mercoledì, Settembre 23

Dove va il nostro atlantismo? Nuove ombre sulla Siria: dalle azioni ‘mirate’ all’urgenza di un negoziato. La lezione di Pratica di Mare, l’impegno italiano nell’Alleanza e i retroscena dell’influenza russa. Intervista ad Alessandro Politi, analista strategico e Direttore della NATO Defense College Foundation di Roma

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Nessuna escalation; e nessuna partecipazione italiana all’ «azione circoscritta» condotta sulla Siria da parte di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, Paesi alleati che hanno agito di propria iniziativa: da questi punti fermi ha preso il via l’intervento tenuto, lo scorso sabato, a Palazzo Chigi dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che oggi pomeriggio tornerà a pronunciarsi davanti alle Camere sugli ulteriori sviluppi della situazione siriana.

«Con gli Stati Uniti», ha affermato Gentiloni, «la nostra alleanza è molto forte». Tuttavia, «in questo caso particolare, abbiamo insistito e chiarito che il nostro supporto logistico non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che, dal territorio italiano, partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria».

Secondo una prospettiva diplomatica nazionale ormai consolidata rispetto alla crisi siriana, cacciare Bashar al–Assad con l’uso della forza è, nelle parole del premier, un’«illusione pericolosa» e proprio l’intervento in questione potrebbe costituire «un ulteriore campanello d’allarme (…), una spinta a ridare centralità al processo di negoziato». Su questa linea, il Sottosegretario agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale Vincenzo Amendola ha incontrato ieri il leader dell’opposizione siriana Nasser Hariri e quattro rappresentanti della ‘Syrian Negotiation Commission’ (SNC), di cui Hariri è il Coordinatore e che ha il pieno supporto dell’Unione Europea nel quadro della mediazione avviata dall’ONU con la Risoluzione 2254 (Consiglio di Sicurezza, 18 dicembre 2015). Esprimendo il sostegno italiano a una sinergia tra l’SNC e l’attività dell’Inviato speciale per le Nazioni Unite, Staffan De Mistura, volta a creare le condizioni favorevoli a una transizione politica, Amendola ha sottolineato il carattere imprescindibile del negoziato, senza il quale «non ci può essere soluzione duratura» e il ruolo fondamentale dell’Europa in questo processo, oggetto di discussione nella conferenza ONU-UE che, tra il 24 e il 25 aprile, si terrà a Bruxelles.

Intanto, mentre da Francia, Gran Bretagna, USA e Israele (principale indiziato) giungono le smentite sul nuovo attacco notturno annunciato dalla televisione di Stato damaschina alla base aerea di Shayrat (Homs), è previsto per domani l’arrivo a Duma degli ispettori dell’Organizzazione internazionale per la proibizione delle armi chimiche (OPAC o OPCW), come ha confermato, nelle ultime ore, l’agenzia di stampa russa Tass.

A livello nazionale, nel protrarsi dello stallo che impedisce la nascita di un nuovo Governo, il Capo dello Stato Sergio Mattarella ha espresso preoccupazione per i missili lanciati sulla Siria e il crescendo delle tensioni tra Russia e Stati Uniti. L’azione militare di sabato notte ha agito da rivelatore di un momento delicato nei rapporti internazionali di cui l’Italia è parte, spingendo, sul piano politico interno, a interrogarsi su quali orientamenti definiranno i rapporti italiani con l’estero.

Da una parte, le nostre relazioni transatlantiche poggiano su un assetto storicamente consolidato; dall’altra, le simpatie espresse per la politica di Vladimir Putin dalle forze che si preparano a governare (simpatie che, per la Lega, risalgono almeno a un intergruppo parlamentare del 2015), risultano bilanciate dai temperamenti di Luigi Di Maio a conferma della lealtà dei 5 Stelle a una NATO peraltro criticata più volte in campagna elettorale, per le limitazioni che l’Alleanza imporrebbe alla nostra sovranità territoriale.

Il collegamento tra l’orientamento filorusso della nuova maggioranza di governo e l’indirizzo della nostra futura politica estera ha destato allarme non solo negli Stati Uniti (a partire dalle accuse di finanziamenti ricevuti da Mosca lanciate dal Vice di Obama, Joe Biden), ma anche a Bruxelles in riferimento all’ euroscetticismo diffuso in entrambi i partiti – con i relativi rischi di isolamento – e alla critica da essi opposta alla recente estensione semestrale delle sanzioni alla Russia.

