venerdì, Novembre 15

Donald Trump e l’utopia di una ‘NATO araba’

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Fra le tante questioni legate alla recente visita di Donald Trump a Riyadh, quella della costituzione di una ipotetica ‘NATO araba’, anticipata ancora prima della partenza del Presidente, è stata in qualche modo schiacciata da una parte della portata degli accordi economici siglati con la monarchia wahabita, dall’altra dai toni accesi del messaggio anti-iraniano che il Presidente avrebbe lanciato. In realtà, la questione di una possibile aggregazione di Stati musulmani impegnati nella nascita di un ‘fronte unico’ contro la minaccia terroristica merita qualche riflessione più approfondita. Una delle critiche che con maggiore frequenza viene rivolta alle élite politiche dei Paesi musulmani in merito all’atteggiamento tenuto nei confronti del problema del terrorismo riguarda proprio la loro frammentazione e l’incapacità di proporre una risposta concordata a situazioni che a parole tutti affermano di condannare. Le ambiguità che circondano le vicende siriane (come quelle che circondano le vicende in Libia, in Iraq o nello Yemen) sono solo uno dei possibili esempi di tale stato di cose. Uno stato di cose che, in passato, è stato anche causa di tensioni con un Paese come la Turchia che – fra le altre cose – è un importante membro dell’Alleanza Atlantica.

Se sul piano politico il tema dell’unità d’azione nei confronti del fenomeno terroristico riveste una sua importanza, tuttavia, dietro alla questione della ‘NATO araba’ si celano una serie di problemi di non immediata soluzione. In primo luogo, il ruolo centrale che l’Arabia Saudita sarebbe destinata assumere in questa possibile aggregazione rischia di accentuare le fratture già esistenti al suo interno. Negli ultimi anni, la politica di Riyadh si è fatta sempre più assertiva, sia a livello regionale (in particolare con gli interventi in Bahrein e in Yemen), sia globale. La visibilità assunta anche a livello ONU (con le code polemiche che l’hanno accompagnata) è solo una delle espressioni del nuovo ruolo che la monarchia wahabita starebbe cercando di ritagliarsi, sganciandosi dalla ‘sudditanza implicita’ verso Washington ereditata dal periodo della guerra fredda. D’altra parte, ciò si è tradotto in un evidente deterioramento dei suoi rapporti con quanti vivono la nuova centralità della corona wahabita come un pericolo o un ostacolo al perseguimento dei loro obiettivi e delle loro ambizioni. Questo vale, ad esempio, per alcune monarchie del Golfo (come il Qatar), per la Turchia o per la Giordania, Paesi che – seppure per motivi diversi – faticano tuttora ad accettare la primazia saudita all’interno dello spazio politico e simbolico dell’Islam.

Un caso a parte è costituito dall’Iran. Come è ampiamente noto, la lotta di potere in atto fra Teheran e Riyadh, le cui radici datano alle origini stesse delle rivoluzione islamica, è il fattore che spiega in termini di contrapposizione settaria larga parte della violenza che oggi travaglia il Medio Oriente. Nella misura in cui la ventilata ‘crociata araba contro il terrorismo’ assume i toni di una crociata anti-iraniana (come la retorica saudita tende a presentarla e come le parole di Trump sembrano accreditare), il rischio è, quindi, che la ‘NATO araba’ finisca per alimentare l’instabilità regionale anziché limitarla, sostenendo la politica di marginalizzazione che dal 1979 ha concorso a fare della Repubblica degli ayatollah un attore fondamentalmente antisistemico. Al di là della retorica sfoggiata in questi giorni, l’amministrazione statunitense appare, tuttavia, consapevole della portata del problema. Non a caso, la sua azione sembra snodarsi su un doppio binario: da una parte appeasement nei confronti delle ambizioni di Riyadh, nel tentativo di rimettere in piedi una relazione deterioratosi negli anni della presidenza Obama, dall’altra adesione (seppure condizionata) a un nuclear deal che ha come fine quello di reintegrare Teheran nel sistema degli equilibri regionali.

La questione più importate è, tuttavia, un’altra. Al di là della sua dimensione militare, il valore aggiunto della ‘vera’ NATO (o meglio: dell’Alleanza Atlantica su cui la NATO si struttura a partire dal 1950) è, anzitutto, la sua dimensione politica. Sin dagli anni della guerra fredda, l’organizzazione è stata, infatti, la ‘camera di compensazione’ nella quale gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno modulato le rispettive politiche nazionali per il raggiungimento di un obiettivo comune. Il ruolo giocato agli Stati Uniti è stato il fattore che ha maggiorente permesso il raggiungimento di questo risultato, e non è casuale che proprio negli anni dell’understretching statunitense la capacità dell’Alleanza di svolgere tale ruolo sembri mostrare sempre più la corda. Oggi come oggi, appare difficile credere che Washington possa sostenere un simile ruolo nel Golfo o – a maggiore ragione – nel complesso universo dei Paesi arabi. La cura con cui, a Riyadh, Trump ha ribadito come proprio i Paesi arabi siano oggi la vera prima linea nella lotta al terrorismo è un segnale chiaro di come – nonostante il cambio di amministrazione – gli USA siano intenzionati a portare avanti (nella sostanza se non nella forma) la politica del ‘leading from behind’ che ha caratterizzato gli anni della Presidenza Obama. Una posizione da cui è difficile pensare di svolgere adeguatamente la funzione di regolazione indispensabile per tenere in vita un’alleanza complessa come la NATO.

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