mercoledì, Agosto 5

Donald Trump, la riforma fiscale e il difficile rapporto con il GOP La legge rischia di fornire il collante che è mancato sinora tra il Presidente e un partito destinati a convivere

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Con l’approvazione da parte del Congresso della contestata riforma fiscale (‘Tax Cuts and Jobs Act’), a quasi un anno dall’ insediamento l’amministrazione Trump è riuscita a ottenere un risultato politico di rilievo e a mantenere non solo simbolicamente uno dei punti forti del suo programma elettorale. La cosa non stupisce. Già negli scorsi mesi, il progetto di legge sembrava riscuotere un buon margine di consenso; l’approvazione del bilancio federale da parte del Senato, in ottobre, in particolare, era stato considerato un segnale positivo per il futuro della riforma. Il fatto che la riforma stessa fosse sostenuta da importanti figure del Partito repubblicano – fra gli altri, l’ex candidato presidenziale Ted Cruz e i leader di maggioranza delle due camere del Congresso, Kevin McCarthy e Mitch McConnell – era un’altra garanzia di esito positivo. Cosa forse più importante, al di là di defezioni più o meno fisiologiche (quindici deputati e un senatore repubblicano hanno votato contro la versione finale del provvedimento o si sono astenuti), intorno al Tax Cuts and Jobs Act si è assistito, per la prima volta da mesi, al compattarsi del Grand Old Party sulle posizioni della ‘sua’ amministrazione.

Si è trattato indubbiamente di un voto polarizzato. Né alla Camera dei Rappresentanti, né al Senato i Congressmen democratici hanno votato in favore della legge (anche se, alla Camera dei Rappresentanti, quattro si sono astenuti sull’ultima versione). D’altro canto, l’opposizione al progetto era stata forte e ad ampio raggio. I punti di divergenza avevano riguardato i suoi presunti effetti polarizzanti su reddito e ricchezza, l’aggravio fiscale imposto ai ceti medi, gli effetti negativi sul deficit federale, lo scarso impatto su crescita e salari e le possibili ricadute sul saldo commerciale legati al rafforzamento del dollaro sui mercati internazionali. Si è parlato anche di legge ‘ad personam’, a causa dei benefici che il Presidente e i suoi interessi economici trarrebbero dalla nuova normativa e che sono stati quantificati dal New York Times e dal Washington Post in vari milioni di dollari. Anche in questo caso, lo scenario era prevedibile. Sin dalla campagna elettorale, le critiche rivolte alle proposte fiscali del candidato Trump si erano incentrate intorno al loro carattere sperequativo e alla fragilità dei loro assunti economici oltre che intorno ai palesi conflitti d’interesse di un futuro tycoon-Presidente.

Nonostante questo, il voto degli scorsi giorni conserva comunque una sua importanza. Da una parte, esso segna – come già detto – il primo ‘score’ positivo per un Presidente che, sinora, non ha brillato né in termini d’immagine né di risultati conseguiti. Seppure divisiva (i sondaggi realizzati prima del voto mostrano un Paese praticamente spezzato sulla questione), la riforma fiscale costituisce, in questo senso, la prima conferma delle capacità acquisite di Trump e del suo entourage di ‘navigare’ le acque sempre difficili di Capitol Hill. Dall’ altra parte, esso dimostra che almeno su alcune questioni, fra Casa Bianca e Congresso è possibile raggiungere un certo grado di convergenza. E’, tuttavia, significativo che fra i nomi di quanti non hanno votato in favore del Tax Cuts and Jobs Act vi siano quelli di figure importanti del GOP come Bob Corker (voto contrario nella seduta del 2 dicembre) e John McCain (assente nel voto finale per motivi di salute); un segnale di come, al di là di tutto, un certo malcontento continui ad essere presente e che nella Camera dei Rappresentanti – in genere più vicina ai sentimenti dell’elettorato che il Senato – ha assunto proporzioni piuttosto evidenti.

Si tratta dell’inizio di una inversione di tendenza? Difficile da dire, anche se la cosa non appare probabile. Intorno al tema della riforma fiscale si sono concentrati vari interessi specifici. A detta di alcuni osservatori, il cambio di posizione di Bob Corker fra il primo e il secondo voto sarebbe stato esso stesso favorito dall’introduzione, nel testo di legge, di alcuni emendamenti utili ai suoi interessi finanziari. Che questa costellazione di forze si possa riproporre sembra, quindi, poco credibile. Più duraturi potrebbero invece essere gli effetti della polarizzazione fra repubblicani e democratici emersa introno alla legge. Nei mesi a venire – e soprattutto nella prospettiva delle elezioni di midterm del 2018 – il dibatto sulla riforma fiscale e i suoi effetti appare destinato a monopolizzare la scena, con il probabile risultato di favorire un riavvicinamento duraturo del GOP alle posizioni presidenziali. Non si tratta, ovviamente, di una scelta ‘d’amore’. Per contro, la comune volontà (o la necessità?) di difendere una legge diventata ‘di bandiera’ rischia di fornire il collante che è mancato sinora e che potrebbe tenere insieme un Presidente e un partito destinati a convivere nonostante la reciproca antipatia.

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