L’esplicita contrarietà italiana a un intervento unilaterale, tuttavia, è un fatto che trova fondamento proprio nel ruolo dell’Italia all’interno dell’istituzione internazionale rappresentata dall’Alleanza atlantica, nel solco tracciato dal Vertice di Pratica di Mare, del 28 maggio 2002, che oggi appare come l’espressione di un’altra stagione politica. Istituendo un dialogo politico basato sulla partnership – la prima nella storia – tra Russia e NATO, l’accordo raggiunto in quell’incontro restituisce il segno di una raggiunta consapevolezza: il fatto che la Russia e i Paesi occidentali condividono – oggi come allora – interessi strategici comuni, non solo rispetto alla lotta al terrorismo, ma a tutti gli aspetti inerenti alla difesa dell’area euro-atlantica e alla stabilizzazione del Medio Oriente.

Di fronte a eventi come l’offensiva congiunta su Damasco, è possibile oggi per l’Italia, nella mutata compagine internazionale, recuperare il ruolo ricoperto 16 anni fa nella ridefinizione strutturale dei rapporti tra l’Alleanza atlantica e la Russia?

Ne parliamo con Alessandro Politi, analista strategico e Direttore della NATO Defense College Foundation di Roma.

Professor Politi, pensando al peso politico del raid condotto da USA, Francia e Regno Unito sulla Siria, qual è oggi la nostra importanza di attori che stanno dentro la NATO, tra simpatie espresse – con modalità e toni distinti – dalla Lega e M5S per la Russia di Putin, un’attitudine critica diffusa (tra quegli stessi partiti) verso l’Alleanza atlantica e l’invocazione dell’esperienza virtuosa di Pratica di Mare del 2002?

Occorre, qui, distinguere le questioni. La prima interessa la costante atlantica della politica italiana. Se durante la Guerra fredda siamo stati considerati un po’ i ‘bulgari’ della NATO in seguito abbiamo assunto posizioni molto più elastiche. Credo, tuttavia, che nessuno, eccetto forse degli arrabbiati estremi, possa dubitare che la classe dirigente di questo Paese, nella sostanza, sia un buon alleato all’interno della NATO; un buon alleato che, però, non è più ‘bulgaro’ da molto tempo.

Se, però, vogliamo fare il giro dei Paesi dell’Alleanza (tra membri fondatori e nuovi arrivati) e porci domande di atlantismo, forse è meglio guardare fuori dall’Italia: ci sono Paesi il cui atlantismo è molto più dubbio. Questi Stati esibiscono, paradossalmente, governanti filo-americani pur promuovendo un’azione tutt’altro che atlantica. Il loro ‘atlantismo’ antepone nettamente l’interesse nazionale – e solo quello – all’interesse dell’Alleanza.

Non è difficile individuare, tra i 29, i Paesi che risultano atlantici convinti, perché credono in un interesse collettivo dell’Alleanza, e quali invece siano gli ‘atlantici di maniera’. L’Italia non è tra i Paesi atlantici di maniera – penso di poterlo dire ben al di là delle controversie elettorali e postelettorali. La sostanza è che il nostro Paese si rende perfettamente conto dell’utilità e dell’importanza della NATO.

Poi c’è la questione del rapporto con la NATO. Possiamo comunque avere posizioni non ‘allineate e coperte’, ma siamo, comunque, un Paese con le proprie posizioni: se non partecipiamo a questo raid siriano, non significa che non siamo atlantici. Infatti, questo non è un raid NATO, ma tri-nazionale: non esiste una decisione del Consiglio Atlantico che lo abbia approvato prima che partisse. C’è stato un sostegno politico, ma non una decisione operativa su questo raid.

Una ulteriore questione interessa il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti, con la nuova amministrazione.  Speriamo che il periodo di rodaggio all’interno della nuova amministrazione, prima o poi, finisca in modo da poter lavorare al meglio possibile. Dipende dall’amministrazione statunitense quanto è facile collaborare, a livello bilaterale, con i diversi alleati, ed è un problema concreto.

Terzo punto è relativo al dibattito italiano sul rapporto con la Russia. In questa sede, c’è ampia materia per discutere seriamente… o per ricamare sul nulla. Che vi siano esponenti politici – non solo dei nuovi partiti, ma anche dei vecchi – che sostengono l’importanza di un dialogo con la Russia, non è una novità.  Terrei a ricordare che, durante la Guerra fredda, l’Italia è stato, sì, l’alleato ‘bulgaro’ della NATO, però ha aperto la FIAT a Togliattigrad e, con altri Paesi europei, ha accettato le forniture di gas sovietico senza nessuna conseguenza per la sovranità di tali Paesi. Mi ricordo benissimo di quando i nostri alleati americani dicevano: ‘Vi ricatteranno!’. Non mi pare sia stato così: noi italiani abbiamo installato gli euromissili, e le forniture di gas sono arrivate lo stesso.

