martedì, Ottobre 20

Droga: il Messico ha capito tutto

0
1 2 3


Si parla della narco-violenza, dei business criminali e dei cartelli e periodicamente il Messico sale alla ribalta delle cronache. Rispetto a questi temi, che pericoli o sfide affrontano altri paesi dell’America Latina come l’Argentina, la Colombia, la Bolivia, il Perù o il Venezuela?

Ma sai, la Colombia in questo momento sta vivendo una ‘fase di grazia’ rispetto a qualche anno fa, ma per una decisione del narcotraffico stesso. Il Messico negli anni ha preso sempre più potere in Colombia nel senso che, essendo i messicani ormai da tempo i distributori della coca colombiana, hanno cominciato a mettere le mani anche sulla terra e sulla produzione di coca colombiana. Non è un caso che le FARC [Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, la più antica guerriglia colombiana] arrivino a un processo di pace nel momento in cui la loro forza di finanziamento primaria, cioè la coca, è diventata per loro problematica da gestire perché i cartelli messicani non accettano più di fare come da sempre hanno fatto i gruppi prima di loro, che accettavano i prezzi che le FARC e le AUC [Autodefensas Unidas de Colombia, paramilitari] stabilivano. Le FARC arrivano al processo di pace perché coi narcotrafficanti messicani non puoi trattare ma con lo Stato sì, quindi comunque cercare una strada di negoziazione con lo Stato è più facile che farlo coi narcos. In fondo il Subcomandante Marcos, che ho trovato un intellettuale di grande intelligenza quando ha affrontato il tema del narcotraffico, ne parlò in un testo moltissimi anni fa, si chiamava ‘La IV Guerra Mondiale è cominciata‘. Lì sosteneva che questa Guerra Mondiale non aveva nulla a che fare col terrorismo, che sarebbe stato certamente il tema principale dei governi, ma la realtà era nel potere del capitalismo criminale. Lo zapatismo non è stato sconfitto dallo Stato. E’ stato messo in crisi dal sistema criminale. E quindi la guerriglia di Marcos poteva avere senso contro uno Stato, per cui deve muoversi in riferimento a una complessità di leggi o infrangere queste leggi, mentre la macchina del narcotraffico avrebbe spazzato in un attimo la resistenza zapatista e forse persino nel silenzio, compromettendone l’immagine. Dunque diciamo che la scelta degli ultimi anni di ‘tregua’ che ha fatto il Subcomandante Marcos è stata lungimirante alla luce della difficoltà di poter convivere con il potere del narcotraffico.

Quindi un’altra volta c’è un scelta zapatista che salva o comunque pone al centro la salvaguardia della comunità. Se Marcos avesse deciso di continuare la guerriglia avrebbe dovuto necessariamente allearsi con i narcos per combattere lo stato. Da sempre le guerriglie hanno fatto questo. Lui no. E questo merito è il meno riconosciuto alla prassi zapatista eppure ha un grande valore. Le FARC hanno un altro tipo di logica. Personalmente ho rispettato l’esperienza zapatista, così come non ho mai avuto nessuna forma di simpatia verso l’esperienza delle FARC, ma queste arrivano alla pace per la pressione coi messicani, cioè in sostanza i messicani che si stanno impossessando anche della loro parte della filiera della coca, come una grande multinazionale, e le FARC non possono reggere più. Andando avanti, l’esperienza boliviana. Vorrei sottolineare la mia delusione riguardo l’esperienza di Evo Morales che io stesso avevo salutato con grande speranza, nel senso che ci avevo davvero creduto quando era stato eletto. E invece stiamo parlando di una figura che si è completamente compromessa con il narcotraffico. La Bolivia vive protetta da un’immagine di simpatia delle sinistre di tutto il mondo, ma basta vedere il documentario di Ferdinando Vicentini Orgnani, che tra l’altro è stato produttore di ‘¡Viva Zapatero!‘ e uomo di sinistra: il regista ha prodotto ‘Un minuto de silencio’ che racconta le collusioni incredibili del Governo Morales con il narcotraffico. Di questo quando se ne parlerà sarà comunque troppo tardi. Il problema più grande in questa storia è che il Venezuela ha cercato di affiancare alla ‘monocoltura’ del petrolio la monocultura della coca. Non ho mai considerato l’accusa a Diosdado Cabello [ex Presidente del Parlamento venezuelano accusato di vincoli col narcotraffico]un’operazione della CIA, come hanno detto più volte in Italia le sinistre più radicali e hanno più volte raccontato i chavisti. Il Venezuela ha avuto assolutamente un ruolo di compromissione totale con le organizzazioni del narcotraffico. Raccontare questo non significa stare dalla parte degli Stati Uniti che, anzi, sono tra i maggiori responsabili del disastro del narco-capitalismo globale, ma questa è un’altra storia.

