domenica, Agosto 18

Dossier Palestina: tra efficacia simbolica ed emergenza diplomatica La cooperazione italiana nei due Paesi, il senso del 'riconoscimento' e i nuovi auspici di una pace ritrovata

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A ridosso dell’iniziativa intrapresa nel 2014 da Francia, Spagna, Gran Bretagna e Irlanda (mentre il governo svedese, in ottobre, aveva formalmente già scelto a favore della nuova entità politico-territoriale), il Parlamento europeo approvava, al volgere dell’anno e con atto non vincolante, una Risoluzione sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Il documento, approvato con 498 voti a favore, 88 contrari e 111 astenuti, depone a favore della c.d. ‘soluzione 2 Stati’, vale a dire «fondata sui confini del 1967, con Gerusalemme capitale di entrambi gli Stati e con lo Stato di Israele in condizioni di sicurezza e uno Stato palestinese indipendente, democratico, contiguo e vitale, che vivano uno accanto all’altro in pace e sicurezza sulla base del diritto di autodeterminazione e del pieno rispetto del diritto internazionale».

Pensando, retrospettivamente, alla politica estera italiana nella regione mediorientale, Liliana Saiu, Docente di Storia delle Relazioni internazionali dell’Università di Cagliari, scriveva che l’uscita dal sistema bipolare della Guerra Fredda non ha impedito all’Italia di mantenere  e consolidare «l’interesse per la compattezza di entità quali l’UE, l’ONU e la NATO». Per l’Italia si era fatta strada l’idea che tali entità fossero elementi di stabilità e catalizzatori – se li avesse supportati – di un ruolo più forte all’interno di un’arena geopolitica in rapido mutamento. Un segno di questo indirizzo è dato dalla riforma del Ministero degli Esteri (1999), che ha visto raddoppiate le direzioni generali e adeguate le competenze ai vari livelli. Anche la partecipazione alle missioni NATO (in Kosovo, in Afghanistan, nel Mediterraneo) potrebbe essere, nonostante le perplessità in termini di spese e benefici concreti (oggi abbiamo nel mondo circa 7000 donne e uomini in armi), in altro indice. Saiu notava (ma si tratta di un’osservazione risalente a un decennio fa) anche il nostro rapporto preferenziale con gli USA rispetto alla vocazione mediterranea alla quale saremmo ‘naturalmente’ vincolati, citando l’esempio dello squilibrio tra la Broader Middle East and North Africa Initiative avviata nel 2004 dai Membri del G-8 e il Partenariato euro-mediterraneo (poi sostituito, con successivi ridimensionamenti negli effetti, dall’Unione per il Mediterraneo).

Superata la crisi generata da Tangentopoli negli anni ’90, la nostra cooperazione allo sviluppo (ridefinita a partire dal 1987) è affidata a una direzione generale e diventa un obiettivo primario della nostra politica estera (bilaterale e multilaterale, come attestano gli obiettivi – disattesi – della Dichiarazione del Millennio). Nell’ambito del rafforzamento dei rapporti con i Paesi del Golfo e del protrarsi del conflitto arabo-israeliano, si è assistito a un costante sforzo diplomatico da parte dell’italia (pensiamo al suo ruolo nella realizzazione della ‘Road Map for Peace’ proposta da Nazioni Unite, Usa, Russia e unione Europea: un accordo articolato in 3 fasi finalizzato alla pacificazione dell’area e alla creazione di uno Stato palestinese indipendente dotato di confini provvisori).

Guardando alla Palestina, il suo rapporto bilaterale con l’Italia certamente è stretto, nell’impegno dichiarato per il consolidamento istituzionale, e fermo nel ribadire la priorità politica dei processi di pace e di riconciliazione. Su questo orientamento di fondo si è svolta la terza riunione del Comitato Ministeriale Congiunto italo-palestinese. Nell’incontro del 9 novembre alla Farnesina tra il Ministro egli Esteri Angelo Alfano e il suo omologo palestinese, Riad Malki, sono stati firmati Protocolli di intesa in svariati ambiti: dai rapporti commerciali istitutivi dell’Agenzia per la promozione all’estero delle imprese italiane (ICE, che ha un Punto di Corrispondenza a Ramallah) alla formazione delle Forze di Sicurezza palestinesi; dalla promozione – in ambito multilaterale – di un accesso a pari opportunità economiche e al lavoro dignitoso per le donne palestinesi (500 mila euro stanziati a supporto dell’iniziativa ONU UN-Women, coordinata a livello nazionale dal ‘Ministry of Women’s Affairs’)  al rafforzamento integrato del sistema sanitario (c.d. ‘RING’, iniziativa di durata triennale, per un importo complessivo di 11,5 milioni di euro), senza dimenticare la lotta al traffico illecito di beni culturali , il riconoscimento dei titoli di studio e la cooperazione tra i corpi diplomatici.

A ben vedere, si tratta di vincoli tessuti un decennio fa, ai tempi del ‘Piano Fayyad’, un processo biennale di state-building alimentato dalla volontà di porre fine all’occupazione e dalla previsione espressa di uno Stato nascente nel luglio 2011. In risposta alla crisi finanziaria che colpì l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), l’allora premier Salam Fayyad accordava priorità allo sviluppo del settore privato e del libero mercato (il commercio costituisce la principale fonte dell’economia palestinese), cercando un temperamento degli aiuti finanziari esterni per ridurre il deficit di bilancio pubblico. Nel contesto critico di una guerra in corso, la Palestina apriva le porte all’investimento dall’estero, a partire da industria e infrastrutture (soprattutto strade e edilizia pubblica). In questo quadro si colloca il rinnovo del partenariato commerciale con l’Italia  (con aumento dell’export di autoveicoli, manufatti, macchinari, prodotti chimici e farmaceutici) che, nel 2007, forte di un rapporto risalente alla metà degli anni ’80, lanciava un programma di cooperazione con le stesse finalità oggi dichiarate dal Comitato Congiunto: rafforzamento istituzionale e crescita economica sostenibile (scambio imprenditoriale e sostegno alle piccole e medie realtà aziendali), finanziamenti per la lotta alla povertà in Cisgiordania e aiuti umanitari con destinazione Gaza. Il sostegno italiano all’ANP, tra il 2000 e il 2010, è stato quantificato dal Governo in 220 milioni di euro.

Il supporto italiano è coerente con i progetti dell’UE, in particolare con la ‘European Joint Strategy in Support of Palestine 2017-2020’ che, nel quadro della politica di vicinato, ha provvisto aiuti finanziari alla Palestina (300 milioni di euro annui nel triennio 2014-2016, aiuti stanziati mediante lo strumento di sostegno e controllo finanziario PEGASE), con programmi destinati a riformare la governance ai vari livelli territoriali, al settore privato (definizione di strategie per l’export nazionale) e allo sviluppo sostenibile (accesso alla terra – caso del West Bank –, alle risorse idriche e ai servizi in materia di energia, green economy e tutela ambientale).

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