giovedì, Aprile 25

Donald Trump e le Nazioni Unite: segni di crisi di un ordine internazionale? Esprime la sfiducia crescente che nutrono verso le istituzioni come l' ONU

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Il 20 giugno scorso, l’amministrazione Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dal Consiglio per Diritti Umani delle Nazioni Unite (HRCHuman Rights Council). La motivazione addotta sono stati i ‘troppi attacchi’ mossi dall’organismo a Israele, anche se da talune parti si è voluto vedere nel gesto una risposta alle critiche sollevate dalle scelte di Washington in tema di immigrazione. Non si tratta di una scelta nuova. Per restare a tempi relativamente recenti, già negli anni della presidenza di George W. Bush gli USA erano usciti dall’HRC, salvo rientravi dopo l’arrivo di Barack Obama alla Casa Bianca. Si tratta, d’altro canto, di una scelta dall’alto valore simbolico. Come in altre occasioni, quella che l’amministrazione sembra rivendicare è una libertà d’azione che ritiene soffocata dai troppi ‘lacci e laccioli’ che derivano dalla partecipazione ai fori multilaterali. Già in passato – e proprio in sede ONU – Donald Trump aveva rivendicato il diritto di Washington a perseguire i propri interessi se necessario fuori dal quadro collettivo costituito dall’organizzazione; il diritto – in altre parole – di tornare ad essere una potenza ‘normale’ (quindi ‘egoista’) abbandonando la politica di ‘autolimitazione’ (‘self-restraint’) inaugurata dagli Stati Uniti alla fine della seconda guerra mondiale.

Si tratta di un passo importante. Anche se la prassi non si è sempre adeguata al modello, il ruolo internazionale degli Stati Uniti si è sino ad oggi sostanzialmente ispirato all’idea di una potenza ‘benevola’, sostenitrice di un ordine ‘regolato’, basato sull’azione di una serie di organismi multilaterali attivi in ambito politico ed economico, e disposta a non sfruttare (meglio: a non sfruttare fino in fondo) i benefici che le potevano derivare dalla posizione egemonica ricoperta. Negli anni della guerra fredda, questa narrazione è stata centrale per legittimare il ruolo di Washington come ‘leader del mondo libero’. Essa è stata centrale anche nella retorica del ‘nuovo ordine mondiale’ di George W.H. Bush e, con il passaggio alla successiva amministrazione Clinton, trasmigra (con abiti solo in parte diversi) nella nuova retorica della globalizzazione. Sebbene proprio negli anni di Bill Clinton i ‘distinguo’ statunitensi in tema di multilateralismo comincino a prendere forma esplicita (in particolare con il dibattito intorno al c.d. ‘multilateralismo à la carte’ e all’impegno di Washington come ‘poliziotto del mondo’), il sistema di ruoli e di valori delineato fra il 1944 e il 1945 appare ancora solido e, soprattutto, continua a costituire il quadro di riferimento condiviso di un Occidente apparentemente monolitico e trionfante.

Non è questa la sede per ripercorrere i passaggi che hanno portato alla progressiva crisi di questa visione. Essa è tuttavia, almeno in parte, il prodotto della graduale divergenza degli interessi di quanti l’hanno sostenuta sino a non molti anni fa. La fine della guerra fredda e la scomparsa del comune nemico sovietico hanno gradualmente approfondito il divario fra Stati Uniti ed Europa. Parallelamente, i tentativi degli Stati europei di trovare nuovi equilibri interni, che riflettessero i mutamenti intervenuti in campo internazionale (basti pensare alle travagliate vicende dei partiti di sinistra in Italia o la Francia), hanno accentuato lo scollamento da Stati Uniti sempre più attenti ai costi (politici prima ancora che economici) necessari a mantenere un’egemonia ritenuta sempre meno necessaria. Il venir meno delle illusioni intorno a una globalizzazione ‘positiva per tutti’ e il successo di modelli politico-economici alternativi al c.d. ‘Washington consensus’ (primo fra tutti il ‘capitalismo di Stato’ cinese) sono altri elementi che hanno favorito il processo, da un lato creando ampie sacche di malessere nei gruppi sociali più toccati da questi processi, dall’altro mettendo a nudo le difficoltà incontrate dei fori multilaterali ‘tradizionali’ nel governare fenomeni per comprendere e gestire i quali essi erano solo in parte attrezzati.

Da questo punto di vista, il nuovo strappo fra Washington e il Palazzo di Vetro esprime qualcosa che va oltre le ragioni immediate che lo hanno prodotto e che – per certi aspetti – va anche oltre l’ambizione di Donald Trump a rimodellare il profilo tradizionale della politica statunitense. Esso esprime, piuttosto, la sfiducia crescente che nutrono verso le istituzioni multilaterali i Paesi che di queste istituzioni sono stati pilastri e che su di esse hanno costruito l’ordine internazionale dominante dal dopoguerra a oggi. Si tratta di un processo sfaccettato e di lungo periodo, che si è espresso, ad esempio, nel proliferare dei fori di consultazione informale, primo fra tutti il G7. Ciò che è significativo è che, oggi, anche tali fori appaiono in crisi. Le stesse istituzioni multilaterali (ONU in primis) non sono prive di responsabilità rispetto a queste dinamiche. Si tratta – ovviamente – di un processo dall’esito aperto. Le sue potenzialità disgregative sono, tuttavia, notevoli. Il favore di Donald Trump per un mondo di relazioni essenzialmente bilaterali è noto da tempo. Il dubbio è quale possa essere il ruolo di medie Potenze come l’Italia (e, più in generale, i Paesi europei) in uno scenario di questo tipo. Proprio le medie Potenze sono, infatti, quelle che più hanno da guadagnare da un sistema internazionale regolato come quello che – pur con tutti i suoi limiti – continua oggi mediare gli intercorsi fra gli Stati.

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