Mi pare che questa linea del dialogo con la Russia – che prima era anche più semplice, in quanto esisteva, finché non cambiò idea, un Partito Comunista italiano filosovietico – sia qualcosa che è parte del panorama politico italiano. A questo punto, allora, si dovrà distinguere tra la politica seria e il chiacchiericcio intorno al tema. Di per sé, la posizione del dialogo è sostenuta dalla stessa NATO, che fin dai tempi del ‘Rapporto Harmel’ (1967), quindi in piena Guerra fredda (ossia: quando i sovietici erano veramente i nostri nemici), ha sostenuto il doppio binario ‘deterrenza/dialogo politico’. La stessa linea è stata adottata dal Consiglio atlantico dopo l’illegale annessione della Crimea.  La Crimea è un problema vero, non un fatto compiuto: qualunque annessione che non sia concordata con la volontà dei rispettivi Paesi è illegale e crea un grave precedente per tutta la comunità internazionale, perché di frontiere disputate ce n’è a bizzeffe in tutto il globo.

Ecco l’ultimo aspetto del discorso, che è anche il più preoccupante: qual è la reale capacità di influenza russa al di fuori dei canali classici della Guerra fredda? In tale ambito, molti miei colleghi sono ancora fermi al muro di Berlino.

Cosa significa?

Che guardano ai diplomatici, ai militari, a Gazprom, ma non a quell’area grigia e opaca di affari economici nella quale promozione ed influenza possono essere molto forti.

Sono meno preoccupato quando qualcuno si dice apertamente ‘filorusso’ senza se e senza ma, giustificando qualunque cosa, ma apertamente; mentre mi allarma molto di più l’esistenza di giri di affari che, fuori dallo sguardo pubblico e dal controllo legittimo delle autorità di Stato, creano vere e proprie ‘cordate’ di interessi.

Potrebbe citare un caso in proposito?

Per esempio, tutti i casi nei quali vediamo riciclaggio di denaro, come il ‘Caso Laundromat’, che tra il 2010 e il 2014 ha visto transitare dalla Russia alle banche europee e statunitensi (ma anche di Cina e Taiwan) almeno 20 miliardi di dollari provenienti da attività illecite. Sono stati coinvolti fior di alleati in apparenza radicalmente antirussi. Questo offre una misura concreta di come, di giorno, con i russi si giochi a Tom e Jerry mentre, la notte, si è compagni di merende. Queste cose, peraltro, non toccano soltanto la politica, ma aspetti molto concreti come riciclaggio e rapporti mafiosi.

Ciò che è alla luce del sole si può sempre vagliare, discutere e anche comprendere: è il retroscena a preoccuparmi… Senza parlare, poi, di tutti i casi di manipolazione elettronica, interferenza, pilotaggio dell’opinione pubblica. Sono casi che vanno seguiti con attenzione, senza isterie e con occhi aperti.

Come risponde a queste criticità la nostra attività di intelligence? Ritiene sia preparata?

Penso che ci sia una risposta adeguata. C’è ancora un solido nucleo di tradizione risalente alla Guerra fredda che continua ad essere attivo. Nondimeno, ritengo che certe risorse, molto sbilanciate a favore della lotta al terrorismo, dovrebbero essere riorientate su minacce altrettanto serie, se non di più.

Quanto è importante l’Accordo di Pratica di Mare? Possiamo considerarla una lezione a cui guardare in questo momento? Eugenio Scalfari, nel suo editoriale de ‘La Repubblica’ del 15 aprile scrive, parlando dell’Italia in rapporto al raid trinazionale sulla Siria: «siamo sprovvisti di strumenti militari e non abbiamo alcun modo di intervenire come mediatori».  Nell’ambito NATO, invece, dopo Pratica di Mare il nostro ruolo come mediatori risulta evidente. Possiamo ‘misurare’ il retaggio di quell’evento?

Mi pare un po’ esagerato dire che siamo sprovvisti di strumenti militari, perché abbiamo i Tornado e iniziamo ad avere gli F-35; non mi trovo d’accordo. Questi strumenti sono stati anche utilizzati, e dai tempi dell’invasione del Kuwait.

La parola ‘mediazione’, forse, è imprecisa, laddove ‘facilitatore’ descrive molto bene il ruolo italiano. Peraltro, non appena l’Italia si prende sul serio – quando, cioè mette impegno e continuità nelle cose – è anche presa sul serio: l’Italia è un alleato importante, al di là dei colpi d’ala di coloro che, nella sostanza, fanno molto meno.

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