sabato, Agosto 8

Dove vanno gli Stati Uniti? A colloquio con David C. Unger

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Le elezioni statunitensi si avvicinano e molti in giro per il mondo si chiedono cosa aspettarsi dal verdetto delle urne, specialmente alla luce dell’escalation di tensione Usa-Russia, dell’approfondirsi della crisi siriana e delle manovre Nato in Europa orientale che suscitano forte irritazione a Mosca. Abbiamo parlato di tutto questo con il professor David Unger, docente di politica estera statunitense all’Università John Hopkins di Bologna, ex editorialista del ‘New York Times‘ e autore di numerosi volumi di argomento storico e geopolitico.

 Professor Unger, come giudica l’attuale strategia statunitense in Siria? Quale crede siano gli obiettivi principali perseguiti da Washington in Medio Oriente?

Unger: Obama sta cercando di evitare un’altra dispendiosa e poco promettente guerra in Medio Oriente,ma l’opinione pubblica statunitense e la tradizionale tendenza interventista dei democratici gli impediscono di ignorare il disastro umanitario che sta verificandosi in Siria. La politica che scaturisce da questo miscuglio risulta piuttosto incoerente. Stati Uniti, Russia e Bashar al-Assad stanno tutti cercando di combattere l’Isis ma Washington cerca allo stesso tempo anche di rovesciare il governo siriano combattendo al fianco dei suoi stretti alleati sia turchi che curdi, i quali si combattono a vicenda.

I rapporti con due alleati chiave degli Stati Uniti come l’Arabia Saudita e Israele non sembrano facili. Dalla crisi siriana all’accordo sul nucleare iraniano, passando per le continue intrusioni di Netanyahu nella politica statunitense e la legge che autorizza i tribunali Usa a chiamare a giudizio cittadini sauditi per le cause legate all’11 settembre 2001, gli elementi di contrasto sembrano essersi moltiplicati negli ultimi mesi. Come crede che si evolveranno le relazioni tra gli Stati Uniti e questi due importanti alleati?

Unger: Penso che il prossimo presidente degli Stati Uniti, a prescindere da chi venga eletto, cercherà di migliorare i rapporti sia con i sauditi che con gli israeliani. Ma questo obiettivo potrebbe non essere realizzabile alla luce degli interessi nazionali sempre più confliggenti. Netanyahu non apprezza la Clinton e non gradisce affatto la sua politica mediorientale. I sauditi sono più pragmatici, ma finché continueranno a relazionarsi con l’Iran percorrerendo la via diplomatica ci saranno sempre tensioni. E i sauditi non riscuotono grande popolarità nell’opinione pubblica Usa per un insieme di evidenti buone ragione.

La crisi ucraina è in una fase di stallo. Nessuna delle forze in campo sembra riuscire a ottenere la vittoria sul campo di battaglia e le potenze straniere che sostengono a vario titolo i due schieramenti  non sono ancora riuscite a elaborare soluzioni praticabili. Quali interessi hanno gli Stati Uniti in Ucraina? Come valuta la reazione della Russia al colpo di Stato del febbraio 2014?

Unger: Gli Stati Uniti hanno interesse a rendere l’Ucraina un Paese in grado di difendere i propri confini e la propria sovranità. In passato, la potenza militare russa ha rappresentato una minaccia per l’indipendenza e la stabilità delle nazioni dell’Europa orientale che oggi fanno parte della Nato o sono vicine all’Alleanza Atlantica. Ma nel 2014 gli Stati Uniti non avrebbero dovuto esercitare pressioni così intense per strappare l’Ucraina alla sfera geoeconomica russa e avvicinarla a quella dell’Unione Europea. Ciò rappresenta uno schiaffo alla storia dei due Paesi che per di più ignora gli attuali rapporti di forza vigenti.

Raramente le relazioni tra gli Stati Uniti e la Russia sono state così tese. Come crede che si sia arrivati a questo punto? Come intendono affrontare la questione i due candidati alla Casa Bianca?

Unger: In passato, i rapporti tra Washington e Mosca hanno conosciuto momenti di tensione molto più preoccupanti. Per esempio nel 1983, nel 1962, nel 1956, nel 1948. Non esiste alcun conflitto di natura ideologica al giorno d’oggi. Nessuna competizione bipolare per conquistare il maggior numero di alleati ed incrementare la propria capacità di influenza a scapito del nemico. Esiste una Russia ormai spogliata del suo vecchio impero che cerca di recuperare alcune delle posizioni perse, gettando il proprio peso militare sul piatto della bilancia con l’obiettivo di imporsi quantomeno a potenza egemone dello spazio ex-sovietico. E in Siria? La Russia parte da una posizione difensiva, proteggendo l’unica base militare all’estero sopravvissuta dopo il crollo dell’Urss. C’è ovviamente dell’opportunismo nell’approccio russo, ma anche la genuina preoccupazione per la minaccia portata alla sicurezza nazionale dagli islamisti radicali del Caucaso.

