domenica, Luglio 21

E’ italiana l’idea dei Caschi blu della cultura Si avvale dell’esperienza specialistica dei Carabinieri e di studiosi, ma la task force dovrebbe poter prevenire e collegarsi alla società civile delle aree devastate dalle guerre

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Caschi blu della Cultura, un’idea tutta italiana, germogliata nel marzo 2015,  maturata in successive occasioni nazionali ed internazionali (Expo di Milano, Assemblea dell’Onu, Unesco, G7 della Cultura) e nuovamente rilanciata  il 18 ottobre scorso, dunque pochi giorni fa, al Palazzo di vetro delle Nazioni Unite dalla delegazione italiana  composta dal Ministro dei beni culturali e del turismo Dario Franceschini, dalla Presidente della Camera Laura Boldrini, dal Comandante del Comando dei Carabinieri Fabrizio Parrulli e dal rappresentante dell’Italia all’ONU Sebastiano Cardi. Di fronte ad una  folta rappresentanza di delegazioni internazionali, la delegazione italiana ha   illustrato quanto si è già fatto nel nostro Paese per dar vita a quella Task force Unite4Heritage da impiegare – secondo la risoluzione dell’Unesco del 13 novembre 2015 –  «a difesa del patrimonio culturale mondiale e intesa come una componente culturale nelle missioni di peacekeeping».

Pochi mesi dopo, il 16 febbraio 2016, l’Italia costituiva la prima task force nazionale, attraverso   l’accordo siglato con l’Unesco alle Terme di Diocleziano a Roma dall’allora Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Questa Task force è già operativa e si compone di 30 tecnici del MiBACT e 30 militari del Comando Carabinieri  Tutela del Patrimonio Culturale, figure –  di grande esperienza e competenza. Secondo il Ministro Franceschini,  «l’iniziativa italiana ha riscosso grande interesse alle Nazioni Unite dove le professionalità dei nostri professionisti dei beni culturali e dei carabinieri della cultura sono ben note e apprezzate. Le devastazioni del patrimonio culturale avvenute nelle aree di crisi devono far maturare la consapevolezza di quanto sia necessario prevedere una componente culturale nelle missioni di pace e di sicurezza delle Nazioni Unite e della Unione Europea. La salvaguardia di beni archeologici e artistici che sempre di più sono oggetto di distruzione e saccheggio da parte dei terroristi deve essere al centro dell’agenda della comunità internazionale».

«La lotta al terrorismo», ha dichiarato la Presidente Boldrini, «passa anche per la salvaguardia del patrimonio culturale. Unite4heritage è un progetto importante e intelligente. Spero che altri paesi seguano l’Italia e istituiscano le task force nazionali perché se non proteggiamo la nostra cultura rischiamo di perdere noi stessi». Parole accolte con interesse da parte dei rappresentanti delle delegazioni dell’Onu e dell’Unesco e di diverse delegazioni presenti (di Grecia, Cipro, Olanda, Afganistan, Unione Europea, Polonia, Francia e altre ancora). L’Italia è il primo Paese ad aver dato vita a questa Task force della cultura. Si comprende dunque come l’interesse da parte di altri paesi sia   volto soprattutto a conoscerne struttura funzionamento e modus operandi.

Stabilito nell’accordo sottoscritto con la DG dell’Unesco Irina Bokova, che si tratta di una unità pronta ad intervenire nelle aree di crisi per la tutela del  patrimonio mondiale, come è strutturata questa unità di crisi? E’  addestrata all’azione in situazioni di pericolo e composta   da un primo nucleo di carabinieri del comando tutela patrimonio culturale, storici dell’arte, studiosi e restauratori dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, dell’Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro del Patrimonio Archivistico e Librario e dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione. In futuro entreranno a far parte di questa unità anche docenti universitari che hanno già manifestato la propria disponibilità. Che  un’ intervento a tutela del patrimonio devastato abbandonato e saccheggiato nelle aree di crisi ( in Medio Oriente soprattutto) fosse urgente e necessario era già stato posto con forza non solo dall’Unesco, ma dalla stessa assemblea dell’ONU del marzo scorso con la  risoluzione italo-francese che prevedeva  l’impegno di una componente culturale nelle missioni di peacekeeping ONU, qualora richiesto.

