giovedì, Luglio 18

È morto Alan LaVern Bean, il quarto uomo della Luna Era stato membro di Apollo 12. Era texano ma fortemente legato alla sua terra d’origine, la Scozia

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Si è spento Alan LaVern Bean, il quarto uomo a che ha messo i suoi piedi sulla Luna. Aveva 86 anni e la sua fine è arrivata allo Houston Methodist Hospital. La notizia è stata diffusa dalla Nasa, che forse a ragione considera “materiale proprio” gli equipaggi che hanno dato lustro all’America con le spedizioni lunari. Ma cerchiamo un ricordo dell’astronauta.

Bean ha passeggiato sul suolo lunare come quarto uomo in assoluto, preceduto da Pete Conrad, il comandante della missione dell’Apollo 12, nel novembre 1969, quattro mesi dopo Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Era la sesta missione con equipaggio nell’ambito del programma lunare che, come le altre ebbe inizio dal John F. Kennedy Space Center.

Per molti di noi è una cronaca ancora viva, anche se sono già molte le persone che parlano di questi episodi come di un passato lontano, che comprensibilmente sta svaporando in attesa di nuove avventure probabilmente più parcelizzanti e meno legate più ad affermazioni tecnologiche e nazionalistiche che scientifiche e patrimoni attribuibili all’umanità. Già, questo è un punto da chiarire, visto che i giornali mondiali impazzano su temini di “populismo” e rafforzamento delle barriere regionali, a profondo dispetto di un mondo sempre più globalizzato e necessariamente aperto ai traffici di persone e merci.

Cosa sia stata la conquista della Luna da parte degli americani ormai è abbastanza noto. Dopo una razionale osservazione dei paesi vincitori della seconda guerra mondiale sull’uso strategico del volo balistico, lo sviluppo della quarta via fu affronato dai militari di est e ovest con un rigore e un entusiasmo pari probabilmente a quello visto ai tempi napoleonici per la polvere da sparo.

L’impostazione fu diversa e al rigore dirigista dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti risposero con un bouquet multidisciplire appesantito da dibattiti e soluzioni alternative offerte dalle tre Armi tradizionali. Poi pendeva dalla parte dell’Atlantico l’opportunità offerta dagli scienziati tedeschi che dopo aver scientemente studiato il modo di annientare la vita occidentale per poi soggiogare i territori alla tirannide ariana e nazista, avevano mondato le proprie coscienze sotto le stelle e le strisce del mondo capitalistico per offrire i propri servigi a favore della scienza. Solo che gli americani avevano basato più le proprie tecniche di combattimento sull’alta quota che alla navigazione al di fuori dell’atmosfera e così, quando l’impero di Nikita Sergeevič Chruščëv mostrò al mondo il risultato degli studi spaziali con le traiettorie dello Sputnik 1 -era il 4 ottobre 1957- il Pentagono fu preso in contropiede e la Casa Bianca dovè subito ricorrere ai più nevrotici investimenti immaginati dalla storia per sopperire quel gap che stava spezzando il mondo in due opposti regimi di pensiero e di vita. Eppure tutto il timore era stata una piccola sfera di alluminio di poco più di mezzo metro di diametro, contenente due trasmittenti e un termometro che rimasero funzionanti per 57 giorni. Quel giorno, che non abbiamo ricordato per caso, rappresenta non tanto l’inizio di un’era quanto la rappresentazione di una dichiarazione di guerra tecnologica declamata da una potenza e subita da un’altra.

La storiografia poi ci ha raffigurato gli epiloghi: a luglio 1969 due americani, giovani di razza bianca e di religione cristiana misero piede sul nostro satellite naturale e il mondo li ricorda per quello. Altri nomi, tra cui quello di Bean, sono tragicamente dimenticati da una società consumistica e dissiparice delle proprie persone e dei loro sacrifici.

