lunedì, Marzo 25

Donato Zoppo: “Progressive rock, l’arte a 360°”

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Quando si ripensa all’evoluzione del rock che va dagli anni 60 agli anni 70 si prova sempre una certa nostalgia. Furono anni intensi, non solo sotto il profilo musicale ma soprattutto in campo sociale, anni di rivoluzione, di rinnovamento, di rinascita. Espressione di quel fermento fu un genere musicale forse ad oggi un po’ accantonato, che all’epoca destò grande interesse ed ancora oggi annovera tantissimi fan idolatranti. È il rock progressivo (progressive rock in inglese), corrente della musica rock nata in Inghilterra negli anni 60, “versione avanzata” del rock classico, caratterizzato da maggiore complessità e varietà compositiva, armonica, melodica e stilistica, grazie anche agli elementi rubati da altre tradizioni musicali. L’esperienza progressive fu interessante non solo per il livello musica raggiunto ma soprattutto per quel movimento, quella corrente di pensiero che caratterizzò: la voglia di sperimentare, ricercare sonorità innovative e inaudite, superare i limiti e i confini che erano stati posti dal rock classico.

Ne abbiamo discusso con Donato Zoppo, esperto musicale, scrittore per  Audio ReviewJam e Rockerilla, autore di numerosi libri sulla musica e conduttore radiofonico, all’alba della pubblicazione de La filosofia dei Genesis. Voci e maschere del Teatro Rock, in cui viene approfondito uno degli aspetti più affascinanti del rock progressivo, ovvero la contaminazione con il teatro, lo spettacolo e le arti in generale. Proponiamo di seguito una intervista ricca di spunti, riferimenti e riflessioni, musicali e non, non solo per gli appassionati ma anche per i più curiosi. Un viaggio nella storia del rock anni 60-70, un periodo su cui non si sarà mai scritto abbastanza.

Partiamo dalle origini. Cos’è il rock progressivo? Un genere o tanti generi?

A questa domanda risposi ampiamente anni fa in un mio libro, dedicato proprio a questo genere. Il rock progressive nasce come fusione, come punto di incontro di diverse aree musicali. Inizialmente il contatto più forte fu quello tra rock e musica classica: in gruppi come i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, gli stessi Genesis per alcuni versi, i tastieristi avevano studiato musica classica, quindi fu naturale per loro unire queste due anime. Con il tempo però il tutto si trasformò in un’esperienza molto più ampia, grazie soprattutto all’idea di rompere con la breve durata della canzone, quindi di aprirsi completamente: non a caso una delle novità più belle del progressive rock furono le suite, brani lunghissimi che possono durare più di venti minuti o un intero disco, come nel caso dei Jethro Tull. Si trattava di pezzi figli di quel momento storico, parliamo dal ’67- ’68 in avanti, più o meno fino al ’73, dove si consumò la stagione più importante per il progressivo. Tra l’altro all’epoca il termine progressivo non veniva mai usato: si parlava di rock sinfonico, in Italia addirittura di pop, come si definivano allora gli Osanna, le Orme e la PFM. Definirei quindi il rock progressive come un macrogenere, unione di diverse anime, con una parte preponderante di rock e classica, anche se poi molti musicisti cominciarono a scoprire la componente acustica. Ad esempio i Beatles prima del ’68 in India non conoscevano la parte acustica. Nei Genesis poi, la cui componente folk era molto forte. Non dimentichiamoci dell’avvento dell’elettronica: musicisti come Keith Emerson sperimentavano al tempo i primi suoni elettronici con i sintetizzatori. Quindi immaginerei il progressive come una grande area in cui si incontrano correnti diverse: rock, blues, folk, elettronica, musica classica…il jazz! Anche il jazz è stato un elemento fondamentale: in gruppi come i Soft Machine, i Gong, in Italia come gli Area, che penso siano stati il gruppo più interessante di quell’esperienza, la sonorità jazz era molto presente. Insomma, un genere che nasce dall’incontro tra generi.

Perché nasce? Quali sono le ragioni storiche e sociali?

