giovedì, Ottobre 22

Duemila giorni per una sentenza? No problem Cinque anni in carcere per non aver commesso il fatto: cronache marziane in nome del popolo italiano

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Prima cronaca marziana: un magistrato (per carità di patria se ne omette il nome) impiega la bellezza di duemila giorni per scrivere una sentenza. Qualcuno si accorge che sono un po’ troppi, che ritardi così clamorosi nel deposito delle sentenze non sono accettabili. La sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura dispone una censura. Sanzione che se da un lato impedisce che il magistrato in questione possa raggiungere la settima, definitiva, valutazione di professionalità, dall’altra non impedisce che possa diventare presidente di sezione penale di un Tribunale del meridione d’Italia.

Presidente di sezione?! Sbotta il presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio, scandalizzato e inviperito: «Non merita la toga…ma di cosa stiamo parlando? Fa il presidente di sezione? Ma se non ha neppure le qualità per fare il magistrato. Questo è un caso clamoroso!».

Il presidente Canzio non le manda a dire: «Siamo di fronte a un deficit di diligenza così clamoroso da rasentare il dubbio che non vi sia anche il deficit di altri elementi presupposti per rivestire la qualità di magistrato! Si sta discutendo di un magistrato che si presenta con oltre cinque o sei anni di ritardo in decine e decine di sentenze, con picchi di ritardo che rasentano i duemila quattrocento giorni per numerose sentenze: la media dei tempi con cui deposita è di milletrecento giorni!».

Il presidente della Corte di Cassazione invita il CSM a una riflessione: «Proviamo ad uscire da questa sala e mettiamoci nei panni della comunità, delle parti, dei difensori, di coloro che attendono la sentenza. Mi ha colpito il fatto che una di queste sentenze riguardava un’opposizione all’esecuzione che durava da cinquantuno anni e Neri è stato capace di depositarla dopo 2435 giorni! Di fronte a questo quadro, è uno scandalo che sia diventato presidente di sezione!».

Parole al vento. Il Plenum del Csm decide che il magistrato in questione deve avere la possibilità di essere nuovamente valutato con buone possibilità, quindi, di conseguire la settima ed ultima valutazione di professionalità. A suo favore tredici voti: un asse trasversale fra le correnti della magistratura che parte dal consigliere Massimo Forciniti di Unicost a Lucio Aschettino di Magistratura democratica. Contro la possibilità di una seconda chance, undici voti, compreso quello del vicepresidente del CSM Giovanni Legnini. Aldilà di questo sostanziale ‘cane non morde cane’, dove erano in tutti questi anni i vertici degli uffici calabresi quando il magistrato inanellava questi clamorosi ‘successi’?

Seconda cronaca marziana: è la storia di un sindaco e di alcuni assessori di un paese della Calabria. Finiscono sotto inchiesta, un procedimento aperto e condotto dal procuratore Nicola Gratteri. Accuse pesanti. Come riferiscono molti quotidiani, sono ‘uomini della ‘ndrangheta di Marina di Gioiosa e malacarne’, hanno ‘inquinato’ l’amministrazione comunale del paesino calabrese complici del clan locale dei Mazzaferro. Peccato solo che sei anni dopo, in gran parte trascorsi in carcere, il teorema accusatorio,  in Cassazione, crolla: annullata con rinvio la condanna a 10 anni dell’ex sindaco, rimasto in carcere per cinque anni con l’accusa di essere uomo del clan, e assolti per non aver commesso il fatto gli ex assessori, anche loro ritenuti dall’accusa parte dell’organico della cosca.

Terza cronaca marziana.  Lo accusano d’essere un truffatore: dice di essere cieco ma lo sorprendono in sella ad una moto e intento a fare volantinaggio nelle strade di Bari vecchia. Cosi’ la Guardia di finanza gli  sequestra 225mila euro, corrispondenti a 23 anni di pensione di invalidità civile e indennità di accompagnamento. Dopo quattro anni di processo, il Tribunale di Bari lo assolve ‘perché il fatto non sussiste’.

Conviene leggere le motivazioni della sentenza di assoluzione. Si  rileva che l’uomo «compie in autonomia azioni di vita quotidiana a suo rischio e pericolo ma, soprattutto, ponendo a rischio l’incolumità degli altri», ma non per questo ha commesso una truffa perché è stata «confermata la sussistenza della patologia» e quindi quelle indennità gli erano dovute.

Aldilà del ragionamento tortuoso, conviene sottolineare che le indagini sono state avviate nel 2012. Appostamenti  e pedinamenti documentano che l’uomo esce da solo, distribuisce volantini per viaggi a Lourdes, va in moto. La difesa dimostra che l’uomo è davvero un ‘cieco assoluto’, percepisce soltanto luci e ombre, e rileva che l’aver svolto da solo attività quotidiane come guidare una moto, è sicuramente da ‘irresponsabile, ma niente di più’. Gli stessi medici chiamati a testimoniare spiegano che «i poteri di adattamento delle persone invalide sono eccezionali». Per l’imputato, che ha un residuo visivo accertato inferiore al 3 per cento, guidare una moto era quindi «possibile però è un rischio sia per se stesso che per le altre persone, elevato, molto elevato. E’ vero che vede le luci e le ombre, quindi sa riconoscere se sta passando una macchina o sta passando un qualcosa, però non sa riconoscere chi è. Andare sul motore è molto pericoloso». Conclusione: irresponsabile, ma non truffatore.

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