Alan Bean era nato a Wheeler, una città del Texas, lo stesso Stato del vice di John Kennedy Fitzgerald, quel Lyndon Baines Johnson che fu il vero autore del programma lunare americano, ma la sua famiglia era di origine scozzese, presumibilmente dei Macbean, un clan di 700 anni e lui stesso affermava che uno dei suoi antenati, John MacBean fu esiliato nel New England nel 1652 in seguito al suo sostegno al re scozzese Carlo II contro Lord Oliver Cromwell. Ricordiamo questo dato. Dopo aver frequentato la Paschal High School di Fort Worth, il giovane Bean si arruolò presso la US Navy, dove venne istruito per una squadra d’attacco a Jacksonville, in Florida ed essere poi scelto quale astronauta nell’ambito del terzo gruppo che la Nasa aveva designato per le sue missioni. Secondo le biografie, il nome di Bean ebbe una grande visibilità quando fu selezionato per la commissione di indagine composta da sette tecnici sotto la direzione dell’astronauta Alan Shepard per indagare sull’incidente in cui perirono Elliott See e Charles Bassett. Non era stato un sinistro spaziale: quando l’8 novembre 1965 la Nasa diede l’annuncio ufficiale dell’equipaggio previsto per la missione di Gemini 9, l’ente si trovò con personale privo di esperienza di volo spaziale. Con un’eccessiva leggerezza fu selezionato un equipaggi ufficiale composto da See e Bassett e uno di riserva rappresentato da Tom Stafford e Eugene Cernan.

Durante la fase di addestramento alla missione ai quattro candidati fu ordinato di seguire un ciclo di lezioni su un simulatore di volo presso la sede della McDonnell Aircraft Corporation; e per questo, il 28 febbraio 1966 salirono su due aerei jet biposto Northrop T-38 Talon per il volo da Houston a St. Louis, ma a causa di una forte nebbia che gravava sulla città il comandante See portò l’aereo a cozzare con i carrelli estratti proprio sui tetti del building 101 della grande casa aeronautica e né lui, né Bassett sopravvissero all’impatto che ne seguì. Un tragico errore del pilota, come sentenziò l’indagine. Con due astronauti in meno, il 9 marzo 1969 Bean venne nominato pilota del modulo lunare Intrepid per la missione Apollo 12 che il 19 novembre 1969 si posò sul Oceanus Procellarum e si deve a lui il montaggio del primo generatore nucleare usato sulla Luna, vivendo quasi otto ore sulla superficie arida del primo compagno di viaggio cosmico della Terra. Ma fu anche Bean a trasferire la telecamera a colori nel luogo dove doveva essere installata e inavvertitamente la puntò contro la luce diretta del Sole, distruggendo la superficie sensibile del tubo Vidicon, che è un apparato da ripresa sottovuoto ed è impiegato per la produzione di immagini digitali. Così la copertura televisiva di questo evento venne interrotta quasi subito e di Apollo 12 ricordiamo ben poco.

Nell’ottobre del 1975 Bean si congedò dalla Marina militare americana e rimase nel gruppo di addestramento degli astronauti fino al 26 febbraio 1981 quando lasciò definitivamente tutti gli incarichi della Nasa per dedicarsi al suo hobby preferito, la pittura, avente come oggetto i suoi voli nello spazio. Recentemente è stato reso noto uno scritto di suo pugno in merito alla missione che lo ha reso famoso. Era legato con un nastro a un frammento di stoffa avvolto gelosamente in una custodia pregiata: “Con la presente certifico che questo tessuto scozzese MacBean ha viaggiato con me sulla luna nel nostro modulo di comando, Yankee Clipper. Poi ho trasferito il tartan al nostro modulo lunare Intrepid per la discesa sulla superficie lunare. Il tartan è rimasto nel modulo lunare durante la nostra permanenza di 33 ore nell’Oceano delle Tempeste e poi è tornato sulla Terra”. Un omaggio di estrema tenerezza alla sua vecchia terra di origine e alla civiltà che le appartiene.

Con Bean si scheggia un altro pezzo di storia e restano in vita solo quattro dei dodici moonwalker di Apollo: tocca alle nuove generazioni non disperdere quanto realizzato di questi uomini, che non sono stati eroi ma solo personaggi di gran coraggio e determinazione, senza i quali gli Stati Uniti non avrebbero potuto esibire quella grandezza che nessuno può loro negare.

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