giovedì, Novembre 21

Donald Trump e Papa Francesco, tra politica e religione

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«Non do mai un giudizio verso una persona, senza prima avere parlato con lui non lo devo fare. Nel parlare insieme io gli dirò cosa penso e lui mi dirà cosa pensa». Questa la risposta data da Papa Francesco, un paio di settimane fa, sul volo di ritorno dal pellegrinaggio al santuario di Fatima, alla domanda di un giornalista sull’ imminente incontro con Donald Trump. Per questa occasione, Roma è già blindata. Il Presidente americano incontrerà alle 8.30 di domani il pontefice. E questa è la terza tappa del primo viaggio estero del tycoon, il quale, dopo aver visitato l’ Arabia Saudita e Israele, giunge in Vaticano, incontrando la Guida della Cristianità, quasi a voler sancire l’ alleanza delle tre religioni monoteistiche contro «il male».

Come si è visto nel corso di questi anni di pontificato, il ruolo di Papa Francesco nello scenario politico internazionale non è mai stato secondario. Di grande spirito innovatore e così attento alle istanze dei meno ascoltati, il Papa argentino non ha suscitato però la simpatia unanime tanto del clero quanto dei fedeli americani. E’ vero, infatti, che molti fedeli cattolici, da sempre molto vicini al partito di destra, costituiscono la base elettorale che ha garantito la vittoria al candidato repubblicano alle elezioni di novembre. Volendo gettare ponti, sembra configurarsi come l’ anti – Trump per eccellenza, cioè come colui che rigetta le risposte semplicistiche, di chiusura ai problemi così importanti che caratterizzano questo momento storico. Proprio nel corso della campagna elettorale, all’ annuncio di Trump dell’ intenzione, qualora fosse stato eletto Presidente, di costruire un muro con il Messico, impedendo, in questo modo, l’ immigrazione, la risposta di Papa Francesco non si è fatta attendere: «chi costruisce muri non è cristiano».

«Pace, d’ora in poi, chiunque incontrerò, io parlerò di pace». Questo il monito di Papa Francesco, il quale ha aggiunto di non voler convincere nessuno, ma di voler ascoltare. A partire dallo stile, tutto sembra dividere le due figure. Proprio qualche giorno fa è stata annunciata la nomina di Calista Gingrich, moglie dell’ ex speaker repubblicano della Camera dei Rappresentanti, come Ambasciatrice americana presso la Santa Sede.

Quello di domani si preannuncia un momento storico in cui si confronteranno due leader mondiali, due campioni della comunicazione, due visioni diverse del mondo. E per comprendere meglio l’ importanza dell’ udienza privata di domani, abbiamo chiesto a Piero Schiavazzi, giornalista vaticanista dell’ Huffington Post oltreché docente titolare della prima cattedra italiana di Geopolitica Vaticana presso l’ Università degli Studi Link Campus University.

Quali sono state le direttrici della geopolitica di Papa Francesco in questi quattro anni?

Con una metafora, potremmo dire che Donald Trump balla il foxtrot perché lui è un uomo che si adatta alle danze, balla al tempo degli ospiti che lo accolgono, come ha fatto in Arabia Saudita, ballando la danza delle spade. Trump è un ballerino, è un uomo di mondo, del mondo, di questo mondo. Bergoglio non è di questo mondo e quindi si scontra. Bergoglio è l’ uomo del tango e la sua è la ‘geopolitica del tango’. Il tango risponde a tre regole rigide che lo fanno essere un ballo di scuola ‘gesuitica’: il tango si balla negli spazi stretti, quindi non è il walzer da sempre ballato, invece, dalla diplomazia vaticana, ad esempio con il Cremlino, con la ostpolitik, irrigidendo un po’ gli americani, ma poi rientrando e rassicurandoli, come quando nel walzer si riprende la dama. Quando ci sono gli spazi stretti, ecco la seconda regola: una volta fatto un passo non si può tornare indietro, mentre il walzer si caratterizza per la sua circolarità. Terza regola è che gli abbracci del tango sono asimmetrici: questo stupisce, ma al tempo stesso lo autorizza ad abbracciare interlocutori in un rapporto che non è da pari a pari, in attesa che il tempo faccia maturare delle condizioni.

