mercoledì, Maggio 22

Dove va l’energia?

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La trasformazione delle risorse naturali in energia è il tema al centro del discorso ‘narrativo’ promosso in rete da ENIDAY, una piattaforma alla quale partecipano esperti in raccolta dati, grafici, giornalisti, documentaristi che raccontano la nuova politica energetica dell’ENI, ex-Ente Nazionale Idrocarburi (oggi privatizzato in S.p.a., con le prerogative statali della golden share limitate agli acquirenti esterni all’UE o per questioni di difesa e sicurezza nazionale). Oltre ai vari progetti di sostenibilità avviati in Paesi del Sud del mondo, sono illustrate e motivate, per il grande pubblico, le scelte di indirizzo adottate dall’ENI. Con particolare riferimento alle fonti, si vogliono rimuovere le critiche diffuse sul gas naturale, considerato una «fonte di energia ideale per fare da ponte verso un futuro low carbon». In prima battuta, la Russia non avrebbe l’esclusiva sulle forniture, dato che il combustibile si trova anche nel Nord-Europa, soprattutto in Olanda (giacimento di Groningen). Quanto ai costi, secondo uno studio dell’Ecofys (Società internazionale di consulenza in materia energetica e climatica) il gas è collocato al sesto posto tra 15 fonti – fossili e rinnovabili – di riferimento, mentre in fatto di emissioni la percentuale di CO2 prodotta dalla sua combustione è la più bassa rispetto agli altri vettori energetici fossili (20-30 % in meno dei derivati dal petrolio e 45% in meno del carbone).

Il rilancio di una politica nazionale degli idrocarburi non è privo, però, di criticità e contraddizioni. Da un lato, abbiamo standard europei sempre più rigorosi che puntano a una drastica transizione verso le energie rinnovabili; dall’altro, anche in situazioni ad alto rischio sismico e idrogeologico (pensiamo alla Basilicata o alle prospezioni effettuate nel Molise centrale), dalla fine degli anni Novanta l’estrattivismo è aumentato di pari passo con le politiche di sviluppo economico.

Le società petrolifere sono incentivate a produrre poco: meno di 20 mila t su terra e di 50 mila t in mare per non pagare aliquote già molto basse (rispettivamente, 7% e 10% – ossia un ottavo di quanto si paga in Norvegia) e rivendere il prodotto a prezzo pieno.  Lo scorso 16 aprile, con il Referendum sulle trivellazioni è stata abrogata una parte dell’Art. 6 del Testo Unico Ambientale, come modificato dalla Legge di Stabilità per il 2016. L’effetto è circoscritto divieto di estrarre petrolio in mare entro le 12 miglia dalla costa «per la durata di vita utile del giacimento». Tale  divieto vale anche per le attività in corso, che termineranno una volta scaduta la concessione, cioè in un arco temporale compreso tra 1 e 11 anni.

Al volgere del 2016, la FederPetroli (gruppo non sindacale di consulenza, rappresentativo di aziende del settore energetico) chiedeva al neo-Governo Gentiloni un recupero di trasparenza da parte dell’ENI e una più forte attenzione per le istanze aziendali attraverso maggiori investimenti energetici in Italia e un’apertura programmatica al Medio Oriente e altri contesti internazionali di importanza strategica.

Lo stato economico dell’ENI sembra, ad oggi, in lenta ripresa. Nonostante un bilancio ancora in rosso e lo spettro di un’indagine aperta per corruzione internazionale dietro l’acquisto del giacimento nigeriano Opl 245, la Società stima una crescita media annua del 3% basata su attività di esplorazione ed estrazione, soprattutto nei paesi africani, oltre a un piano d’azione attento ai dettati dell’Accordo di Parigi del 12 dicembre 2015 sui cambiamenti climatici. Gli investimenti in fonti rinnovabili e la riduzione di emissioni dirette (diminuite del 28 % nel 2015, malgrado un incremento della produttività) saranno comunque subordinati a livelli predefiniti di efficienza energetica.

