domenica, Maggio 26

Donald Trump, tra elezioni e rischio impeachment Ecco le conseguenze delle difficoltà legali del suo entourage

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La condanna di Michael Cohen e Paul Manafort ha ridato forza a quanti – negli USA e fuori – invocano la messa in stato d’accusa del Presidente Trump. Soprattutto il caso di Cohen – che più di quello di Manafort tocca la figura di Trump e la sua condotta – ha rilanciato la richiesta di un’indagine approfondita sulle condizioni che hanno portato al successo del candidato repubblicano nel 2016. Lo stesso Cohen (fino a poche settimane fa considerato uno dei ‘fedelissimi’ del Presidente) ha parlato d’irregolarità finanziarie che avrebbero segnato la campagna e voci insistenti ipotizzano abbia già concluso un accordo con la magistratura volto a garantirsi l’immunità a fronte di una testimonianza a questo proposito. I guai giudiziari dei suoi collaboratori non sono le sole difficoltà che Donald Trump deve affrontare in questo periodo. Anche se il suo impatto concreto resta limitato, la campagna #freepress ha portato l’ennesimo colpo alla sua immagine (anche se tale colpo è stato forse più sentito fuori che dentro gli Stati Uniti) mentre le prossime elezioni di midterm mettono in luce la debolezza della posizione del Presidente, che ha apertamente ammesso come sia difficile aspettarsi un successo repubblicano.

L’impeachment è, quindi, più vicino? In realtà, non proprio. La procedura per la messa in stato d’accusa del Presidente è lunga e complessa e sottintende una precisa volontà politica da parte della Camera dei Rappresentanti (oggi ancora in mano repubblicana) che è l’organo incaricato di decidere sulla questione. Inoltre, è difficile inferire dalle condanne di Cohen e di Manafort fattispecie a carico di Trump che possano giustificare l’avvio di un’azione a suo carico. Soprattutto, gioca a favore del Presidente il fatto che né il Partito repubblicano né quello democratico appaiono oggi in grado di condurre una credibile campagna contro di lui né, in molti casi, lo vogliono. Da vari punti di vista, nonostante le difficoltà che è chiamato ad affrontare, Donald Trump continua, infatti, a beneficiare della fortunata costellazione di forze che due anni fa lo ha portato alla Casa Bianca contro tutte le previsioni a lui ostili. Anche la morte di John McCain – che nel Grand Old Party è stato, sinora, il suo principale oppositore – non può che consolidare questo stato di cose, privando partito e Congresso di un punto di riferimento importante e rafforzando così, indirettamente, la posizione della componente pro-Trump.

Sul fronte democratico le cose non vanno meglio. La fioritura di ‘volti nuovi’ che ha caratterizzato gli ultimi mesi, se da un lato ha messo in evidenza il dinamismo interno al partito dell’asinello, dall’altra ha accentuato la frattura fra l’anima ‘centrista’ e quella ‘radical’ già affiorata nella competizione del 2016 fra Hillary Clinton e Bernie Sanders. Nel complesso – e tenendo conto che anche nelle elezioni per il Congresso le agende locali giocano spesso una parte importante – sembra di assistere a uno spostamento ‘a sinistra’ dell’asse politico del partito, con una particolare enfasi per le tematiche in più aperto contrasto con l’agenda trumpiana. In questo senso, gli elettori democratici paiono avere scelto di puntare sulle donne, i giovani e i membri delle minoranze, e su un set di proposte centrato sui temi ambientali, della ‘green economy’ e dell’equità sociale; tutti temi per vari aspetti tradizionali nell’agenda democratica, ma che nella prospettiva anti-Trump che alimenta l’attuale fase della vita politica USA acquistano una nuova luce. Una situazione che, al di là della volontà dei suoi protagonisti, rischia di trasformare il voto di midterm in una sorta di referendum pro o contro l’attuale amministrazione.

Non è facile dire se e quanto le difficoltà legali dell’entourage presidenziale influiranno su questo scenario. Senza dubbio, esse confermeranno l’opinione dei molti avversari del Presidente in merito alle irregolarità che avrebbero viziato la sua elezione. Il punto è, tuttavia, un altro, e riguarda il se e il quanto esse riusciranno davvero a spostare il voto degli indecisi. Secondo un recente sondaggio (The Economist/YouGov, 19-21 agosto), il Partito democratico vanterebbe un buon 6% di scarto nelle preferenze rispetto a quello repubblicano (44 a 38). Il 14% di indecisi (il 4% residuo è rappresentato da persone che hanno dichiarato di non votare o di votare per candidati diversi da quelli dei due partiti maggiori) potrebbe, però, giocare una parte importante in un voto che – come detto – ha molti tratti di un referendum. Sinora, Donald Trump si è dimostrato assai abile a parlare ‘alla pancia’ del Paese; non a caso, il giudizio sulla sua performace in campo economico è in media superiore a quello generale. In questa prospettiva, la scelta di puntare su una questione agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica ‘astratta’ come quella delle irregolarità che avrebbero accompagnato la sua elezione rischia, alla fine, di dimostrarsi meno pagante di quanto, a prima vista, potrebbe sembrare.

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