Si trattò di un vero e proprio avanzamento che nacque dall’esigenza, dalla voglia dei giovani dell’epoca di fare un passo in avanti.  Prima c’era una sostanziale identità tra chi faceva musica e chi l’ascoltava: non esisteva musica per i giovani ma solo musica dei giovani. Parliamo dei ragazzi del post ’68, ragazzi che avevano un’esigenza fortissima di distanziarsi dai genitori, cavalcando l’onda di quella frattura generazionale in maniera decisa. La maggior parte degli artisti del rock progressive appartenevano alla generazione dei baby boomers, coloro che erano nati nel boom economico dell’immediato dopoguerra. Mancavano loro tutta una serie di caratteristiche sociali e comportamentali della generazione precedente che rendeva ancora più profonda la frattura culturale con i loro genitori, da cui facevano di tutti per distaccarsi. E questo sentimento, questa necessità accomunava tutti i baby boomers. Per questo da un punto di vista sociale quella musica,anche se stilisticamente molto varia, era il collante che sanciva l’appartenenza a quel medesimo panorama giovanile. Ne La filosofia dei Genesis approfondisco nello specifico questa cultura rock: nel biennio 65-66, con i Beatles, Frank Zappa, Bob Dylan c’è un grande cambiamento, emergono elementi sociali, artistici, comportamentali, soprattutto politici, sempre più caratteristici e caratterizzanti di questo nuovo orizzonte culturale. Tutti gli artisti del tempo, anche se diversissimi tra loro, avevano come comune riferimento la cultura rock che nasceva proprio con la frattura generazionale creatasi nel dopoguerra. È questo il panorama storico-sociale che faceva da sfondo. Non bisogna poi tralasciare l’esperienza di alcuni gruppi del progressive che avevano una posizione politica molto forte: Robert Wyatt è tutt’ora un marxista-leninista incallito.  D’altronde ogni atto artistico è atto politico: c’erano i più ideologici che aderivano formalmente a una corrente politica e i meno ideologici che si limitavano a rompere con la generazione precedente. Fu proprio la frattura generazionale che diede l’impeto alle novità musicali degli anni 60.

La contaminazione con il teatro. Perché si sentì la necessità artistica di affiancare l’esperienza musicale a quella interpretativa?

Innanzitutto c’era l’esigenza di esibirsi diversamente dalle star che allora piacevano ai genitori. Dal 65-66  c’è una frattura profonda anche nel modo di performare. Tuttavia la contaminazione con il teatro arriva in un secondo momento. I Pink Floyd furono i primi a portare in scena spettacoli unici nel loro genere, i cosiddetti light shows, gli spettacoli di luce, realizzati da architetti inglesi e americani. Una curiosità: i Pink Floyd non scrivevano la loro musica ma la disegnavano, in base all’impennata dei suoni il colore diventava più vivo. Più tardi sentirono l’influenza dell’arte contemporanea: in uno spettacolo chiamato The man and the journey la musica si fermava all’improvviso e la band si accomodava ad un tavolino sorseggiando del the, diventando parte della performance.  Jim Morrison  fu  invece più legato all’idea del teatro rock: aveva l’idea di performance rock che scuoteva e provocava lo spettatore, avendo un panorama culturale molto vasto credeva nell’interpretazione del brano. C’era ancora l’idea del teatro di Frank Zappa, un teatro prettamente politico, provocatorio, sperimentale, che si nutriva delle reazioni incredule degli spettatori. Con i Genesis poi la teatralità esplode. Tutto nasce dall’esigenza di dare una visibilità alle loro narrazioni: i loro brani raccontavano l’Inghilterra borghese, conservatrice, che non esisteva più, in un’atmosfera surreale e attraverso una critica velata a questo mondo ormai lontano; lo scopo era quello di spettacolarizzare dal vivo questa realtà, da qui l’uso delle maschere e dei costumi. Poi nel 74 con The Lamb Lies Down On Brodway l’opera rock conosce una drammaturgia più compiuta e diventa una vera e proprio teatro musicale in chiave rock. La cosa che più mi ha colpito mentre scrivevo su questo tema è il fatto che nessuna di queste personalità, ad eccezione del solo Morrison forse, avesse mai studiato teatro: era tutto molto istintivo, una teatralità molto naturale. Forse l’unico che studiò maggiormente le sue esibizioni fu David Bowie, studiò mimica,teatro, approfondì molto. Si differenziò molto dai Genesis anche per questo suo bisogno di stupire, di trasgredire.

