martedì, Novembre 12

Dove va la Russia del nuovo zar Gli ulteriori sviluppi dei rapporti con l’Occidente influiranno non poco sulle sorti di una democrazia sempre più illiberale se non proprio morente

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Non è sicurissimo che capire dove stia andando la Russia di Vladimir Putin interessi davvero a qualcuno, oltre a pochi troppo curiosi o eccessivamente preoccupati per le sorti dell’umanità. La grande maggioranza si divide al riguardo, in Italia come altrove, in due categorie. Da una parte quanti non dubitano, per convinzione o presunta convenienza, che sia praticamente tornata, o stia tornando, quella di prima del ribaltone del 1991, e vada trattata in conseguenza, ossia come un avversario irriducibile e inguaribile, più o meno pericoloso e minaccioso. Dall’altra, sono praticamente scomparsi, è da credere e sperare, quanti ancora guardano a Mosca e dintorni come sede preferita del Sol dell’avvenire, quando sembra semmai levarsi da quelle lande l’ombra di un passato ormai lontano ben più di un secolo. 

Cresce infatti a vista d’occhio il numero di quanti mostrano di apprezzare anche i messaggi politico-ideologici che provengono attualmente dal Cremlino, in aggiunta a quanti sono piuttosto allettati dalla possibilità di «giocare un barbaro contro l’altro», come, mutatis mutandis, dicevano un tempo i cinesi ansiosi di risorgere da un plurisecolare letargo.

Di usare, cioè, l’avvicinamento all’odierna Russia e il suo appoggio per svincolarsi da legami ritenuti troppo stretti e condizionanti con più o meno vecchi alleati e soci, prevalentemente collocabili nella prima categoria e maggiormente devoti a valori che quanto meno la Mosca ufficiale tende invece a ripudiare e combattere. 

Alleati e soci, certo, che spesso non esitano a privilegiare a loro volta propri specifici interessi anche nei rapporti con la Russia. E che comunque si contrappongono oggi ad essa, ricambiati, da posizioni progressiste in ogni campo complessivamente temprate e migliorate grazie, guarda caso, anche alla lunga sfida lanciata all’Occidente liberalcapitalista dall’Unione Sovietica e dal comunismo internazionale.

La vittoria occidentale nella ‘guerra fredda’ non ha tuttavia segnato un’annunciata fine della storia bensì generato, come di regola accade sulla Terra, nuovi problemi e inedite difficoltà anche nel campo dei vincitori. I quali, del resto, non hanno mancato di commettere errori, a danno dei vinti, paragonabili a quelli imputabili alle potenze europee vittoriose nella prima guerra mondiale. E corresponsabili, perciò, del fallimento della Società delle nazioni voluta soprattutto dagli Stati Uniti, dell’avvento dei nazifascismi e dello scoppio del secondo conflitto mondiale. 

Dopo il 1945, invece, gli sforzi dell’ONU per mantenere la pace tra i popoli sono stati meno efficaci della comparsa delle armi nucleari, la cui funzione ‘deterrente’ ha scongiurato collisioni di tipo tradizionale, altrimenti catastrofiche per tutti, almeno tra i due grandi blocchi politico-ideologici in cui il grosso del mondo più progredito si divise.

Neppure la sconfitta solo politica e non militare del blocco orientale, indebolito anche dalla rottura tra le due maggiori potenze comuniste, URSS e Cina, è tuttavia bastata ad agevolare l’instaurazione di un nuovo ordine mondiale sufficientemente sano, equo e stabile. Il ripudio a Mosca del regime nato nel 1917 è stato più controverso della quasi istantanea frantumazione dell’URSS, e l’adozione di un sistema genuinamente democratico da parte della nuova Russia assai meno convinta della sua transizione ad un’economia di mercato anziché collettivizzata e pianificata.

Sulla carta la svolta è stata netta, ma di fatto il pluripartitismo ha attecchito più formalmente che sostanzialmente, la separazione dei poteri è rimasta o è divenuta oltremodo labile e così pure lo Stato di diritto, per non parlare di un nuovo assetto federale che ha finito con l’assomigliare sempre più al centralismo sovietico. In altri termini, la democrazia alla russa ha ben presto assunto tinte marcatamente autoritarie e repressive, malgrado il permanere di un minimo di libertà di espressione e di critica.

