domenica, Agosto 18

Dopo la Libia, ora si pensa all'Iraq

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Il mondo intero si aspettava un annuncio ben diverso dal Governo italiano sul suo prossimo impiego militare. Il nome che gli alleati volevano sentire era quello della Libia ma a sorpresa, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e il Premier Matteo Renzi hanno coordinato nuove operazioni in Iraq. E’ di sole poche ore fa la rinnovata amicizia tra l’Italia e i vertici politici iracheni che auspicano una sempre maggior collaborazione dei due paesi in chiave anti stato islamico.

L’Italia, checché se ne dica,  partecipa più che attivamente nelle diverse coalizioni che operano la lotta al terrorismo internazionale. La linea politica che tracciata dal ministro degli esteri di Roma seguito a ruota da quello della Difesa, può sembrare confusionaria e scarsamente incisiva, ma per ora tutte le decisioni prese dai due dicasteri si sono rivelate più che ottimali. L’intervento in Libia che ci avrebbe permesso di ritrovare nuovo bagliore internazionale agli occhi dei nostri alleati è stato accantonato per preferire una linea più politica e meno aggressiva. Considerate le ultime dichiarazioni di entrambi i governi libici (Tobruk e Tripoli) l’apertura di una missione avrebbe avuto gravi ripercussioni non solo sulla stabilità del paese ma anche sulla sicurezza del personale militare impiegato.

In Iraq, l’Italia, ha interrotto l’operazione Antica Babilonia ormai dal 2006 ma è tornata su esplicita richiesta del Governo iracheno nel 2014 con la missione Prima Parthica. Le forze dei vari Paesi che hanno espresso l’intendimento di aderire alla Coalizione stanno operando ai sensi dell’Art. 51 della Carta dell’ONU, nonché delle Risoluzioni n. 2170 (2014) del 15 agosto 2014 e n. 2178 (2014) del 27 settembre 2014, sulla base della richiesta di soccorso presentata il 20 settembre 2014 dal rappresentante permanente dell’Iraq presso l’ONU al Presidente del Consiglio di Sicurezza.

In particolare, nell’ambito della Missione internazionale “Inherent Resolve” l’Italia fornisce personale di Staff ai Comandi multinazionali siti in Kuwait, e Iraq (Baghdad ed Erbil) nonché assetti e capacità di Training ed Assisting rivolti alle Forze Armate e di polizia irachene. A seguito dell’espansione dell’autoproclamatosi Islam State of Iraq and the Levant (ISIL) in Iraq e Siria, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una Coalition Of Willing (COW), a cui partecipa anche l’Italia, al fine di contrastare la minaccia ISIL sostenendo le forze di sicurezza dei partner regionali.

Attualmente sono poche centinaia i soldati della Folgore impegnati a fornire supporto addestrativo alle Forze di Sicurezza Irachene (ISF). Queste ultime sono una pedina fondamentale perché l’Iraq possa tornare a controllare pienamente il suo territorio e lo possa fare con tutti gli strumenti e i metodi più efficaci. Il precedente impiego di forze Occidentali per l’addestramento delle ISF non ha sortito grandi risultati, anzi. All’inizio dello scorso anno, sono stati moltissime le città abbandonate a se stesse dalle Forze di sicurezza Irachene, troppo spaventate o poco incentivate a combattere contro l’IS. Per l’amministrazione di Obama questo è stato uno dei grandi fallimenti della politica estera, oggi, si preferisce lasciare all’Italia questi compiti di ricostruzione ed addestramento degli apparati militari. Gli istruttori inviati da Roma hanno già riscosso notevoli successi in Somalia ed Afghanistan e dopo mesi di duro lavoro anche l’Iraq sta riportando qualche soddisfazione.

Nonostante gli evidenti sforzi profusi dal Governo Renzi per essere al centro delle vicende politico – militari di maggior rilevanza internazionale, molti analisti rimangono scettici circa il rinnovato impiego dell’Italia in Iraq. Dopo la dichiarazione del Ministro Pinotti e la vittoria dell’appalto per la diga di Mosul da parte dell’azienda Trevi, si apriranno due nuove missioni con il supporto di Baghdad. Mosul è dal 2014 sotto l’assedio delle bandiere nere dell’IS, roccaforte  su territorio iracheno e una volta riconquistata potrebbe essere il punto di svolta nella lotta contro il califfato. Per la prima volta dopo decenni, Roma, potrebbe dover fronteggiare davvero uno scontro ad alta conflittualità in zona d’operazione.

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