lunedì, Novembre 18

Dove va la Federal Reserve? Il cauto innalzamento dei tassi non sembra in grado di produrre gli effetti previsti

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Il recente, lieve aumento dei tassi decretato dalla Federal Reserve ha provocato la maggior rivalutazione del differenziale tra i rendimenti negli Usa e in Europa dalla nascita dell’euro. Ma contrariamente alle aspettative logiche, secondo le quali si sarebbe dovuto assistere a un trasferimento generalizzato degli investimenti dal mercato azionario a quello obbligazionario con conseguente rafforzamento del dollaro e calo degli indici di Borsa, il ‘biglietto verde’ continua a perdere terreno sulla moneta unica mentre Wall Street prosegue la corsa sfrenata verso l’alto. La ragione di ciò è probabilmente legata alla convinzione che la ‘timida’ stretta varata dalla Fed segni il primo passo verso un aumento dell’inflazione, già accreditato dalle uscite del segretario al Tesoro Steve Mnuchin in relazione agli effetti benefici del dollaro debole e dalla decisione dell’amministrazione Trump di introdurre tariffe sull’importazione di alcune merci (come le lavatrici). L’aumento dei prezzi assesterebbe infatti un duro colpo al valore dei bond, mentre le azioni offrono un elevato livello di protezione dai rischi dell’inflazione.

Attualmente, la Federal Reserve è impegnata nel compito di ‘normalizzare’ la propria politica monetaria, che a partire dallo scoppio della crisi del 2008 si è fondata sull’abbassamento dei tassi abbinato a una politica monetaria espansiva attuate mediante il lancio di diversi programmi di quantitative easing. Dal novembre del 2008, la Federal Reserve ha infatti acquistato grosse quantità di Treasury Bond e di titoli di vario genere, al termine dei quali ha visto il proprio bilancio incrementare alla cifra stratosferica di 4.500 miliardi di dollari, a fronte degli 869 miliardi del 2007. L’obiettivo era quello di stimolare la ripresa dei mercati patrimoniali nella speranza che il fiume di denaro in circolazione stimolasse quei rialzi di Borsa ritenuti indispensabili a rilanciare il mercato edilizio e a riattivare così la crescita economica.

Così facendo, la Fed ha sospinto alle stelle il prezzo dei Treasury Bond e depresso la loro redditività al di sotto del tasso d’inflazione (nei fatti, chi acquistava bond statunitensi compiva una scelta anti-economica). L’effetto è stato quello di pompare un fiume di liquidità a beneficio dei grandi colossi del credito, poiché i titoli riacquistati si trasformano in riserve che le banche sfruttano per garantire i prestiti erogati (che normalmente, attraverso il meccanismo della riserva frazionaria superano di decine di volte il valore delle riserve stesse generando interessi a ciascun istituto di credito per ogni prestito concesso) e, soprattutto, per sostenere massicce operazioni speculative che garantiscono una maggiore e più rapida remunerazione.

Come scriveva nel dicembre 2012 l’economista Paul Craig Roberts: «lo scopo del quantitative easing è quello di mantenere alti i prezzi del debito, cosa che supporta le scommesse delle banche (nel 2011, l’Office of the Comptroller of Currencies ha rivelato che circa il 95% dei 230 trilioni di dollari di esposizione sui derivati degli Stati Uniti erano detenuti dagli istituti finanziari statunitensi Jp Morgan Chase, Bank of America, Citigroup e Goldman Sachs) […]. Ma la politica della Fed sta danneggiando l’economia privando i risparmiatori, in particolare i pensionati, del margine di interesse, costringendoli a consumare i loro risparmi […]. Inoltre, il denaro che la Fed ha creato al fine di salvare le banche ha reso nervosi i detentori di dollari, sia in patria che all’estero. Se gli investitori abbandonano il dollaro e il suo valore di scambio scende, diminuirà anche il prezzo degli strumenti finanziari che gli acquisti della Fed stanno sostenendo, ed i tassi di interesse aumenteranno. L’unico modo con cui la Fed potrebbe sostenere il dollaro potrebbe essere quello di lasciar aumentare i tassi di interesse». Esattamente ciò che la Fed si propone di fare. Il problema è dato tuttavia dal fatto che un rialzo dei tassi in grado di rassicurare i detentori esteri di dollari strangolerebbe completamente l’economia reale e caricherebbe lo Stato federale di oneri debitori pesantissimi, facendo esplodere le bolle azionaria e obbligazionaria alimentate dalla politica del ‘credito facile’ portata avanti in maniera semi-ininterrotta nel corso dei decenni passati.

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