Un simile quadro ha preso forma non immediatamente ma soprattutto dopo l’avvento di Putin al Cremlino, all’inizio del corrente secolo, e in particolare in questi ultimi anni, in concomitanza non casuale con il deterioramento dei rapporti tra Russia e Occidente. La principale erede dell’URSS, gelosa di un proprio naturale rango di grande potenza solo temporaneamente declassata, non si è rassegnata ad occupare un posto di seconda fila in un nuovo ordine mondiale orchestrato e presidiato dagli USA, unica (sinora, o fino a ieri) superpotenza residua. Con il supporto, inoltre, dell’Alleanza atlantica, mantenuta in vita nonostante il decesso del suo contraltare, il Patto di Varsavia, e dello stesso colosso sovietico. 

Protesa a ristabilire la propria prevalente influenza nel suo ‘vicino estero’, se non proprio a reintegrare in qualche misura, sotto la propria guida, l’intero spazio eurasiatico che l’URSS aveva ereditato, con amputazioni e aggiunte, dall’impero zarista, la nuova Russia si è scontrata con la spinta espansionistica dell’Unione europea verso est e con la tendenza occidentale ad incoraggiare ed appoggiare ovunque evoluzioni politiche interne, e al limite rivoluzioni, per favorire una generale omogeneizzazione di valori, culture e istituzioni e la sepoltura di incompatibilità e inimicizie del passato.

Un disegno, se si vuole, non insensato, benchè ambizioso e comunque viziato dai modi non ben calibrati in cui è stato portato avanti. La questione ucraina, inevitabilmente al centro per vari motivi della collisione nel suo complesso, era fatta apposta per renderlo controproducente, provocando una crisi internazionale che infuria ormai da quasi sei anni, con ricadute sulla stessa situazione interna russa, destinata a risentire negativamente del ritorno ad un clima da ‘guerra fredda’ con vecchi avversari.

Non mancavano a Mosca e dintorni, in partenza, forze ed ambienti neppure marginali sui quali il disegno occidentale poteva far leva per andare a buon fine. Lo stesso Putin, dopotutto, era giunto al vertice del potere grazie a scelte o col sostegno di personaggi più o meno altolocati distintisi per devozione alla causa della democrazia. Una democrazia, naturalmente, che non è genuinamente tale se non è anche liberale, a differenza di quella ‘illiberale’ che oggi il ‘nuovo zar’ rischia di incarnare anche perché considerato un suo campione da non pochi ammiratori.

Se di una conversione o di un ripensamento si è trattato, nel suo caso come in altri, ogni stupore e scandalo sarebbe fuori luogo tenendo presente la gracilità storica, se non proprio l’inesistenza, di una naturale vocazione democratica russa. La reazione al fallimento dell’esperienza comunista (ovvero ‘socialista’, ufficialmente) può averla rinvigorita, non però al punto da sopraffare l’attrazione nazionale per suoi modelli alquanto riduttivi o addirittura per sistemi di tipo opposto.

Con in testa il modello, antiquato e retrivo quanto si voglia, dell’impero zarista, termine di riferimento quasi obbligato per un popolo con alto tasso di patriottismo e tradizionale attaccamento alla dignità e agli interessi nazionali specie se oggetto di veri o presunti attentati stranieri. Putin personalmente non esita a indicare un paio di zar come esempi ai quali si ispirerebbe, mentre la rivendicata continuità storica e statale con tutti i regimi precedenti non lo spinge fino a trovare dei precursori nell’era sovietica, da Lenin a Michail Gorbaciov, censurati per motivi opposti, passando per uno Stalin a doppia faccia: glorioso per il trionfo sul nazismo, da dimenticare per il resto.

Al Cremlino e dintorni, intanto, non manca chi rimpiange anche alcuni aspetti positivi del ‘socialismo realizzato’ in campo interno. Ma si preferisce sottolineare piuttosto la rapida crescita economica, i progressi della modernizzazione e persino le riforme politiche che l’impero zarista stava attuando nella sua fase terminale, prima cioè di venire abbattuto dalla duplice rivoluzione del 1917. 

A causare il tracollo concorse la partecipazione, disastrosa sotto ogni aspetto, alla ‘grande guerra’, combattuta (e persa) come quella precedente contro il Giappone non certo per motivi puramente difensivi, bensì in omaggio ad una tradizionale logica di potenza. Oggi però si tende a lasciare in ombra questo aspetto. Afflitta, dopo un periodo di promettente sviluppo, dall’ennesima crisi economica con relative ripercussioni sociali, la Russia postcomunista può puntare solo sulla forza militare per competere efficacemente sul piano internazionale. 

