giovedì, Agosto 13

Dopo la morte deumanizzata, la distanza Covid-19: ecco la società post – coronavirus Quella che stiamo vivendo è la riscrittura delle relazioni interpersonali e lo sconvolgimento della piramide delle priorità; la società a ’distanza’ covid-19, secondo quanto in questa intervista preconizza il sociologo Nicola Ferrigni

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«In periodi di stress e malattia, essere privati della connessione sociale può creare più stress e malattia». Parola dei ricercatori del Center for the Science of Social Connection dell’Università di Washington che si sono occupati della crisi psicologica che sta scatenando nelle nostre società iper-connesse il coronavirus Covid-19. La realtà ci conferma tutti i giorni questa affermazione. Strade vuote, poche figure che si aggirano bardate come dovessero andare sulla Luna, dai guanti alle mascherine, diventate il simbolo e la persecuzione di queste settimane, il timore di ‘toccarsi’, ‘incontrarsi’, visibile nei volti di tutti.
Non bastasse, già la cronaca restituisce i primi suicidi, e gli osservatori più attenti iniziano preoccuparsi che nel lungo periodo la crisi economica post-Covid-19 inneschi una nuova ondata di suicidi. Questa della ‘malattiadeterminata dallo stress e dei suicidi sarebbe solo la punta di un iceberg si uno sconvolgimento psicologico delle nostre società che non sarebbe eccessivo considerarlo epocale. Tutti gli osservatori concordano: nulla sarà più come prima, e in primo luogo gli uomini e le donne di una fase storica che nessuno si azzarda a provare descrivere.

Di tutto questo abbiamo provato fare ordine e capire qualcosa in più parlando con Nicola Ferrigni, Professore associato di Sociologia Generale, Link Campus University, un sociologo particolarmente attento rispetto a questi fenomeni, che con il suo Osservatorio ‘Suicidi per motivazioni economiche’, e altri progetti, da anni sta monitorando attentamente l’evoluzione delle società.

Professore, dal punto di vista psicologico il lockdown -la ‘chiusura’, il distanziamento sociale-, un ‘mondo chiuso’, ‘fermo’, cosa determinerà nella popolazione?

I comportamenti, il modo di vivere ai tempi del lockdown avranno un forte impatto sulle nostre future relazioni sociali. Anche quando tutto questo sarà finito ragioneremo con nuovi parametri spazio-temporali. L’antropologo Edward T. Hall nel lontano 1963 individuò 4 ‘zone’ interpersonali definite sulla base delle distanze relazionali tra le persone correlandole alla distanza fisica: distanza minima (da 0 a 45 cm), distanza personale (45-120 cm) per l’interazione tra amici, distanza sociale (1,2-3,5 mt) per la comunicazione tra conoscenti, distanza pubblica (oltre i 3,5 mt) per le pubbliche relazioni. Questa classificazione che da decenni è ‘incisa’ nei vari manuali di sociologia o di psicologia sociale, rischia di essere incompleta perché non annovera quella che definirei la nuova ‘distanza covid-19’ che non solo si aggiunge ma modificherà le distanze, misurate in cm e mt, delle quattro storiche suddette distanze.
Saremo condizionati anche nel semplice camminare per strada. Il sociologo canadese Erving Goffman, nel definire le relazioni, introdusse il termine ‘disattenzione civile’. Per lo studioso canadese, anche un incontro in strada con un estraneo, apparentemente una forma di relazione tra le più anonime e fugaci, rappresenta un concentrato molto più denso di messaggi, un’interazione assai complessa. Una sorta di rituale che non consiste semplicemente nell’ignorarsi a vicenda, ma che mettiamo in atto per evitare interazioni precludendo nuove relazioni sociali. Nella società che stiamo riscrivendo in queste giornate, ossia la società post-coronavirus, la ‘disattenzione civile’ non sarà più un ‘semplice’ evitare relazioni per non darsi disturbo reciproco, ma sarà qualcosa di più. Potrebbe diventare una vera e propria elusione, con il rischio di contribuire al rafforzamento di una cultura dell’‘io’ contrapposto all’altro diverso da me. Insomma, una vera e propria riscrittura delle relazioni interpersonali.

Lei con il suo Osservatorio ha seguito con particolare attenzione il fenomeno suicidi durante l’ultima crisi economica. Questo lockdown, e la successiva annessa crisi economica, come sta incidendo –i titoli in cronaca ci stanno già restituendo parecchi suicidi– e come inciderà sul rischio suicidi?

Purtroppo sì, sono molto molto preoccupato sugli effetti che l’inevitabile crisi economica avrà sul rischio suicidi. Con il mio Osservatorio costituito nel 2012 (dopo che l’Istat ha sospeso la rilevazione del fenomeno) monitoriamo quotidianamente il tragico fenomeno. E in questi otto anni di studio ho avuto modo di leggere una infinità di storie strazianti, dolorose e molto spesso inimmaginabili. Il suicidio costituisce l’esito di un drammatico scenario in cui debiti, fallimenti, licenziamenti, mancata retribuzione, paura, rassegnazione, disoccupazione ecc…diventano il movente di stragi che si consumano quotidianamente. Guardi io distinguo quelle che ho definito motivazioni fattuali da una parte e motivazioni emozionali dall’altra. E a indurre al gesto estremo non è la sola motivazione ‘fattuale’ (debiti, impossibilità di accesso al credito, licenziamento, ecc…) bensì anche la motivazione ‘emozionale’ (senso di colpa, vergogna, sfiducia,ecc…). E come non essere preoccupati alla luce dello scenario economico cui andiamo incontro e dove le due dimensioni ‘fattuali’ (debiti, liquidazioni, ecc…) ed ‘emozionali’ (paura, sfiducia, ecc…) trovano ora più che mai la loro massima sintesi?

L’intelligence italiana avrebbe redatto un report riservato sul rischio rivolte, ribellioni, connesso al lockdown, in particolare nel Sud, ma probabilmente non solo lì. Lei ce lo vede questo rischio?

Il rischio c’è ed è dietro l’angolo, ma non solo nel Sud. Il rischio esiste ovunque vi siano i soggetti più fragili, quelli più vulnerabili. E i ceti sociali più fragili sono ovunque, al Sud come al Nord. E infatti credo che in questo momento le Istituzioni abbiano la possibilità di ricostruire quel rapporto tra Stato e cittadini da anni andato in frantumi. C’è in gioco la possibilità di riconquista della credibilità da parte delle Istituzioni in risposta a un periodo fino a l’altro ieri anti-istituzionale e populista. Riconquistare il rapporto tra cittadini e Stato vuol dire proprio saper dare risposte ‘adesso’ alle categorie sociali deboli, quelle cioè a maggior rischio rivolte/ribellioni. Altrimenti il rischio è quello di alimentare la disperazione che inevitabilmente produrrà a sua volta rabbia e quindi rivolte.

E che mi dice del rischio che cresca nella gente la sensazione di uno scontro tra l’Io-Cittadino e lo Stato?

Come dicevo il rischio di scontro tra cittadino e Stato esiste solo nel momento in cui l’intervento dello Stato non fosse immediato, concreto, fattivo. Credo che in Italia, negli ultimi decenni, si sia creata una strana relazione tra i cittadini e lo Stato tale per cui lo Stato (cui si sono attribuite diverse definizioni che hanno anche ingenerato confusione, per cui lo Stato è sinonimo di politica, di casta, ecc…) è un ‘qualcosa’, un ‘qualcuno’ da cui difendersi. Se ci pensiamo è un paradosso in uno Stato democratico, e lo è ancor di più se ci rifacciamo al concetto dello ‘Stato siamo noi’, tanto caro a Piero Calamandrei, e diventato poi il titolo di una sua raccolta di saggi pubblicata postuma. Ho sempre vissuto con particolare preoccupazione i risultati delle indagini annuali sul sentimento di fiducia degli italiani nei confronti delle Istituzioni. Ogni anno la percentuale di fiducia conosce una lenta e progressiva erosione. E questo è molto preoccupante. Ripeto, credo che ora lo Stato abbia l’occasione di riconquistare la propria dignità e fare sì che sì che quell’inno nazionale che ogni giorno alle ore 18:00, sentiamo cantare e suonare dalle finestre delle abitazioni, diventi il simbolo di un rinnovato legame tra il cittadino e lo Stato.

Alla crisi economica che seguirà la pandemia siamo, come società, mentalmente, strutturalmente, pronti? Cioè, l’ultima crisi ha costruito nella psicologia individuale e in quella collettiva gli ‘anticorpi’ per poterla affrontare con maggior forza reattiva, oppure siamo come allora disarmati psicologicamente?

Ma guardi, dipenderà tutto dal tipo di reazione che avremo. E da questo punto di vista la storia ci insegna che come popolo siamo sempre stati all’altezza della situazione, mentalmente e operativamente pronti. Leggevo proprio qualche giorno fa un libro di prossima uscita ‘Il potere della crisi. L’arte di fallire e rialzarsi’. In questo libro, l’autore Marco Greggio, sottolinea come l’arte di rinascere dopo una crisi sia l’arte di aprirsi al cambiamento facendo tesoro delle pregresse esperienze, anche quando queste sono negative.
Questo momento ci sta insegnando tanto. Stiamo facendo una esperienza radicale, profonda della libertà. E non quella libertà intesa come arbitrio individuale -anzi, forse sarebbe più opportuno parlare di individualismo- della cultura pre-coronavirus. Ma la libertà intesa come solidarietà e quindi come l’esperienza più alta della libertà. Sì, quella solidarietà che rappresenta l’elemento straordinariamente più positivo di questa esperienza. E poi vediamo come si siano messe in moto nel Paese energie straordinarie. Abbiamo capito che per debellare questo nemico invisibile, questa potenza negativa dobbiamo lottare con altrettanta potenza, ma affermativa. Insomma, la ‘corazza’ ce l’abbiamo tutta.

Dopo la ‘fuga dei cervelli’, la fuga (forzata) dei ‘vecchi’. Questo coronavirus sta ammazzando la popolazione anziana. Ci sta sottraendo quelli che noi abbiamo definito ‘giacimenti di esperienza’, esperienza concreta delle cose, dei fatti della vita, ma anche esperienza emotiva e sentimentale. Il rischio, ci pare, è un azzoppamento dei Paesi che più avranno patito questa tragedia. Cosa ne pensa?

Sicuramente, una perdita incalcolabile, di valore incommensurabile. Mi piace che lei usi proprio il termine ‘giacimenti’, una parola che evoca esattamente il senso della ricchezza, del patrimonio culturale, esperienziale che gli anziani offrono alla collettività.
E poi con quanta ‘crudeltà’ il ‘numero’ del bollettino di guerra sovrasta il nome di nonna Maria, di nonno Michele, di Giuseppe, lo storico artigiano. Una morte deumanizzata dalla sua assenza di ritualità, di quella dimensione simbolica della cerimonia che ‘umanizza’ la morte.

Il mondo intero è stato colto impreparato. Malgrado rapporti che mettevano in guardia da pandemie particolarmente gravi fossero disponibili quanto meno dal 2014. Non crede ci sia bisogno di implementare gli studi sull’anticipazione del futuro? E non soltanto magari per tenerli chiusi nei cassetti dei Servizi o delle cancellerie, quanto anche e soprattutto perpreparare culturalmente la popolazione a eventi straordinari?

Guardi più che un’implementazione degli studi sull’anticipazione del futuro credo che il vero problema sia nella progettazione di un Paese. Come dice un proverbio ‘non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire’. Ed è andata esattamente così. Avrebbero potuto metterci in guardia anche anni prima (a tal proposito mi viene in mente Bill Gates: ‘The next outbreak? We’re not ready’, 2015 che tradotto significa ‘La prossima epidemia? Non siamo pronti’) ma non si è mai pronti fino a quando il virus non ti tocca da vicino. Tutto sommato a febbraio il covid-19 non ci toccava perché era una ‘questione cinese’, fino a marzo era una questione lombarda. Ora è diventata nostra perché positivo al virus può essere ciascuno di noi o un nostro familiare.
Credo dunque che il nostro Paese sia stato colto impreparato per via di come è stato progettato, o meglio non-progettato, negli ultimi 20 anni: tagli alla sanità, tagli alla ricerca, alla scuola eall’università, all’innovazione. Un substrato strutturale debole e fragile rispetto a questo enorme, esorbitante, inatteso evento.

Questo lockdown causerà anche un cambiamento nei comportamenti sociali sulle tematiche più gravi e impellenti, in primis la salvaguardia del pianeta?

Eventi come questo comportano un ribaltamento delle tematiche al centro della cultura e dell’interesse pubblico. Tutto quello che nella cultura del pre-Covid19 percepivamo come urgente, prioritario ora potrebbe occupare l’ultimo gradino delle priorità. E improvvisamente ci rendiamo conto che ‘healthy’ è la key word centrale, nevralgica da abbinare a (healthy) life style, (healthy) food, (healthy) behaviour. La salvaguardia del pianeta non passa più dall’azione e dalla sensibilità dei pochi, ma diventa la priorità perché si è ‘toccato con mano’ che da essa ne deriva la qualità del nostro vivere.
E non cambierà solo il comportamento (inteso quindi come azione), ma anche il percepito. Pensiamo ad esempio al tema del lavoro. Questa esperienza ci sta facendo riscoprire l’importanzasociale di alcuni lavori che fino al pre-coronavirus non vedevano, in molti casi, il giusto riconoscimento sociale. Penso ad esempio a chi lavora la terra che produce e vende il cibo sano, a chi si occupa dell’istruzione dei nostri ragazzi o a chi si occupa della nostra salute. La cultura dell’autenticità potrebbe subentrare a quella dell’effimero.

Dopo il Covid-19, saremo solo più devastati o anche più saggi?

Devastati lo siamo già perché, oltre al lutto per le singole vittime, vi è una forma più ‘collettiva’ del lutto che ha come oggetto la società stessa. Chi di noi non si pone o non si è posta la fatidica domanda ‘Ma quando tutto sarà finito, la società tornerà a essere come era prima?’. La risposta la conosciamo già, nulla potrà mai essere come prima. E quindi questo può devastare. Ma come tutte le medaglie c’è il suo rovescio. Saremo sicuramente più saggi e saremo sicuramente più umani. Stiamo riscoprendo noi stessi in questo periodo di lockdown, ci stiamo ri-ascoltando. Ci sembra strano ascoltare il rumore assordante del silenzio, stiamo riacquisendo un ritmo temporale a misura d’uomo, stiamo riscoprendo le relazioni familiari, con il nostro partner, con i nostri figli. Stiamo facendo le pizze in casa il sabato sera al punto che il lievito nei supermercati è introvabile. E stiamo facendo i conti con il limite umano e con la morte, sì proprio quella morte che nella società pre-Covid19 era quasi un tabù, non si poteva parlare della morte perché dovevamo essere delle macchine perfette senza paure, senza limiti umani. E ci stiamo interrogando anche se quello che prima del virus definivamo ‘normale’, lo fosse poi per davvero.

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