giovedì, Novembre 14

Dopo l’Umbria, Zingaretti o si dimette o punta i piedi con M5S Ora ha lui la possibilità di ‘ricattare’ gli altri, perché in caso di elezioni a breve Renzi è finito, e Giggino quasi, Zingaretti no. Ma il tempo è poco e occorre un progetto, e occorre che parli con Grillo, l’unico che può fare intendere ragione agli stellini

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Scrivo queste righe prima, molto prima, che si conoscano i dati delle elezioni in Umbria.
Scrivo prima perché ciò che voglio dire è indipendente dalle elezioni, comunque vadano. Nel senso che, se avrà vinto Salvini tutto resterà come prima salvo l’aumento irrefrenabili delle urla del medesimo, gli attacchi al Governo, l’accusa di avere ridotto i finanziamenti per la sicurezza (in meno di due mesi?), l’invocazione alla piazza per non si sa bene cosa, ma certamente per aizzarla contro chi governa e indurla sulla pericolosissima strada della sommossa. Rilevo solo che né lui né gli altri -e sorvolo sui giornali- hanno detto una parola sulla invereconda decisione di Bolzano di cancellare il nome ‘Alto Adige’: non perché la cosa sia più che ridicola, ma perché è un attentato grave alla nostra Costituzione e alla unità nazionale, che non avrà conseguenze visibili subito salvo, lasciare uno strascico, un precedente pronto ad essere invocato da altri, sulla pericolosissima strada della sommossa, in un luogo in cui ancora molti ricordano cosa è stato il ‘nazionalismo’ alto-atesino.

Se avrà vinto la strana coalizione, anche. Sentiremo urla di gioia, rivendicazioni di primazia, ecc
Assisteremo comunque alla solita noiosa sciocca inutile e improbabile discussione sulle percentuali, in cui ognuno dirà le sue, di percentuali, come i giornalisti del resto, a seconda che siano, politici e giornalisti, da una parte o dall’altra. Una noia mortale, che si associa solo al tradizionale ‘benaaltrismo’ italiano, su cui più avanti una chicca.

Però, abbiamo assistito in questo mese scarso di campagna elettorale alle molto discutibili azioni di una coalizione che sta insieme con lo sputo e non parlo, né parlerò, dell’ennesimo calcio al di sopra delle ginocchia, ma al di sotto della pancia, di Renzi agli altri, ma specialmente a Zingaretti, addirittura non partecipando alla campagna elettorale e specialmente all’ultima svogliata riunione della ‘coalizione’. Per divergenze di idee o opinioni? No, semplicemente la volontà di fare danni, specie a Zingaretti, in vista di un ‘dopo’ in cui potrà dire che lui non c’era; pensa davvero che gli italiani siano così gonzi?

Ciò che colpisce, e invece andrebbe discussa, è la svogliatezza della coalizione, o meglio la differenza tra le svogliatezze, tutte accomunate da una maleducazione e un cinismo disgustosi di una parte della coalizione.
Il Presidente del Consiglio che partecipa, ma si fa aspettare oltre un’ora alla manifestazione finale. Perché partecipa, in nome di chi degli stellini o di chi? E poi, oltre al fatto irrituale di un Presidente del Consiglio che, chiamandosi ‘premier’, partecipa alla campagna per una elezione regionale, appunto la maleducazione del ritardo (che lo accomuna a Di Maio, ma non ne riduce l’offensività), che è indice di arroganza, ma anche di poca attenzione alle cose: crede davvero di contare qualcosa, di essere il sale della terra. La cosa mi preoccupa non per il significato politico, ma per la sanità mentale dell’interessato Non sembra rendersi conto del fatto che Giggino ormai lo odia perché gli toglie il proscenio (e Giggino solo quello fa), Renzi lo disprezza, e fin qui nulla di male, essere disprezzati da Renzi è un titolo di merito, ma Zingaretti comincia a domandarsi, a domandargli, di che panni veste. Già è uno che passa dall’estrema desta alla sinistra con una disinvoltura che nemmeno Brachetti, poi pretende pure di avere un peso reale? Ma ha il senso della misura o no?

Di Maio è ormai sempre più visibilmente un bambino viziato, che improvvisamente scopre che la mamma non gli dà più il cioccolatino e poi il videogioco e infine l’automobile e così via, ma comincia a puntare i piedi. E per di più, lo fa richiamandolo alla realtà: non ho, dice la mamma di Giggino, non ho più soldi. E Giggino di fronte alla realtà dà i numeri, si dispera, frigna, si dibatte e cerca il nonno, che lo viziava ogni tanto, ma che ormai non vuole più saperne di lui (parlo di Salvini, ovviamente) e lo ha abbandonato, dopo avergli fatto credere che gli avrebbe comprato la Ferrari. E quindi, come ogni bambino viziato, fa il broncio e fa i dispetti, tanto più, per dirla in termini più seri, che è di un cinismo bieco perfino superiore a quello di Renzi. A lui, e lo dimostra ogni giorno e anche più volte al giorno, delle cose da fare, della o-ne-stà, non interessa nulla di nulla, a lui interessa mantenere il posto e il potere che ne ha tratto. Ma, attenzione, è furbo, molto furbo, e sta cercando in tutti i modi di barcamenarsi, cioè di fare la cosa peggiore possibile: mantenere il piede in due scarpe. E proprio ciò, quasi mi spiace per lui, dimostra la sua pochezza: non riesce a comprendere o non vuole comprendere, che oramai non ha alcuna altra via che non sia quella di una collaborazione, ma di una collaborazione leale, se non prona, con il PD e perfino con LeU. È una cosa di una evidenza lapalissiana, ma lui non lo capisce, strizza ancora l’occhio a Salvini, che finge di sorridergli, il che non avrebbe alcuna conseguenza, se non avesse effetti devastanti per il Paese.