Si pensi all’ abbraccio asimmetrico con gli ayatollah: è stato la diplomazia vaticana a chiedere, per prima, nel gennaio del 2014, lo sdoganamento dell’ Iran. In qualche modo quel gruppo di contratto 5+1 io l’ ho sempre definito 5+2 perché il Vaticano aveva avuto un ruolo importante, anticipando di un anno Obama. Fumo negli occhi per Trump che va a dire che riconosce solo i sunniti, quando dall’ altra parte del Golfo ci sono gli sciiti. Ma questo è un Papa sciita che, in qualche modo, è andato a recuperare il rapporto con l’ Egitto, mentre il mondo sunnita lo guardava con estremo sospetto. Per non parlare dei sospetti con cui lo guarda Israele.

Papa Francesco ha condannato l’ uso da parte degli USA del più grande ordigno non nucleare (MOAB) dicendo «Io mi sono vergognato quando ho sentito il nome di una bomba, la hanno chiamata ‘la madre di tutte le bombe. La mamma dà vita e questa dà morte, e noi diciamo mamma a quell’apparecchio» e poi ha continuato «Sta crescendo, è cresciuta e cresce tra noi una cultura della distruzione». Quanto sono divergenti le posizioni ed in che modo potrebbero influenzare l’ incontro di domani?

Bisogna tener presente che Trump si presenta con 100 miliardi di dollari di armi sottoscritti con l’ Arabia Saudita. Il Papa tuona quotidianamente contro la vendita e la fabbricazione di armi ed è come se Trump non avesse sentito. Quindi quello di domani è come un dialogo fra sordi perché il Papa dice di vergognarsi che si chiami madre una bomba e Trump, prima di andare in Vaticano, va in Arabia Saudita a firmare 100 miliardi di dollari di armi. Solo questa premessa ci dice molto. Però, al di là dei dati congiunturali che vorrebbero richiamare la nostra attenzione su questo tentativo, ai limiti della comicità, di quadrilatero che Trump vuole creare, di fondo c’è la visione semplificatrice del mondo del Presidente americano.

In cosa consiste?

Lui vuole creare un quadrilatero di fortezze per proteggere il XXI secolo dal terrorismo. In questo quadrilatero c’è l’ Islam, ricondotto ai sauditi, nemmeno ai sunniti, quasi in una visione cesaropapista, che identifica chi è più ricco e più forte un’ intera religione; Israele che, nonostante ci siano 13 milioni di ebrei nel mondo, rappresenta, sempre nella stessa logica cesaropapista del potere politico, nella figura di Netanyahu, l’ intera religione ebraica. Questa è agli occhi occidentali una semplificazione, ma per Trump diviene criterio geopolitico. Infine il Papa che, per lui, è prima di tutto un capo politico e poi un capo religioso. Come quarto pilastro di questo quadrilatero, si pone lui stesso  perché lui è il capo dell’ altra metà del Cristianesimo. Il cristianesimo sta vivendo una condizione di scisma culturale. Ci sono due cristianesimi: quello identitario di Trump e delle destre populiste e quello egualitario di Bergoglio e delle sinistre non meno populiste.

Questo G4 che il Presidente americano ha voluto creare sarà surclassato, domani, da un G2. Seguendo un paradosso meteorologico, il sole di Taormina sarà oscurato dall’ incontro di domani. Il miracolo che si compie in Vaticano è che il sole siciliano viene completamente oscurato: questi protagonisti che vanno ‘pirandellianamente’ in cerca di autore al G7 vengono oscurati completamente dall’ incontro dell’ anno, cioè quello di domani che tutto il mondo attende. Succederà qualcosa di analogo a quando la cerimonia del 25 marzo, per la celebrazione dei 60 anni dei Trattati di Roma è stata oscurata l’ incontro della sera prima, in Vaticano, dei 27 dell’ Europa ed è stata stravolta mediaticamente dal Papa a Milano che gli ha rubato la scena. Il mondo aspetta questo incontro.

Perché?

Sarebbe superficiale dire che i due protagonisti rappresentano due opposti assoluti perché si incontrano l’America più a destra di sempre e la Chiesa più a sinistra di sempre. Nemmeno Dan Brawn avrebbe immaginato qualcosa di simile. La storia supera di gran lunga la fantasia. Chi lo avrebbe mai detto che si sarebbero incontrati il Papa dei descamisados, il pescatore di uomini che recupera gli ultimi e il Presidente dei colletti bianchi, lo squalo che affoga quelli che non sono capaci di stare a galla. Questo è un confronto soggettivo, spettacolare, hollywodiano in cui si hanno due personalità così protagoniste che tengono a personalizzare il confronto stesso.

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