sabato, Agosto 8

E' ancora necessaria la poesia? field_506ffbaa4a8d4

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Da quel che ricordo i primi accenni dell’inondazione di numeri e conseguenti incasellamenti, dei quali siamo in ostaggio, si ebbe con l’introduzione del Codice d’Avviamento Postale oramai universalmente noto con l’acronimo C.A.P. Da allora è stato tutto un volteggiare esponenziale di numeri, di codici. A barre, fiscali, sanitari, dilagando nei vari Pin, Password, Iban e chi più ne ha più ne metta. L’esistenza di ognuno di noi è avvalorata, comprovata e certificata dalla schiera di numeri che ci insegue quotidianamente.
Questa enorme mole di dati, serve agli ignoti manovratori per poterli come dicono asetticamente ‘incrociare’ tra loro. Alfine della elaborazione di  strategie non sempre fauste per gli ‘incrociati’ di turno.
Una meccanismo che ricorda un poco quello di ‘battaglia navale’. Gioco che si faceva generalmente a scuola in barba ai professori. Vinceva chi affondava le ‘navi’ dell’avversario ‘incrociando’ per l’appunto i dati. Numeri, percentuali, grafici sondaggi. Opinioni, riflessioni, approfondimenti che costantemente veleggiano su questi argomenti. Indimenticabili serate trascorse davanti al talk-show del momento, nel quale si discetta dottamente sugli ultimi rilevamenti ad esempio del gradimento del colore giallo per calzini dei nostri connazionali.
Per non parlare dell’irrompere nella vita domestica di quelle telefonate, nella maggior parte dei casi effettuate da personale con la voce sgradevolissima e affrettata, dagli accenti indefinibili. Tramite esse ci vengono proposte, anzi  cercano di ‘piazzare’ abbonamenti e mercanzie tra le più svariate, il tutto provocando generalmente grande fastidio nell’interlocutore per le modalità e l’inopportunità complessiva della richiesta.
Una realtà incalzante, con trionfi di comportamenti o tessiture di valori che mostrano, in modo evidente, la corda. Alla quale, non avendo presenti altre alternative ci si aggrappa con convincimenti sempre più critici e affievoliti.

Sorge la domanda, ma in un panorama siffatto dibattaglie navalidove ognuno cerca di affondare l’altro c’è ancora spazio per la poesia? Ha ancora un senso parlarne?
La parolapoesiaderiva dal grecopoiesis‘, ‘creazione‘. La sua nascita precede la scrittura, per un lungo periodo fu intimamente connessa con la musica. Con essa si davano informazioni, ma più propriamente spaccati di un profondo sentire, quando individuale quando collettivo, che in questa forma trovava modo di esprimersi.
La poesia alle origini, era gestita come avvenimento pubblico, di condivisione, come, ad esempio, la lunga fase medievale dei cantastorie o dei canti a batocco dell’universo contadino, utili anche per sopportare meglio la fatica.
Con l’avvento della scrittura a caratteri mobili effettuate da Gutenberg, a metà del quattrocento, la poesia effettua un primo drastico divorzio. Quello dalla musica.  La poesia diventa più un fatto quasi privato. Ci si appassiona ad essa con letture solitarie.
Risulta quasi sconveniente ai giorni nostri dichiararsi non dico come poeta, ma come semplice amante e lettore del genere. C’è ritrosia, imbarazzo, riserbo nel dichiarare certe preferenze. Nella valutazione contemporanea, a prima vista appare residuale, fortemente minoritaria la presenza di essa. Pure perché   -se non soprattutto-  portatrice di sintesi valoriali folgoranti, i quali, in una collettività compressa fra numeri e tabelle, appaiono stridenti.

Penso proprio, e auspico, che questa ubriacatura di numerare e catalogare, stia provocando delle significative controspinte. La poesia accompagna da sempre la vita dell’uomo, nella sua sete di assoluto, nei suoi amori, nella sua inesausta ricerca di senso, nei suoi dolori e struggimenti, e nelle sue speranze. Una fiamma inestinguibile, alimentata dal fatto di essere degli esseri umani. Stando a cifre fornite da Internet, vengono pubblicate sul mezzo quattro milioni di poesie al giorno. Seguendo la ‘loro’ logica è un dato sul quale riflettere. E non è il solo. Sta forse riaffermandosi un antico modo di comunicare? Di tentare di riuscire a dire qualcosa di più? Di dare voce a quella zona d’ombra maggiormente genuina e autentica riposta in ognuno di noi? Anche se se ne avvertono i sentori, non so se andrà così. So soltanto che sarebbe magnifico.

 

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