E lo fa, in Ucraina come in Medio Oriente, anche a costo di dover fronteggiare un’accresciuta contestazione interna benchè, fino allo scorso anno, i successi ottenuti con l’uso delle armi abbiano guadagnato a Putin uno straordinario consenso popolare, accompagnato da ulteriore discredito della residua opposizione democratica, o quanto meno di quella forse ancora rappresentabile in parlamento e facilmente accusabile di connivenza con i nemici esterni.

La scena, adesso, sta decisamente cambiando, per effetto del carovita in aumento come la povertà anche ufficialmente conteggiata, di un’elevazione dell’età pensionabile estremamente impopolare, della corruzione che non demorde fors’anche perché inadeguatamente combattuta e di vari altri motivi di malcontento. La popolarità del ‘nuovo zar’, benchè ancora relativamente confortevole, ha subito un tonfo, mentre quella mai stata alta di Russia unita, il ‘partito del potere’ forte di una schiacciante maggioranza parlamentare, si è ridotta ai minimi termini secondo sondaggi generalmente considerati attendibili.

Si può già scorgere, qui, un implicito invito a Putin a cambiare rotta, reso comunque tanto più risonante dalla concomitanza con la ripresa in grande stile, da quasi un anno a questa parte, delle agitazioni di piazza, contro lo stesso presidente federale in persona (riconfermato nel frattempo in carica per la terza volta), che sembravano esaurite dopo l’esplosione del 2011-12. E che hanno proiettato alla ribalta nuovi protagonisti, prevalentemente giovani e comunque più giovani dei politici più facilmente imputabili di mollezza, quanto meno, verso gli antagonisti stranieri, se non altro perché già in auge durante la presidenza del quasi innominabile Boris El’zin.

La repressione della protesta popolare non è mancata, non ha assunto forme estreme ma è stata sistematica soprattutto nei confronti del massimo esponente della nuova opposizione: Aleksej Navalnyj, il blogger imbattibile nel mobilitare la piazza e perciò punito con innumerevoli arresti per lo più brevi, con condanne inflitte o minacciate a pene più durature per reati quanto meno dubbi e con l’esclusione dalla partecipazione a ulteriori prove elettorali, in particolare come sfidante diretto di Putin, dopo qualche primo successo relativo.

Mentre neppure un sospettato tentativo di avvelenamento sembra essere bastato a piegare Navalnyj, né altri suoi compagni e compagne di lotta emersi più di recente né la massa senza precedenti di manifestanti che hanno sfidato i manganelli, o peggio, in queste ultime settimane, nelle maggiori città ma non solo, mostrano segni di resa ai divieti e ai castighi cui vanno incontro. 

Potrebbe semmai scoraggiare gli uni e gli altri la mancanza di qualsiasi cedimento anche dalla parte opposta, come è già accaduto lo scorso anno con la sollevazione popolare, pur sempre pacifica, contro la riforma delle pensioni. Stavolta la causa scatenante è stata l’arbitraria esclusione di candidati dell’opposizione ‘antisistema’ dalle imminenti elezioni locali, che nella precedente consultazione li aveva visti sorprendentemente vincitori in alcune circoscrizioni nel cuore della capitale.

Ma la questione sul tappeto è più ampia. Da un lato, infatti, il regime attuale sembra tenerci indefettibilmente a test elettorali sinora, per lo più, relativamente credibili e negli ultimi anni così gratificanti almeno per il suo vertice. Dall’altro, però, si mostra in vario modo per nulla disposto ad accettare responsi delle urne, registrati o temuti, non di suo gradimento per questo o quel motivo, così come ad ospitare in un parlamento partiti e gruppi non abbastanza ligi al potere supremo. 

Dei tre rimasti nella Duma, a far corona (o poco più) a Russia unita, dopo la bocciatura elettorale di quelli maggiormente assimilabili in qualche misura ad un’opposizione democratica, l’unico non allineato in partenza, ‘Russia giusta’, è stato da tempo addomesticato con le buone o con le cattive, fatta eccezione per un suo singolo esponente rimasto solo sulla breccia. Degli altri due, soltanto il Partito comunista erede del vecchio PCUS si è messo in luce lo scorso anno contestando con una certa grinta l’aumento dell’età pensionabile, però senza seguiti di rilievo.

