lunedì, Aprile 6

Dopo Shayrat: un punto di svolta per Trump in Siria?

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La salva di missili che gli incrociatori USS Porter e USS Ross hanno lanciato la scorsa notte contro la base aerea di Shayrat, in Siria, da cui sarebbe partito l’attacco di martedì contro Khan Sheihkoun, rappresenta forse l’atteso punto di svolta dell’amministrazione Trump. A quasi cento giorni dall’insediamento, questa mossa sgombra, infatti, il campo da molte delle ambiguità che avevano circondato la posizione del Presidente, soprattutto nel campo della politica estera: al di là dell’impatto che potrà avere su una crisi che da sei anni si dimostra refrattaria a ogni tentativo di soluzione, la decisione di Washington manda un segnale importante a Mosca e ai suoi alleati regionali, Iran in primis; ‘parla’ all’Europa, non consultata né informata dell’operazione, e interroga l’ONU, organismo per cui Trump ha più volte espresso la sua sfiducia. Alla viglia dell’incontro di Mar-a-Lago con il Presidente cinese Xi Jinping, essa delinea anche scenari più ampi: la postura adottata in queste ore prefigura, forse, la ricoperta di un ruolo ‘a tutto campo’ che può avere ricadute su altri scenari regionali, primo fra tutti quello dell’Asia-Pacifico, in cui non mancano gli elementi di crisi?

La reazione di Mosca è indicativa dell’importanza dell’accaduto. Il Cremlino ha parlato di ‘grave colpo ai rapporti fra Stati Uniti e Russia’, prefigurando la possibilità una crisi della politica di détente spesso annunciata da Trump ma che finora non si è mai tradotta in iniziative concrete. Un irrigidimento russo si era già intravisto dopo le dichiarazioni di Washington secondo cui Assad avrebbe dovuto subire le conseguenze dell’attacco su Khan Sheihkoun. Più che del cambio di rotta della Casa Bianca, il deterioramento delle relazioni con la Russia appare tuttavia il prodotto delle ambiguità di fondo della politica trumpiana verso Mosca, ambiguità che le vicenda siriane hanno messo in luce offrendo al Presidente l’opportunità per rilanciare un ruolo attivo degli Stati Uniti in una regione da sempre tradizionalmente importante come il Medio Oriente. Ciò, sua volta, mette in movimento i delicati equilibri che, durate gli otto anni dell’amministrazione Obama, si erano instaurati da un lato con l’Iran (che è attore-chiave sulla scena siriana), dall’altro con Israele, che non a caso è stata sollecita a plaudire alla postura ‘interventista’ assunta dalla Casa Bianca negli ultimi giorni.

Anche sul piano europeo l’iniziativa statunitense non è priva di ricadute. Trascurando il tema dei rapporti con l’Unione (che, nella migliore ipotesi, continuano ad essere ispirati a una freddezza nemmeno sempre cortese), il fatto che nemmeno i tradizionali alleati di Washington siano stati informati dell’iniziativa è indicativo di come l’azione degli USA aspiri sempre più chiaramente a recuperare anche sul piano simbolico la sua autonomia. Si tratta, da questo punto di vista, della riaffermazione di un modello ‘decisionista’ che ha per obiettivo soprattutto le (presunte) incertezze e i tentennamenti degli anni passati, quando le scelte della Casa Bianca sarebbero state limitate dai lacci e lacciuoli imposti da una politica troppo ‘negoziata’. Il bombardamento di Shayrat ha, quindi, un peso che va al di là di quello strettamente militare. Esso appare, piuttosto, il segnale di una nuova volontà statunitense di presenza nel mondo. Non a caso, esso si inserisce in una fase di particolare attivismo, che anche in seguito alla rimozione di Steve Bannon dal National Security Council ha visto il mondo militare tornare ad occupare un ruolo centrale nella definizione della politica di sicurezza del Paese.

Ciò non significa che si assisterà automaticamente a un ritorno degli Stati Uniti al ruolo di ‘sceriffo del mondo’. La Casa Bianca è stata attenta a sottolineare il carattere limitato della sua azione e il fatto che quella di queste ore sia stata un’iniziativa occasionale (‘a one-off’). Anche il Segretario di Stato, Rex Tillerson, ha affermato che quanto accaduto non rappresenta un allontanamento dell’amministrazione della politica sin qui seguita in Siria. Tuttavia, non è possibile non rilevare come la scelta del Presidente lo distacchi in modo chiaro dall’immagine isolazionista che lo aveva circondato sinora, avvicinandolo, piuttosto, a una visione più tradizionale in materia di uso della forza. Il messaggio che i missili di questa notte mandano parla soprattutto di Stati Uniti intenzionati a riprendere ciò che considerano il loro posto sulla scena e ad affermare la loro intento di avere voce in capitolo nella risoluzione delle grandi crisi internazionali. Una posizione, questa, che non è molto diversa da quella che ha animato l’azione russa negli ultimi anni e che, per certi aspetti, è sottesa alla (solo apparentemente) più conciliante postura della Cina. Un segno, forse, dell’evolvere del sistema internazionale verso un multipolarismo dai tratti in buona parte inattesi?

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