Manca l’Argentina.

Ho lasciato fuori l’Argentina che riveste un ruolo complicato e difficile perché da anni, da decenni, rifiuta il concetto culturale di ‘presenza mafiosa’. Ha sempre negato culturalmente la contiguità con problematiche mafiose che invece il paese possiede per via della corruzione e delle alleanze tra cartelli messicani e argentini. L’Argentina, per via della sua posizione geografica, è un Paese ponte per la coca diretta in Europa via mare e per via aerea. Non solo, ma si può considerare ormai un Paese produttore di cocaina, perché nonostante non ci sia la materia prima (la foglia di coca), nei laboratori clandestini argentini si lavora la pasta di coca proveniente principalmente dalla Bolivia e la si trasforma in cloridrato di cocaina, il prodotto finito. Non bisogna dimenticare poi che qui (come in Brasile), vengono prodotti i precursori chimici che servono alla preparazione degli stupefacenti. Per vari motivi quindi, è un Paese allettante per i narcos messicani e sudamericani che stanno riducendo Rosario a loro succursale, e l’impennata vertiginosa degli episodi di violenza in questa città negli ultimi anni lo ha dimostrato. E poi l’Argentina ha un grave problema di consumo di droghe (non solo cocaina, ma anche eroina, marijuana, anfetamine) e soprattutto droghe di bassa qualità, come il paco, uno scarto della lavorazione della coca che crea subito assuefazione. Molti giovanissimi che ne diventano dipendenti poi per procurarselo si mettono al servizio dei narcos per vendere droga: li chiamano i ‘soldaditos’, spesso hanno meno di 16 anni.

Qual è il ruolo del Brasile nel consumo e nel traffico internazionale di stupefacenti? Che organizzazioni dominano quel mercato e che ruolo hanno a livello internazionale?

Il Brasile è una piattaforma oggi importantissima per tre ragioni. La prima è legata alla sua posizione geografica: confinando con tutti e tre i maggiori Paesi produttori di cocaina (Colombia, Perù e Bolivia) e avendo questa lunghissima cosa sull’Atlantico, è diventato un importante punto di transito della cocaina. Metà della coca che entra in Brasile riparte -dalle coste brasiliane parte circa un quarto della coca che arriva in Africa ed Europa- l’altra metà rimane all’interno dei suoi confini per essere consumata. La seconda è che il Brasile è il principale produttore dei precursori chimici usati per la produzione e raffinazione della cocaina, quindi ha anche un ruolo indiretto e prezioso nella produzione di cocaina. La terza è che le organizzazioni, come il PCC [Primeiro Comando da Capital] e altri gruppi criminali brasiliani, sono delle vere organizzazioni mafiose, quindi hanno fatto il “salto di qualità”.

Il Messico, Paese di transito e di produzione, è diventato gradualmente un Paese consumatore. Come avviene l’evoluzione o involuzione in tal senso? Altri Paesi stanno vivendo questo processo?

Da una lato domanda e offerta s’incrociano perfettamente in un equilibrio che nasce da una produzione che è sollecitata dal mercato esterno al Messico, ma dall’altro possono avere una coca di buona qualità a un prezzo relativamente basso che ti apre un mercato interno. Altri Paesi vivono questo processo, per esempio il Brasile, che è il secondo Paese al mondo per numero di consumatori di cocaina dopo gli USA. O l’Albania per l’erba. Internamente la domanda aumenta per la qualità del prodotto e le possibilità di accesso a questo prodotto, e perché è spinto dalla domanda esterna ma a volte c’è anche una sovrapproduzione. Un po’ come il petrolio negli USA: la benzina negli Stati Uniti costa poco, la benzina in Libia non costava nulla, e la coca sta iniziando a costare zero nei posti di maggiore produzione. Quindi questo apre un mercato interno ossia iniziano a consumare anche chi prima non si poteva avvicinare nemmeno lontanamente alla coca. Il grande mercato che tutti stanno aspettando è quello cinese: quando il cinese medio, impiegato o operaio, potrà comprare della cocaina, chi possiederà il grammo cinese governerà il mondo.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore