domenica, Novembre 17

Dove fuggono i capitali?

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Sul piano dei principi, l’equità impositiva discende dal principio di eguaglianza (Art. 3 Costituzione), combinato con quello relativo alla capacità contributiva (Art. 53 Costituzione), e guarda alla situazione economica dei singoli considerata nel suo complesso: reddito, patrimonio, bisogni primari e secondari, persone a carico, condizioni personali, abitative e occupazionali del contribuente. Il carico fiscale sarà ripartito secondo la quantità del reddito percepito, ma anche secondo l’origine: i redditi da lavoro hanno una minore capacità contributiva rispetto ai redditi da capitale e meritano un trattamento differenziato (principio di eguaglianza sostanziale di tipo qualitativo).

Gli investimenti esteri in Paesi a fiscalità privilegiata (pensiamo all’area centroamericana, ma anche a diverse isole disseminate nel Pacifico o a Stati come il Libano, la Liberia, il Liechtenstein…) offrono alle imprese l’opportunità di pagare aliquote ridotte o di non essere tassate, oltre ad altri incentivi, come speciali deduzioni e contributi. Il fenomeno è globalizzato e produce discriminazione fiscale, con effetti distorsivi sui rispettivi sistemi finanziari e le economie nazionali. In altri termini, il fatto che, in uno stesso Paese, per ragioni di nazionalità o residenza, un imprenditore riceva un trattamento fiscale diverso rispetto agli altri residenti in quel Paese, intacca il principio di equità nella tassazione: distribuire il carico fiscale tra i contribuenti secondo lo stesso trattamento a parità di condizioni e circostanze.

Le convenzioni fiscali internazionali, per le quali sono attualmente in discussione al Senato diversi provvedimenti di ratifica, mirano a eliminare la c.d. «doppia imposizione», ossia la circostanza che vede un soggetto tassato in due diversi Stati per lo stesso presupposto reddituale. Ciò avviene quando i due sistemi fiscali nazionali contrastino nel prevedere criteri di collegamento personale (la residenza, la cittadinanza, la sede dell’azienda) o oggettivo, basato sul luogo di produzione del reddito. La logica conseguenza che deriva dall’adozione di questi accordi è un’erosione della sovranità impositiva in capo ai singoli Stati, sempre più chiamati ad adeguare la disciplina interna al diritto tributario internazionale, secondo le legittime istanze degli operatori economici.

Per fare un esempio, il 24 agosto 2015 l’Italia ha siglato con il Governo di Barbados una Convenzione bilaterale ora in attesa di ratifica – come per tutti gli altri accordi di settore – con legge ordinaria, che darà piena e concreta attuazione al documento. Approvato dal Senato, il Ddl è stato trasmesso alla Camera il 13 gennaio. Il «modello» di riferimento è quello dell’OCSE («Organizzazione di Cooperazione per lo Sviluppo Economico»), con la differenza di mantenere la tassazione esclusiva nello stato di residenza del beneficiario del reddito per le professioni indipendenti (Art. 14 Convenzione), come previsto anche per i redditi derivanti da un’impresa avviata nello Stato estero senza stabile organizzazione (Art. 7). Per ciò che interessa la percezione di pensioni private, la tassazione è esclusiva nello Stato di residenza del beneficiario della pensione, salvo diventare concorrente quando, secondo le leggi di quello Stato, il reddito da pensione non sia soggetto a imposizioni (Art. 18). Nel caso in cui uno dei due Stati applichi ritenute alla fonte superiori a quanto stabilito nell’accordo, o se il reddito è soggetto a imposizione esclusiva nello Stato di residenza, il contribuente o il Paese di residenza potranno presentare un’istanza di rimborso (Art. 28).

Nel segno della trasparenza, la trasmissione automatizzata dei dati finanziari avverrà in base a una versione aggiornata della Convenzione OCSE-Consiglio D’Europa del 1988 sulla reciproca assistenza in materia fiscale (operativa dal 1995), firmata dall’Italia nel 2006 e da Barbados nel 2015. Nel nuovo scenario, lo stato caraibico, considerato offshore dall’Unione Europea, potrà essere inserito nella c.d. «white list» dei Paesi ritenuti collaborativi in materia finanziaria, ai sensi del nostro Decreto ministeriale del 4 settembre 1996. L’Italia ha considerato il livello di tassazione e lo scambio di informazioni come criteri per includere o escludere uno Stato estero dalla lista dei Paesi a sistema agevolato (o «black list»), oggi ‘cancellatadalla nuova Legge di Stabilità. Pertanto, restando fermi i criteri appena richiamati, la deducibilità dei costi derivanti da operazioni effettuate con quei Paesi segue ora i principi ordinari (nei limiti del loro valore nominale), senza indicazione separata all’interno della dichiarazione.

Per essere membro dell’OCSE, istituzione basata a Parigi risalente ai tempi del «Piano Marshall» e fondata nell’aprile del 1948, uno Stato ha bisogno di tre requisiti essenziali: un ordinamento democratico, un indice di sviluppo elevato e un ruolo attivo nell’economia di mercato. Il primo modello convenzionale in materia di doppia imposizione giuridica internazionale è stato definito dall’organismo nel 1963 e, in seguito, periodicamente aggiornato da successive edizioni. L’ultimo, disciplinato dalla Convenzione del 2014, ha come obiettivo principale la rimozione – con l’aiuto offerto dalle nuove tecnologie – degli ostacoli frapposti alle relazioni economiche tra i diversi Stati, favorendo gli scambi di beni e servizi, il flusso di capitali e gli investimenti senza incorrere nelle derive della doppia imposizione. Questo sarà possibile monitorando, in tutte le sue vicende, la situazione patrimoniale di chiunque si trovi per motivi personali, di studio o di lavoro, nel Paese terzo.