E pochi giorni dopo al primo G7 della Cultura di Firenze il tema veniva posto al centro dell’incontro fondato sul tema della Cultura come strumento di dialogo tra i popoli. La Carta di Firenze  dedicava ampio risalto sia alle misure adottate dall’Unesco attraverso una serie  di convenzioni internazionali per contrastare il traffico illecito di beni culturali e sulla necessità di  proteggere i siti dichiarati Patrimonio dell’umanità, sia all’appello lanciato nell’ambito delle Nazioni Unite di istituire una componente culturale nelle missioni di pace: oggi infatti assistiamo ad una distruzione volontaria e sistematica dei siti archeologici, dei musei e dei monumenti legati a tradizioni religiose e di culto – si affermava nel documento introduttivo –  distruzioni che cercano di cancellare i simboli dell’identità nazionale e  distruggere le radici storiche di alcune popolazioni. Il saccheggio – questo il grido d’allarme –  è divenuto possibile fonte di finanziamento per il terrorismo.  Tra i meccanismi più appropriati per proteggere o recuperare il patrimonio culturale in pericolo, incluso l’expertise adeguati, veniva appunto indicato quello di una Task force Unite4Heritage, che opera sotto gli accordi Unesco e comprenda l’utilizzo di forze militari e civili nelle zone a rischio per mettere al sicuro i beni culturali che appartengono all’umanità e per preservarne il valore identitario.

L’Italia,  dunque sta facendo la sua parte, ma alle dichiarazioni d’interesse e di assenso da parte  degli altri stati dell’Unesco, seguiranno, almeno in tempi ragionevoli,  i fatti? Attraverso la costituzione da parte dei interessati di una Task force per i beni culturali nelle zone a rischio? E’ fuori dubbio che l’organizzazione di tale strumento operativo, richieda  competenze ed esperienze che non tutti hanno, così come non è possibile al momento intervenire nelle zone in  guerra, con scenari spesso mutevoli. Ma, nonostante questi ritardi, al Ministero si è fiduciosi che ciò possa avvenire in tempi ragionevoli. Ma qual è la realtà dei paesi sotto posti a distruzioni, saccheggi o abbandono,  che si deve affrontare?  Lo chiediamo ad un esperto in materia, il prof. Paolo Brusasco, docente di archeologia e storia dell’arte del Vicino Oriente presso la Scuola di Scienze Umanistiche dell’Università di Genova, il quale già aveva lanciato un appello per salvaguardare il  patrimonio di alcune delle aree di guerra, in occasione della edizione del febbraio scorso di TourismA, ovvero il Salone dell’Archeologia, organizzato da Piero Pruneti, direttore di ArcheologiaViva, che ogni anno richiama esperti da tutto il mondo nonché migliaia di cittadini.

 

Prof.Brusasco, come valuta l’iniziativa italiana dei Caschi blu, che al momento in cui fu lanciata apparve spiazzante?

La considero positiva, essendo l’Italia dal ’67 in prima linea nella lotta per la tutela ed il recupero del patrimonio artistico ed archeologico, grazie alla specializzazione dei carabinieri che operano in questo settore e che hanno acquisito esperienze, in Italia e altrove, che altri non hanno: è l’unica polizia culturale al mondo che ha già avuto modo di intervenire nel 2003 a Bagdad dopo la seconda guerra del Golfo.  Penso che  i nostri caschi  blu potrebbero addestrare le forze d’intervento di altri Paesi e anche le forze civili delle zone devastate dalla guerra e dall’incuria. Sì, i caschi blu della cultura possono essere  un ottimo strumento per un intervento post bellico, ma è una iniziativa che a mio giudizio va implementata. Ed inserita in un progetto di più ampio respiro, che abbia come obiettivo la prevenzione. Un progetto globale da gestirsi nell’ambito dell’Unesco, anche nei periodi di crisi e non dopo.

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