lunedì, Ottobre 21

Donald Trump e l’immigrazione: una questione ancora aperta La pronuncia della Corte suprema che conferma la legittimità dei provvedimenti adottati per i richiedenti asilo non potrà non rinfocolare lo scontro

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La recente decisione della Corte suprema degli Stati Uniti che conferma la legittimità dei provvedimenti adottati dall’amministrazione per ‘stringere le maglie’ per i richiedenti asilo rappresenta, in un momento delicato come l’attuale, un successo importante per l’amministrazione Trump. La pronuncia della Corte afferma, infatti, la validità delle misure adottate lo scorso giugno dall’amministrazione stessa, che impediscono di richiedere asilo negli Stati Uniti a chi non abbia già presentato una simile richiesta in almeno uno degli Stati toccati per raggiungere il Paese. All’epoca della loro introduzione queste misure erano state fatte oggetto di pesanti critiche e la loro legittimità era stata contestata da diverse corti locali sin dal momento della loro entrata in vigore. E’ facile prevedere che la decisione di questi giorni non porrà fine a tutte le querelle legali; resta tuttavia il fatto che la pronuncia della Corte Suprema sospende tutti i vincoli sinora pendenti e rende la normativa applicabile in tutti gli Stati Uniti, influendo in maniera particolare sul futuro delle diverse centinaia di migliaia di non messicani che tentano ogni anno di raggiungere gli USA attraverso una frontiera estesa per quasi 3.150 chilometri dall’Oceano Pacifico al Golfo del Messico.

Il Presidente Trump ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina uno dei suoi cavalli di battaglia già dall’epoca della corsa alla nomination repubblicana. Il tema è sentito con forza in un Paese in cui i ‘foreign-born resident’ erano, nel 2017, 44,5 milioni, ovvero il 13,7% della popolazione, il valore più alto registrato dal 1910 e probabilmente (secondo lo stesso Census Bureau) sottostimato per quanto concerne le presenze illegali. Stime indipendenti parlano, infatti, di una popolazione ‘foreign-born’ effettiva che supera i dati ufficiali di una frazione compresa fra il 3 e il 5%. Secondo il Pew Research Center, gli immigrati irregolari sarebbero stati, sempre nel 2017, 10,5 milioni, pari al 3,2% della popolazione; una cifra che – sebbene in calo rispetto ai picchi di metà anni Duemila (il picco massimo è stato registrato nel 2007 con 12,2 milioni) – rappresenta comunque un valore importante. La concentrazione geografica del fenomeno (nel 2017, il 54% circa degli immigrati irregolari si concentrava in California, Texas, Florida, New York, New Jersey e Illinois, sebbene in alcuni di essi la percentuale fosse in calo rispetto alle stime di dieci anni prima) aggiunge ulteriore salienza al fenomeno e determina una percezione ‘a macchia di leopardo’ della sua reale portata.

L’interrogativo è: quanto le nuove ‘maglie strette’ potranno influire su queste dinamiche? La presenza di ‘foreign-born resident’ negli Stati Uniti è un fenomeno che appare, oggi, in trasformazione. Per quanto riguarda gli immigrati irregolari, oltre al già citato declino del loro numero, la loro composizione etnica sta, infatti, cambiando, con un calo della componente messicana (che nel 2007 rappresentava il 57% del totale e nel 2017 era scesa al 47%) e un parallelo aumento degli immigrati provenienti dall’Asia e dagli altri Paesi del Sudamerica, in particolare dal c.d. ‘triangolo del nord’ formato da El Salvador, Guatemala e Honduras. E’ soprattutto contro questi ultimi che si indirizzano i provvedimenti oggi in discussione, approvati anche sull’onda del timore sollevato nell’opinione pubblica dalle ‘carovane’ di migranti che la scorsa primavera erano state date in marcia verso la frontiera fra Messico e Stati Uniti, provenienti da vari Paesi del centroamerica. D’altra parte, il fatto di coinvolgere, nella maggior parte dei casi, flussi di popolazione in cerca di asilo umanitario e non di ‘semplici’ opportunità economiche contribuisce a caricare la questione di una dimensione emotiva particolare, che la campagna elettorale in corso concorre ad amplificare.

Negli scorsi mesi, pressoché tutti i candidati alla nomination democratica hanno attaccato – in un modo o nell’altro – la linea dura dell’amministrazione. Dal canto suo, il Presidente ha messo in chiaro sin dal discorso di Orlando (18 giugno) con cui ha annunciato la sua ricandidatura di considerare il contrasto all’immigrazione una delle priorità anche di un eventuale secondo mandato. Da questo punto di vista, la pronuncia della Corte suprema non potrà non rinfocolare lo scontro, viste anche le opinioni dissenzienti dei giudici di nomina democratica Ginsburg e Sotomayor. Fra l’altro, l’amministrazione ha da tempo annunciato l’intenzione di abbassare ancora il numero massimo di richiedenti asilo accettati annualmente, numero fissato per il 2019 a 30.000 unità contro le 45.000 del 2018 e le 110.000 del 2017. Sarà questo, con ogni probabilità, un nuovo terreno di scontro. Elizabeth Warren, uno dei concorrenti più credibili alla nomination per il partito dell’Asinello, ha già dichiarato che – in caso di elezione – innalzerà nuovamente il tetto fino al 145.000 unità. Una promessa che – al di là della sua realizzabilità – rischia, però, di essere controproducente agli occhi dell’elettorato moderato e di finire per portare acqua soprattutto al mulino della Casa Bianca.

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