La contropartita di tale esercizio di libertà economica consiste nei controlli necessari a prevenire o eliminare la concorrenza sleale tra i regimi impositivi dei diversi Stati e l’assenza di uno scambio di informazioni tra le rispettive autorità amministrative.  In un documento di sintesi del 2009, posteriore a una serie di rapporti in materia di «concorrenza fiscale dannosa» e aggiornato a più riprese, troviamo elencati gli Stati che, adeguando la propria legislazione fiscale, hanno seguito le raccomandazioni dell’OCSE. I paesi inottemperanti, che non si impegnano all’adeguamento dei propri standard, sono ufficialmente considerati ‘paradisi fiscali’ (Panama –  malgrado il superamento del test OCSE di trasparenza fiscale -, Guatemala, Isole Marshall, Micronesia, Isole Trinidad e Tobago). Di fatto, la lotta a questo fenomeno interessa vari contesti nazionali, compresi piccolissimi Stati, tutti inseriti dall’OCSE in lista di attesa (citiamo, tra i casi emergenti: Libano, Dominica, Liberia, Brunei, Nauru, Vanatu).

Nel contesto dell’Unione Europea, parallelamente, è stato redatto un “Codice di Condotta” con valore di raccomandazione, cioè non vincolante, per i trasferimenti infra-gruppo tra società che hanno la propria sede operativa in diversi Stati-membri. Gli obiettivi sono gli stessi, ossia scoraggiare l’adozione, da parte di uno Stato-membro, di misure fiscali capaci di influenzare l’ubicazione delle attività: criteri di determinazione dei profitti estranei ai principi riconosciuti dall’OCSE, agevolazioni riservate a soggetti non residenti o relative a operazioni di cui essi siano parte, vantaggi privi di ogni attinenza con la realtà economica di quello Stato, indipendenti da una presenza economica o attività effettiva in territorio nazionale.

Il «transfer pricing» costituisce un buon esempio di pratica economica trasformata in espediente vantaggioso grazie all’esistenza di contesti a fiscalità privilegiata. Quando le transazioni infra-gruppo tra imprese associate, ma residenti in paesi diversi, presentano prezzi alterati rispetto a quelli che sarebbero pattuiti tra imprese indipendenti, avviene un trasferimento dell’utile imponibile da paesi ad alta pressione fiscale verso contesti nazionali molto più vantaggiosi o addirittura esenti da tassazione. Gli utili derivanti da esportazioni di beni o servizi che hanno subito un rialzo anomalo ricadranno all’interno dei paradisi fiscali, territorio elettivo delle società offshore, con operazioni di trasferimento coperte da un segreto bancario a doppia mandata. Per ovviare a questa lesione della potestà impositiva, il modello OCSE prevede il principio di valutazione a valore normale delle operazioni commerciali infra-gruppo (Art. 9 Convenzione OCSE), recepito dall’Italia nel «Testo Unico delle Imposte sui Redditi» (TUIR), in base al quale «I componenti del reddito derivanti da operazioni con società non residenti nel territorio dello Stato», controllate o controllanti, « sono valutati in base al valore normale dei beni ceduti, dei servizi prestati e dei beni e servizi ricevuti» (Art. 110, c. 7). Tale parametro è definito come «il prezzo o corrispettivo mediamente praticato per i beni e i servizi della stessa specie o similari, in condizioni di libera concorrenza e al medesimo stadio di commercializzazione» (Art. 9, c. 3).

Nonostante i tentativi di armonizzazione e l’evoluzione della disciplina a livello nazionale, internazionale ed europeo, esistono meccanismi sempre più sofisticati per sfuggire ai controlli del fisco. Ma è possibile misurare quanto incidono sull’aumento dei disavanzi fiscali nazionali le scelte di investimento in Paesi a fiscalità privilegiata? Risponde il Prof. Giorgio Galeazzi, economista presso l’Università di Macerata ed esperto in analisi economica dei comportamenti criminali. 

Non esistono stime attendibili circa la relazione tra disavanzi fiscali e economia off-shore. A livello internazionale, il valore delle attività economiche e patrimoniali collocate all’estero in condizioni di esentasse o quasi possono essere valutate pari a circa un terzo del Pil mondiale. Gli scambi commerciali spesso presentano opportuni passaggi attraverso i cosiddetti ‘paradisi fiscali’. Sono create apposite società off-shore (si veda in proposito il caso dei «Panama papers») in aree fiscalmente favorevoli su cui confluire gli utili (l’ordine è di 100-200 mila l’anno). Per rendere più opachi i passaggi, vengono costituite fondazioni e trust, allo scopo di rendere non rintracciabili i beneficiari“.

Esistono vari schemi che appositi consulenti propongono per tali operazioni. Alcune volte sussiste la connivenza di alcuni governi interessati a favorire società importanti. Si veda il caso recente della Apple in Irlanda“.  

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