venerdì, Febbraio 28

Donne e tecnologia: binomio inusuale? Non proprio! La mancata rappresentanza rosa nel mondo tecnologico e la reazione delle donne

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Donne e campo delle tecnologie, un binomio ancora poco in uso. Il settore Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM), infatti, è quasi tutto al maschile. Nei campus universitari di tutto il mondo, le studentesse sono solo il 35% di tutti gli studenti iscritti. Questo si ripercuote anche sulla percezione che di questo settore hanno i più giovani. Secondo quanto scaturito da uno studio condotto da ‘Childwise‘, agenzia di ricerca specializzata in ricerche di mercato, su 1000 bambini nel Regno Unito di età compresa tra 9 e 12 anni, la maggior parte delle ragazze ha confessato di essere intimidita dal linguaggio della tecnologia.

Nel rapporto del 2016, la McKinsey ha evidenziato la preoccupante mancata rappresentanza femminile nel mondo tecnologico. Lo scorso anno, il 37% delle donne ha occupato ruoli di base, il 25% è arrivato ad avere maggiore responsabilità e solo il 15% ha toccato i livelli più alti. La cosa fa anche un po’ ridere se si pensa che la prima squadra di programmatori informatici del mondo non aveva uomini, ma solo donne.

Qualcosa, però, sta iniziando a muoversi e gli effetti si iniziano oramai a vedere. Sono sorte ormai da qualche anno, organizzazioni, start up e gruppi di donne unitesi insieme per far sentire la propria voce, da ogni angolo del pianeta.

Uno dei progetti più di successo è ‘Systers’ 1987, una community digitale al femminile fondata da Anita Borg con altre 12 donne. Oggi, Syster conta più 7.500 membri provenienti da oltre 65 Nazioni ed è la più grande comunità femminile al mondo che tratta di informatica tecnica. Il sito web AnitaB.org è diventato anche un’organizzazione globale no-profit nel campo delle scienze informatiche dal 1997. Attualmente l’organizzazione è guidata da Brenda Darden Wilkerson e collabora con istituzioni accademiche e aziende in oltre 80 Paesi.

Altra organizzazione rosa è ‘Women Who Code’, senza fini di lucro e dedicata ad ispirare le donne ad eccellere nelle carriere tecnologiche. Avviata nel 2011, oggi ha più di 1.000.000 di membri e una presenza globale in oltre 20 Stati. ‘Women Who Code’ sta crescendo rapidamente e offre carriere e possibilità di crescita insieme a gruppi di studio tecnici gratuiti.

A Singapore, invece, la trentenne Nurul Jihadah Hussain ha ideato ‘The Codette Project, un’idea divenuta realtà nel 2015. Nurul, insieme al suo team tutto rosa, lavora per rendere la sotto-rappresentanza femminile il cavallo di battaglia quotidiano dell’industria della programmazione informatica. E non solo. Ciò che ha spinto Nurul ad impegnarsi così tanto nel progetto, è stata la volontà di vedere le tante donne dei gruppi ‘minoritari’ e più isolati, impegnate proprio nei campi della scienza, della tecnologia, della matematica e dell’ingegneria. Nella sua testa, da sempre, le donne Malesi di religione musulmana e le mamme single, lontane dal mondo del lavoro ma altrettanto bisognose di un inserimento.

«Personalmente non conoscevo alcuna minoranza femminile nel mondo della tecnologia quando ho iniziato ‘The Codette Project’. A Singapore, solo il 30% della forza lavoro di questo settore è rappresentata da donne, meno del 5% dei fondatori delle start-up sono donne ed alcune minoranze, come quella malese musulmana, sono pressoché invisibili», afferma in un’intervista. Il progetto mette a disposizione lezioni di programmazione gratis e prepara le donne e le loro figlie nelle conoscenze di base. Tra le materie, anche la navigazione sui social media, il web design, la progettazione, l’Hypertext Markup Language (HTML) e il branding. Le lezioni sono rivolte non solo alle donne che vogliono entrare nei campi STEM, ma anche a quelle che vogliono usare la tecnologia in modo più efficace nella loro vita quotidiana.

«Abbiamo donne che frequentano le nostre lezioni per apprendere le competenze scolastiche, per la casa, per il lavoro e tutto il resto. Non pensiamo che la tecnologia sia solo limitata al posto di lavoro. La tecnologia è ovunque e utilizzarla in modo più efficace aiuterà tutti noi a raggiungere il posto dove vogliamo essere». Il progetto gode anche della collaborazione con il Comitato di Singapore per le donne delle Nazioni Unite e si affianca ad un seminario per insegnare alle donne come eccellere sul posto di lavoro. «Quando una donna ha l’impressione di aver tratto beneficio dei nostri seminari o dei nostri eventi, allora per me questa è la misura del successo».

Lo spunto, però, Nurul l’ha preso dai simili modelli statunitensi, tra cui il noto ‘Black Girls Code , un altro esempio che mette insieme donne e settore STEM. Il loro motto è ‘Immagina. Costruisci. CreaImmagina un mondo in cui tutti abbiano gli strumenti per avere successo, e poi aiutaci a costruire modi per tutti di accedere alle informazioni e creare una nuova era di donne di colore nella tecnologia’.

Il Black Girls Code nasce come organizzazione no-profit nel 2011 dalla volenterosa Kimberly Bryant, mamma e ingegnere elettronico. L’idea di Kimberly è nata da una vera e propria questione sociale: non riuscire a trovare un corso di calcolo adatto per sua figlia. La maggior parte dei corsi, infatti, erano disegnati a puntino per i ragazzi e raramente vedevano l’iscrizione di piccole afro-americane. La cosa la colpì talmente tanto da iniziare a pensare di dover impegnarsi in prima persona per garantire alle bambine come la sua una possibilità. Con oltre 20 anni nel campo delle biotecnologie, Kimberly ora si occupa di educazione tecnologica provvedendo, nello specifico, a far sì che le donne afroamericane imparino qualcosa in più su queste materie. Tutto ciò significa prepararle ad entrare nel mondo del lavoro e svolgere professioni che richiedono un alto tasso di tecnicismo e di preparazione, ma vuol dire anche eliminare quel gap sociale che si è creato nel tempo.

La tecnologia, insomma, al centro di tutto, strumento e fine di donne che insieme lavorano per rovesciare quella che non è solo una percezione ma anche un dato di fatto. E forse, si spera, col passare degli anni, quel senso di non appartenenza tutto al femminile, sarà solo un ricordo.

 

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