La sua stolida e ottusa opposizione all’uso della moneta elettronica e alla riduzione del contante è dannosa per la credibilità della manovra, ma specialmente per la credibilità del Governo nei confronti del popolo, della gente, che avrebbe sicuramente preferito uno schock, se si fosse mostrato che il Governo fa quello che dice, la cosa per la quale viene celebrato Salvini, che poi in realtà ha fatto solo pasticci.
Al proposito mi ha colpito la difesa dei contanti da parte di una signora, che non so chi sia ma non importa, a colpi di costi eccessivi delle commissioni (falso), mancanza di collegamenti internet in ‘molti’ posti (dove in aperta campagna?) e poi, al solito ‘ci sono ben altri problemi in questa finanziaria, altro che i contanti (e i commercianti!)’.
Certo, tornando a Giggino: uno che parla sempre di o-ne-stà, dovrebbe essere felice di qualcosa che sblocchi lo schifo dell’evasione fiscale annua a oltre 100 miliardi l’anno, ma lui da buon italiano appartiene alla categoria di quelli che vogliono o-ne-stà … dagli altri, e che ragiona per schemi: da piccolo gli hanno detto che ci sono i grandi evasori, i tycoon, i satrapi, i cattivi capitalisti, i pescecani che guadagnano e si arricchiscono e che sono nemici del popolo e lui li vuole tutti in galera e ne vuole fermare gli investimenti perché se no diventano ricchi … in questo aiutato dal filosofo del gruppo, Danilo Toninelli!

Con uno così, cadono le braccia e dunque, contrariamente a ciò che molti dicono, Zingretti va addirittura ammirato … altro che Giona. Accetta la castroneria dell’‘alleanza civica’ e la porta avanti, ma Giggino fa lo schizzinoso, rifiuta i candidati credibili, evita di impegnarsi nella campagna elettorale, ma Zingaretti accetta e tace. Va all’incontro della ‘coalizione’ e il bel Conte e il piccolo Giggino lo fanno aspettare quasi due ore, dimenticando che anche il pubblico aspettava. Dice che l’alleanza deve diventare strutturale (che è una cosa semplicemente ovvia) e Giggino frigna che si deve vedere caso per caso: chi altri c’è?

Renzi e Giggino fanno di tutto per perdere le elezioni, ciascuno per i propri oscuri e poco nobili disegni. Per di più il ‘premier’, mentre fa di tutto per apparire come Gesù Cristo, non tiene abbastanza conto del fatto che per soddisfare la sua frenesia di potere è sospettato da molti di avere fatto una cosa assurda con Trump, che ora cerca di nascondere, ma in cambio della quale sarebbe stato impalmato dallo stesso Trump, per non parlare dell’ultimo imbarazzo sollevato in queste ore dal ‘Financial Times’. Ma, a parte questo, i suoi meriti politici, i suoi progetti, le sue proposte, sono a dir poco oscuri e quindi determina un ulteriore problema al povero Zingaretti, che deve lasciare che il Governo sia gestito da un personaggio del genere.

Ma Zingaretti, ormai parecchi giorni fa, ha detto chiaramente che comincia a non poterne più, ma specialmente ha detto di più: che gli italiani stanno per rompersi i coglioni’, che è la pura e semplice verità.

Ma allora, e questo è il punto, passate le elezioni umbre, comunque siano andate, Zingaretti ha solo due strade dinanzi. O punta i piedi, subito e con chiarezza, al limite cercando di anticipare attraverso il Parlamento alcune delle misure più importanti (la riduzione del contante, e i premi veri a chi usa le carte); oppure rinunciare al suo ruolo, sì, dimettersi, gettare la spugna.
Personalmente, pur non conoscendolo affatto, credo che al di là dell’aspetto e dell’atteggiamento paterno e arrendevole, sia in realtà capace di puntare i piedi, approfittando, questa volta lui e non Renzi, del fatto che (specie se la coalizione sarà stata sconfitta in Umbria!) ha, ora lui, la possibilità diricattaregli altri, perché in caso di elezioni a breve Renzi è finito, e Giggino quasi, Zingaretti no. Ma il tempo è poco e occorre un progetto, una idea, una speranza, un fine. Va costruito, costruito in fretta, bisogna uscire dalla diatriba quotidiana, dalla politichetta di quartiere.

Non ero matto, l’altro giorno, a proporgli una apparente follia, un salto mortale triplo: parlare direttamente, soltanto e segretissimamente, con Grillo, l’unico che può fare intendere ragione non a Giggino (impossibile!) ma agli stellini. Mi creda Zingaretti, è l’ultima spiaggia, ma agli italiani piacerebbe.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.