La Cina è ormai una potenza di primo livello che suscita sia interesse che preoccupazione negli Stati Uniti. Da un lato, come disse Hilary Clinton, «non puoi essere tropo duro con il tuo banchiere», ma d’altro canto la stessa ex first lady è una dei principali artefici del Pivot to Asia e del Trans-Pacific Partnership, entrambi miranti a contenere l’ascesa cinese. Anche Trump ha duramente accusato i cinesi di manipolare arbitrariamente la loro valuta per conquistare mercati stranieri. Come crede che si evolveranno le relazioni tra gli Stati Uniti e la Cina? Crede che Pechino abbia qualcosa da temere dalle elezioni statunitensi?

Unger: Secondo me, nonostante i toni duri, la Clinton ha in mente di avere buoni rapporti con la Cina una volta conquistata la Casa Bianca. Non è chiaro come l’ex first lady possa conciliare tutto questo con la strategia incentrata sul Pivot to Asia e il Trans-Pacific Partnership, ma credo che alla fine possa riuscirci. Da presidente, anche lo stesso Bill Clinton mitigò radicalmente i toni duri impiegati contro la Cina durante la campagna elettorale del 1992. Trump presenta molte più incognite, ed è difficile immaginare che retroceda dalla sua retorica radicalmente ostile al libero commercio. La sua elezione potrebbe far nascere grossi problemi sulle relazioni economiche bilaterali, ma ciò potrebbe forse essere compensato da una forte de-escalation nel Mar Cinese meridionale ed orientale. Cosa che dalla Clinton è molto difficile aspettarsi. La Cina necessita degli Usa come mercato di sbocco per le proprie merci, ma allo stesso tempo otterrebbe ragguardevoli dividendi geopolitici da un ripiegamento degli Usa su se stessi. Dalla Clinton, la Cina non ha nulla in più da temere rispetto ad Obama.

Quali sono le principali differenze tra Hillary Clinton e Donald Trump in materia di politica estera?

Unger: C’è una lungo elenco di differenze fondamentali tra i due. Il punto cruciale è dato dal fatto che la Clinton si rifà all’internazionalismo liberale di stampo wilsionano che ha animato le politiche degli Stati Uniti per i passati settant’anni – interventismo, costruzione di alleanze in giro per il mondo, apertura dei mercati, creazione di un ordine mondiale stabilito dagli Usa, ma confacente non solo agli interessi statunitensi. Trump è più nazionalista, unilaterale piuttosto che interventista. Ma anche impulsivo e imprevedibile.

Quale giudizio esprime sulla politica estera condotta dall’amministrazione Obama in questi otto anni?

Unger: Obama ha portato fuori gli Stati Uniti dalla delicata e pericolosa situazione che aveva ereditato dalla precedente amministrazione nel 2008 – economia in caduta libera, forza militare sovraesposta in Iraq e diretta verso un regolamento di conti con l’Iran. Per gran parte dei suoi otto anni di mandato, Obama ha cercato di escogitare una soluzione strategica nella speranza che riducendo la sovraesposizione in Medio Oriente, gli Usa potessero incrementare la propria influenza nella macro-regione dell’Asia-Pacifico. Non è completamente riuscito a mettere in pratica il suo Pivot to Asia perché gli eventi in Medio Oriente e la pressione popolare all’interno dei confini nazionali affinché agisse gli hanno impedito di procedere al disimpegno costringendolo a concentrarsi sulla regione mediorientale molto più a lungo di quanto avesse sperato. Ha comunque ottenuto grande credito per aver raggiunto l’accordo sul nucleare iraniano e normalizzato le relazioni con Cuba.  Ritengo che la posizione degli Stati Uniti nel mondo sia molto più forte ora di quanto non lo fosse nel 2008, nonostante parecchi cittadini statunitensi percepiscano la sua riluttanza a intensificare il coinvolgimento Usa in conflitti come quello siriano e quello ucraino come un segnale  di debolezza destinato a fare il gioco di potenze rivali come la Russia. Personalmente non condivido questo punto di vista, ma si tratta della posizione prevalente negli Stati Uniti. Credo che il prossimo presidente sarà molto più attivo di Obama, ma non sono sicuro che sarà in grado di agire in maniera altrettanto saggia.

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