Nondimeno – arrischiando il pleonasmo – ,  produrre petrolio rimane un’attività fortemente inquinante. I limitati rischi di gestione per le imprese coesistono, soprattutto in mare, con un danno ambientale derivante da sversamenti di idrocarburi e altre sostanze attraverso i procedimenti chimici necessari all’estrazione (è il caso dei fluidi di perforazione SBM), al trasporto del prodotto e alla manutenzione degli impianti.

Il 16 febbraio la Commissione Ambiente del Senato ha approvato una Risoluzione, elaborata dal Ministero dello Sviluppo economico, sulla nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN), che è stata rivista rispetto al 2013 secondo gli obiettivi dell’Accordo sopra citato. Di fronte a una popolazione in forte aumento e a un incremento previsto del 39 % del consumo mondiale di energia tra il 2010 e il 2030, la «crescita sostenibile» sarà l’esito della convergenza di tre obiettivi principali: una maggiore competitività ottenuta con l’allineamento dei prezzi di gas ed energia elettrica al mercato UE; un target di equilibrio clima-energia al 2030 attraverso un mix energetico aperto ai rinnovabili (eolico e fotovoltaico) e capace di ridurre la combustione di petrolio e l’emissione dei gas serra; un approvvigionamento più sicuro (dipendenza, una volta di più, dalla Russia; progetto del «Gasdotto Trans-Adriatico», collegato a un giacimento azerbaigiano nel Mar Caspio), assistito da una gestione flessibile dei flussi di gas ed elettricità. Inoltre, una politica di effettiva decarbonizzazione avrà bisogno non solo di incentivi fiscali all’adozione di fonti rinnovabili e combustibili alternativi, ma di un controllo sanzionato – finora assente in Italia -in grado di ridurre le emissioni inquinanti (non solo industriali, ma prodotte da veicoli a motore e dagli impianti di riscaldamento – pensiamo alla saturazione dell’aria in Pianura Padana).

Con una significativa eccezione, sul nostro territorio l’entità dei giacimenti di gas naturale e petrolio è piuttosto modesta. Essi si trovano a grandi profondità oppure in mare aperto, soprattutto in Sicilia (i poli petrolchimici di Ragusa e Gela; Gagliano Castelferrato per il gas naturale) e nel ravennate, a Porto Orsini, teatro di un grave incidente occorso il 29 settembre 1965, quando prese fuoco la piattaforma Agip «Paguro» a seguito della perforazione accidentale di un giacimento di metano ad altissima pressione.

All’arcipelago delle piattaforme è legata la memoria della mutazione industriale del nostro Paese. Il Polo di Gela, lo storico impianto di raffinazione avviato da Enrico Mattei nel 1963, è oggi una ‘comunità da salvare’ in cui lavorano 2400 persone, ossia meno di un quarto – tra diretti e indotto – dei 10 mila occupati degli anni Ottanta.  Del salvataggio si è fatto carico l’ENI (con un investimento totale di 2,2 miliardi), che crede nel rilancio di un’azienda da bonificare e ri-convertire in bioraffineria, con possibile coinvolgimento delle imprese locali nel trattamento a terra dei giacimenti a gas. Oggi Gela, con il suo hinterland, conta un tasso di disoccupazione del 25%.

Un discorso a parte merita la Val d’Agri, in Basilicata, dove si trova il maggiore giacimento onshore dell’Europa continentale (secondo soltanto a Norvegia e al Regno Unito). Nel 1999 è stato firmato il primo accordo tra Stato, Regione ed ENI, aggiornato nel 2012, anno in cui la concessione (con Shell come partner al 39%) ha raggiunto il 30% della produzione ENI di petrolio su scala nazionale. Secondo i dati forniti dall’ Unmig, oggi la media giornaliera è di 3 milioni di mc di gas e 83000 barili di greggio, destinati via oleodotto alla Raffineria di Taranto. Malgrado queste cifre, incoraggianti in un’ottica ‘classica’ di ripresa economica, e la percezione delle aliquote versate dallENI agli enti pubblici, la Basilicata ha un tasso di disoccupazione che oscilla tra il 14% e il 15%. Nella crescente mobilitazione da parte di ambientalisti e comitati cittadini (nel 2006 è nata l’Organizzazione Lucana Ambientalista), che denunciano la mancanza di controlli e di un sistema di certificazione pubblica sulle quantità prodotte, dal 2011  (Memorandum Stato-Regione) è  previsto  un ampliamento dell’attività estrattiva in cambio di migliorie ai servizi pubblici locali , di una «ricaduta occupazionale sul territorio  al fine di assicurare un rendimento sostenibile» – sic– «in un contesto di massima prevenzione e tutela dell’ambiente (…) e della salute pubblica».