Sulla stampa russa, del resto (per non parlare della TV), è raro trovare echi di un minimo di dialettica politica tra ‘Russia unita’ e la cosiddetta ‘opposizione di sistema’, che insieme al partito largamente di maggioranza forma piuttosto, di fatto, un’alleanza di gran lunga meno litigiosa di quella che governa attualmente l’Italia. Ciò nonostante, sembrerebbe che persino un così flebile pluralismo non rassicuri sufficientemente il Cremlino in vista della consultazione del prossimo settembre per il rinnovo di numerosi incarichi di governatori (peraltro sempre più di nomina presidenziale) e di seggi di assemblee regionali oltre che di amministratori comunali.

Temendo evidentemente le ripercussioni del clima che si sta diffondendo nel Paese, certo anche a causa delle proprie reazioni, le massime autorità hanno ottenuto ad esempio dai partiti minori il ritiro di molti loro candidati il cui possibile successo poteva ostacolare l’attuazione delle politiche governative o anche solo danneggiare il già esiguo prestigio del ‘partito del potere’. 

Il quale, per scongiurare smacchi del genere già subiti in passato, sta ricorrendo inoltre al singolare espediente di presentarsi spesso alla prova delle urne con candidati spacciati per indipendenti anziché propri dichiarati rappresentanti. Il tutto in aggiunta ai molteplici ostacoli preventivamente frapposti e ai più diversi pretesti utilizzati per bocciare candidature che, davvero indipendenti o no, disturbano i detentori del potere.

Appare facile, dunque, prevedere che se un simile corso proseguirà la sorte della ‘democrazia alla russa’ resterà segnata, anche se resterà altresì da vedere se i suoi contraccolpi interni non saranno talmente gravi, nei tempi medio-lunghi o magari anche prima, da consigliare un ripiegamento. A rigore, la prosecuzione dovrebbe essere scontata alla luce della recente proclamazione da parte di Putin che l’era del liberalismo è ormai finita o sta finendo, con la sconfitta di valori falsamente progressisti e sempre meno condivisi nel mondo, e la riscossa di altri più tradizionali e sacri dei quali la Russia odierna ma sempre ‘eterna’ si erge a baluardo.

Se si tratti di convinzione o non piuttosto di opportunismo non è facile capire o ipotizzare. Nell’attuale congiuntura mondiale e in particolare europea può fare gioco all’erede dell’URSS presentarsi all’esterno con un volto conservatore, e al limite reazionario, che sembra largamente apprezzato dai vari populisti e sovranisti, benchè forse dimentichi di un certo passato. Quello in cui l’impero dei Romanov, caro al ‘nuovo zar’, stringeva sante alleanze con altri imperi e li aiutava a stroncare ribellioni di popoli a loro ribelli, dopo avere collaborato in prima linea ai tentativi di schiacciare sul nascere la Francia rivoluzionaria e prima di subire il pur respinto tentativo napoleonico di vendicarsi nel modo più drastico.

Putin, in fondo, potrebbe anche rivelarsi un pragmatico al di là delle pose, un nazionalista ma pragmatico, e allora una maggiore comprensione occidentale per più o meno naturali interessi e sensibilità russe, se debitamente ricambiata com’è ovvio, potrebbe giovare sia alla causa di una distensione internazionale sia a quella di uno rilancio finalmente non effimero della democrazia in Russia.

Le varianti in cantiere, d’altronde, potrebbero anche essere più d’una. Rispondendo ad una domanda rivoltagli nello scorso giugno a ‘Linea diretta’, il suo dialogo annuale con i concittadini, il presidente repressore aveva assicurato che ogni critica ai governanti è non soltanto bene accetta, ma salutare e anzi necessaria per ben governare. Sarà una risposta un po’ ipocrita, ma conviene ricordare che sotto il passato regime russo qualsiasi critica era severamente vietata, salvo quelle riportate dalla ‘Pravda’, organo del partito unico.

Per contro, ad un’altra domanda, se sia concepibile un ritorno al ‘socialismo’ (perché, precisava l’interrogante, «a me il capitalismo non ha dato niente»), magari previa consultazione popolare, Putin ha risposto che, a suo personale parere, «un ritorno in piena regola non è probabile» perché «il Paese è cambiato» e la cosa «sarebbe possibile solo a prezzo di gravi conflitti interni» dei quali non si sente il bisogno. 

Un ‘no’, insomma, non dei più recisi, forse così articolato a puro scopo di monito ma forse anche no. In passato Putin si era pronunciato in modo più netto, e già molti si domandano chi potrà subentrargli al vertice del potere e con quali propositi, eventualmente non solo in un ruolo di supremo arbitro tra visioni, programmi e anche stili diversi, comunque sempre mutevoli col tempo e a seconda delle circostanze. 

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