A questo proposito, la stravaganza dei costumi, l’esagerazione, l’attenzione all’elemento visivo non andò mai a discapito della ricerca musicale?

Più che dall’esterno, l’accusa di tralasciare l’elemento musicale venne spesso dall’interno. Caso esemplare fu quello dei Genesis: nel gruppo l’unico a sentire questa esigenza di narrazione visiva fu Peter Gabriel. Non a caso dovette imporre con la forza la scelta di indossare costumi al resto della band. A Dublino Gabriel salì sul palco con la celebre testa di volpe lasciando esterrefatti i compagni.  Questa divergenza interna andò avanti fino al ’75, quando Gabriel lasciò il gruppo, perché secondo gli altri componenti la musica era fatta solo per essere ascoltata, forse fin troppo sicuri della qualità dei loro brani da non sentire il bisogno della componente visiva. Eppure furono i musicisti stessi a rendersi ben presto conto che la teatralità della performance andava a completare e non screditare la qualità della musica, oltre ovviamente ad attirare l’attenzione mediatica. C’è da dire che nessuno mai, né la stampa né la critica moderna e passata né tantomeno il pubblico, accusò i Genesis di abbandonare la ricerca musicale, che rimaneva sempre la componente più importante. Eppure mancava qualcosa, e la completezza venne raggiunta proprio con gli spettacoli.

Il concept album e l’esigenza narrativa. Perché si voleva raccontare una storia?

Ti anticipo che sto scrivendo un libro proprio su questo, penso uscirà per la metà del prossimo anno. A metà anni ’60, quindi nel bel mezzo del processo di maturazione del rock, molti artisti capiscono che è finita l’era della “canzonetta”, intesa come canzone usa e getta, e sperimentano, grazie anche al 33 giri, l’ album  di lunga durata,  la possibilità di raccontare con un brano una vera e propria storia. Uno tra i primissimi concept album è quello dei Beach Boys del ’66, Pet Sounds, in cui hanno uno scatto di maturità incredibile. Si tratta di un vero e proprio concept dove il tema musicale è la fine dell’adolescenza, metaforicamente raccontata come la fine dell’estate. Sempre nel ’66 debuttò Frank Zappa con il disco Freakout, il cui tema fu fotografare la realtà americana del tempo, del mondo hippie, della nuova gioventù non convenzionale. I concept più strutturati arrivano però con i gruppi del progressive inglese: la cosa più interessante è che questa inclinazione narrativa si struttura sempre di più con le opere rock. Una cosa dunque raccontare una storia in un disco, un’altra scrivere un’opera musicale destinata al teatro. L’idea concept, ancora in uso in campo metal, è dunque quella di concepire l’album come un libro in cui ogni canzone ne è un capitolo, pertanto è impossibile capirne completamente il significato se non inserita all’interno dell’album stesso. Una cosa interessante, che approfondirò nel prossimo libro, è il fatto che i più grandi esponenti del rock classico non hanno mai fatto album concettuali. Chissà perché.

Le copertine degli album furono opere d’arte ormai celebri. Perché veniva data loro tanta importanza?

Le copertine assunsero una importanza fondamentale. Anche qui dobbiamo ritornare al periodo 66-67: con Revolver, il disco dei Beatles, c’è una rivoluzione visiva. Sulla copertina c’è un disegno che fa proprio da introduzione a quell’atmosfera ricreata dalla musica, per non parlare dei dischi successivi, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e White Album, le cui copertine furono affidate a grandi esponenti della pop art inglese come Peter Blake e Richard Hamilton. L’aspetto più interessa è sicuramente l’incontro tra il rock e le arti che si traduce nelle copertine, vere e proprie porte d’ingresso al senso dell’album stesso. Anche perché spesso l’artista ascoltava quella musica e in base alle emozioni da essa evocate dipingeva. Non a caso si iniziò anche a non scrivere nulla sulle copertine il nome della band (ci mostra la copertina de In The Court of the Crimson King, ndr): i King Crimson erano così sicuri della forza evocativa dell’album da non sentire la necessità di scrivere ulteriori informazioni. D’altronde le band amavano circondarsi di personalità di spicco nell’arte anche se non appartenenti al mondo della musica. L’importanza della copertina si perse poi con l’avvento del punk, un genere che segnò un passaggio assolutamente necessario, che portò un po’ di freschezza nella musica e ridimensionò l’ego di molti gruppi rock diventati ampollosi e artificiosi in un certo senso. Certo, non si può negare il fatto che produssero non semplici album ma vere e proprie esperienze, psichedeliche nella maggior parte dei casi, opere d’arte a 360°.

