tedesco spiegando che non si è parlato di un taglio o di un allungamento del debito e che «la Grecia resta un paese dell’area euro e ha bisogno del supporto politico, tecnico e morale dei suoi partner europei».

L’ultimatum che la Bce ha imposto alla Grecia spiega chiaramente che dall’11 febbraio le banche greche non potranno più usare i bond sovrani ellenici come garanzia per ricevere in cambio liquidità da Francoforte «perché non è più certa la chiusura dell’accordo coi creditori».  Così facendo, Atene non ha più “l’ombrello di protezione” della Ue che scade a febbraio, grazie a un accordo ponte di due mesi.

La conseguenza di tale decisione è il rischio di vedere i greci andare in banca a ritirare soldi, preoccupati che la crisi economica e politica precipiti e vengano imposti controlli e limiti sui movimenti di capitali come avvenne a Cipro prima dell’arrivo della troika. Già a dicembre, in vista delle elezioni del 25 gennaio, i depositi sui conti correnti ellenici erano scesi di 4 miliardi a 163 miliardi totali.

Lo scontro tra Bce e Grecia, così come l’aumento delle richieste di sussidi alla disoccupazione negli Usa , hanno fatto si che nella giornata di oggi le Borse europee registrassero risultati in calo.  Atene ottiene i risultati peggiori con una perdita che si riduce al 3,46%. Milano lascia, con il Ftse Mib, lo 0,78% a 20.753 punti, Madrid cede lo 0,81% mentre Francoforte, Londra e Parigi perdono uno 0,3 per cento. Lo spread tra btp e bund oscilla sui 118 punti.

Se si inasprisce ogni giorno di più il rapporto tra Grecia e l’Eurozona, non si può dire la stessa cosa per l’Italia. Malgrado la situazione economica in cui versa ancora il Paese, l’ aggiornamento delle previsioni economiche della Commissione europea indica per l’Italia un calo al 2,6% per il 2015 del rapporto tra deficit e Pil, grazie soprattutto al calo della spesa per interessi. A novembre, la Ue stimava un dato del 2,7%. Ancora più significativa la revisione per il prossimo anno: ora la Commissione stima un dato del 2%, quando nell’autunno scorso indicava il 2,2%. Per quanto riguarda la correzione strutturale del deficit, ora Bruxelles prevede per il 2015 un valore pari allo 0,25% del Pil, in accordo con le nuove interpretazioni ‘flessibili’ del Patto di stabilità e crescita.

Invece, per quanto concerne la crescita del Prodotto interno lordo dell’anno in corso, la Commissione conferma le previsioni rispetto al +0,6% indicato già nel novembre scorso. Tale conferma deriva dal fatto che non si è sicuri che l’Italia riesca a cogliere nell’immediato elementi favorevoli quali il calo del prezzo del petrolio e il quantitative easing della Bce, che attraverso l’acquisto di titoli di Stato immetterà nuova liquidità sul mercato tenendo bassi i rendimenti. Secondo la Commissione europea a trainare la crescita del Bel Paese «sarà l’export, e solo un tenue miglioramento della domanda interna: l’aumento del potere d’acquisto delle famiglie legato ai minori prezzi energetici sarà solo parzialmente trasferito su maggiori consumi».

Discorso diverso per quanto riguarda ll debito pubblico italiano  che crescerà ancora nel 2015, raggiungendo il 133% rispetto al Pil, per poi cominciare a scendere nell’anno successivo, quando è previsto al 131,9%, grazie «a una crescita nominale più alta e al surplus primario».

Secondo il Commissario Ue, Pierre Moscovici, tali dati spiegherebbero che il problema dell’Italia sta nel fatto che ha un alto debito ma una bassa crescita e proprio per questo motivo si richiede al governo italiano di procedere quanto prima con le riforme.

Segnali di ripresa per l’Italia giungono da uno studio effettuato da Confcommercio. Secondo l’ufficio studi di Confcommercio, la stagnazione c’è ancora ma all’orizzonte si intravedono «timidi segnali di miglioramento», complice un recupero di fiducia da parte delle famiglie e delle imprese. Infatti, i nuovi dati sull’indicatore dei consumi (Icc), dimostrano che esso è sceso dello 0,1% rispetto a novembre e dello 0,8% su base annua. Nel 2014 la flessione è stata dello 0,7%, in netto calo rispetto al risultato cumulato dei due anni precedenti dove si era registrato un -6,7%.

«La stabilizzazione dei consumi rilevata negli ultimi mesi» afferma la Confcommercio «si inserisce in un contesto generale che, pur caratterizzato da una perdurante stagnazione, lascia intravedere timidi segnali di miglioramento il cui consolidamento nei prossimi mesi potrebbe dare l’avvio alla tanto attesa ripresa del sistema. Il sentiment delle famiglie ha manifestato, a gennaio, un deciso recupero con giudizi positivi in crescita sia per il clima economico e personale degli intervistati sia per le attese riguardanti il futuro».  In fase di miglioramento anche le imprese dove infatti «segnali di miglioramento sembrano emergere nel mercato del lavoro».

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