In seguito a un’inchiesta della Procura di Potenza, nel marzo 2016 sono stati posti sotto sequestro gli impianti ENI del Centro Olio Val D’Agri (il costo attuale del fermo ammonta a 600 milioni) e arrestate 5 persone, tra funzionari e dipendenti, per traffico e smaltimento illeciti di rifiuti.  Peraltro, non si dimenticheranno le pesanti responsabilità della Banca Europea per gli Investmenti (EIB), che solo tra il 1996 e il 2003 investì 2554 milioni di euro nella produzione di energia da combustibili fossili contro i 237 destinati a fonti rinnovabili. Come conferma un Rapporto di Bankwatch del 2002, grazie agli ingenti finanziamenti dell’EIB, le perforazioni oltre i 30 metri sprovviste di un piano approvato furono condotte, con esplosivi, in 11 comuni lucani a rischio sismico elevato.  Oggi, in linea con le nuove politiche green, assistiamo a un’inversione di tendenza in forza del fatto che, nei mercati emergenti, investire in tecnologie pulite eviterà ai grandi fondi l’impaludamento in attivi non recuperabili: « Il nostro impegno a sostenere un’economia a basso tenore di carbonio è chiaro: si tratta di un approccio innovativo (…) utile al pianeta, ma anche al business » ha dichiarato lo scorso novembre il Vice-presidente EIB Jonathan Taylor al Vertice di Marrakech.

Per cambiamenti che richiedono la conoscenza sul campo, la diffusione di esempi virtuosi, ma anche e soprattutto la presenza di normative vincolanti, le linee-guida adottate in via programmatica dall’Europa appaiono necessarie, ma non sufficienti.  Dalle esigenze occupazionali avanzate da sindacati (è il caso del NO avanzato al voto popolare per i 7 mila posti nei pozzi offshore fuori Ravenna) e imprese che, grazie a misure fiscali più che allettanti, si scostano dai parametri ambientali internazionali, all’impatto promesso dai sostenitori delle grandi opere o delle trivellazioni, la politica economica italiana non rischia il paradosso di una ‘corsa insostenibile’ alle risorse? La domanda è legittima per un Paese che adotta provvedimenti legislativi poco attenti al contesto di politica ambientale di cui è parte attiva; provvedimenti che, rispetto alla sostenibilità, antepongono come «indifferibili» sondaggi e trivellazioni a titolo unico, stoccaggio sotterraneo di gas, espropri e modifiche ad hoc dei piani urbanistici (è il caso del D.Lgs. 133/2014, il famoso «Sblocca Italia»). Intanto, dopo 5 mesi di inattività seguiti al citato sequestro in Val d’Agri, la produzione nazionale di greggio nel 2016 è precipitata oltre il 31 %.

Di fronte alle esigenze immediate della società energivora, il cui potere produttivo continua a dipendere da una ‘fame’ esponenziale di materie prime, è difficile prevedere scenari di equilibrio tra approvvigionamento di energia e competitività da un lato e, dall’altro, sostenibilità economica e ambientale. L’insistenza sulla transizione al mercato dell’energia pulita rimane il focus centrale dell’indirizzo europeo, con un occhio di riguardo all’equità per i consumatori, come risulta dal pacchetto di misure «Energia pulita per tutti gli europei», presentato dalla Commissione a Bruxelles il 30 novembre 2016.

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