L’atmosfera surreale ed esoterica. Riferimenti che nascono dall’atmosfera culturale del tempo?

Nel 2013 ho scritto un libro in cui approfondivo i testi dei King Crimson (King Crimson. Islands – Testi Commentati,  Arcana Edizioni ndr) e ho rilevato questa forte componente esoterica che in realtà fu presente solo in questa band e, per qualche accenno nei Genesis. Penso che un punto di forza nel progressive fu proprio l’aver toccato tantissimi temi, dall’esoterico appunto, dal folk alla critica sociale, dalla spiritualità indiana alla politica, al contrario del rock classico che, chi più chi meno, non produsse mai testi di un certo spessore.

E in Italia? Come e da chi ebbe inizio l’era del rock progressivo?

In Italia l’esperienza del progressive, sembra strano, iniziò con l’album del 1971 Amore e non amore di Lucio Battisti, a cui ho dedicato un intero libro (Amore, liberta’ e censura: il 1971 di Lucio Battisti, Aerostella ndr). Un album concept basato sullo scontro tra il non amore, la figura femminile che vive l’amore come consumo, e l’amore per la natura. Era un’opera progressive perché conteneva brani lunghissimi, quattro pezzi strumentali dell’orchestra diretta da Battisti stesso, copertina completamente progressive perché descrive perfettamente l’idea del disco…un vero e proprio esperimento nato anche dall’interesse che Battisti nutrì per il rock inglese del tempo. I musicisti che suonavano con Battisti diventarono poco dopo i PFM, Premiata Forneria Marconi, il gruppo d’eccellenza del rock progressivo italiano. La cosa più bella dell’Italia del tempo è che c’era una fame incredibile di questa musica, l’esperienza del beat non bastava più. Milano, con la PFM e gli Area, fu sicuramente la città più ricca sotto questo punto di vista. Nel 1971 arrivarono in Italia i grandi gruppi, dai Jethro Tull ai Pink Floyd, che crearono un grande movimento e grossi numeri, e i gruppi italiani iniziarono ad aprire i loro concerti arrivando al grande pubblico. C’è da dire che molto del consenso provenne anche da un deciso schieramento politico di questi artisti, eccetto forse Battisti che fu l’unico neutrale.

Come è nata la sua passione per questo genere?

Sono stato sempre appassionato di musica, nonostante in casa mia non si fosse molto ferrati in materia. Mi è sempre piaciuto ascoltare ma soprattutto leggere di musica. Forse la mia fortuna è stata non essere fan di nessuno: preferisco alcuni rispetto ad altri ma sono sempre stato curioso verso tutti. Dieci anni fa scrissi il mio primo libro sulla PFM all’interno della collana Pensieri e Parole e da allora non mi sono più fermato. Devo dirlo, il mio preferito è quello su Battisti perché è l’unico che nasce da una mia idea e una mia curiosità personale, gli altri sono state proposte editoriali. Purtroppo questa passione non può essere la mia attività principale, in Italia sarebbe impensabile vivere scrivendo di musica.

Qualche anticipazione sui suoi prossimi lavori?

Come ti ho detto l’anno prossimo pubblicherò un libro sul concept album all’interno di una collana aperta da Ezio Guaitamacchi con La storia del rock per la casa editrice Hoepli. Ti confesso che ho da un po’ di tempo due idee che non riesco a realizzare: un libro su Santana, una mia vecchia passione, e uno su Van Morrison. Ne approfitto e lancio un appello agli editori!

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